La famosa prima volta
Ed eccomi qua.
La famosa prima volta.
Il momento che aspettavo da vent'anni. Una vita.
Ok, lo so. Sono il primo a saperlo. Sono vecchio per la prima volta ma che devo farci? Questa ho trovato e questa prendo.
I miei amici trombano da secoli ed io a vent’anni sono ancora vergine.
Lo so. Sono il primo a saperlo.
Sono vecchio. E terrorizzato. Ma questa è la volta buona, questa volta ci siamo.
Nicole.
Nicole nel bar a St Germain.
Io con gli amici in motorino.
Nicole che tra cinque minuti uscirà dal bagno, forse nuda, forse in reggiseno.
Una bella gnocca nonostante abbia già quasi trent’anni.
Io e i miei amici. Lei che guarda solo me, e grazie tante: gli altri se li è trombati tutti.
Mi metto a sedere sul letto. Poi mi sdraio.
Nicole che mi lascia il numero di telefono dell’ufficio.
Nicole che mi porta per mano su per le scale ripide del suo appartamento in Boulevard de Clichy.
Le andrò incontro o lascerò che si avvicini?
Nicole che mi fa: “Mi faccio una doccia veloce. Tu intanto spogliati.”
Mi tiro su. Meglio seduto. Ma no, meglio sdraiato. Meglio lasciar fare a lei.
Mi guardo intorno. Il poster del cantante famoso. La bambola seduta sul comò. Le musicassette. Ma cosa cazzo ci faccio qua dentro? Ora capisco come si sente una squadra di calcio quando gioca in trasferta. Per la mia "prima volta" avrei preferito un posto più tranquillo.
Più tranquillo di questo? E quelli che trombano nel cesso di una discoteca o in bilico sul sedile della moto che devono dire?
Più tranquillo nel senso di camera mia, ecco.
Con nonna perennemente in mezzo alle palle?!
Cazzo me ne frega a me di nonna! Invece qua farò una figura di merda delle mie. Guarda, non mi si è ancora rizzato!
Se continui a pensarci, certo non ci farai la figura dello stallone!
E a cosa vuoi che pensi? Dopo vent’anni d’attesa, eccomi qua. A cosa cavolo vuoi che pensi!?
Pensa a lei. Pensa al primo bacio.
Che schifo, stava fumando. Mi è sembrato di leccare il posacenere in pelle della renault di mio padre.
Sì, sì. E’ una bella gnocca, altroché.
E anche un po’ troia.
Bene! Benissimo, anzi!
E’ considerata la troia del quartiere.
Tutti i quartieri ne hanno una.
Sì ma lei vive a Pigalle, cazzo!
La voce della doccia si smorza di colpo, le ultime gocce picchiettano la vasca, poi gli anelli della tendina che fanno tip tap sul tubo di sostegno. Il fruscio dell'asciugamani, la porta che si apre.
E infine eccola.
Sti cazzi.
“Hello Matthieu!”
“Hello Nicole!”
Con un saltino va a sedersi sul fondo del letto vicino ai miei piedi.
“Allora, sei carico?”
“Come una bestia.”
“Non si direbbe.”
“Fidati.”
“Sai, quando un uomo è sessualmente eccitato normalmente si vede.”
“Ma no, sono solo un po’ nervoso.”
“Come mai?”
“Troppi pensieri.”
“Te li tolgo io.”
“Senti, ti devo dire una cosa. Ehm... per me è la prima volta.”
“Stai scherzando?”
“No. Spero non sia un problema.”
Mi cade sul letto come un mazzo di carte sfuggito dalle mani di un prestigiatore.
“Oddio, ma non me lo potevi dire prima?”
“Non ci ho pensato. Ma che differenza fa?”
“Una differenza enorme. Non ti divertirai tu e quel che è peggio non mi divertirò neanch’io.”
“Beh, lasciami almeno il beneficio del dubbio!”
Nicole si tira su come se pesasse una tonnellata di acqua di mare, coi pesci e la sabbia tutto.
“Tsk! Tutte le sfighe, io.”
“Ok, è la prima volta. Lo ammetto, ok? Ok. Allora, togliamoci il pensiero così poi facciamo la seconda, la terza, la quarta e non ci pensiamo più.”
“Ma come mai? Voglio dire, hai vent’anni. Com’è che sei ancora vergine?”
“Secondo te?”
“Ma che ne so. Sei così impedito che magari manco te ne sei accorto.”
“Esatto, è proprio quello il motivo!”
“Non mi stupisce!”
“E allora, se sono così impedito, che ci faccio nudo nella tua porca camera da letto?”
Mi guarda come se mi vedesse per la prima volta:“Già, è quello che mi chiedevo anch’io.”
Si alza in piedi, raccoglie i miei pantaloni da terra e me li tira addosso.
“Bon, lasciamo perdere.”
“Dai, Ma cosa vuoi che faccia? Trovarmi una tipa che me la molli, farci due giri e poi tornare?”
“Ecco, prova a far così.”
Merda. Merda merda merda! Mi alzo e provo a rivestirmi ma è un attimo poi lascio cadere i jeans.
“No dai senti. Per te è il sacrificio di cinque minuti, cazzo. Per me invece vuol dire tirarmi via un grosso problema. Cioè, che cazzo, maledizione a chi ha inventato la verginità e puttana quell’altra che ne ha fatto un merito di onore! Cioè: è come la storia del primo impiego, cazzo. Cioè, tipo quegli annunci tipo: “assumiamo solo gente con esperienza, cazzo!” ma se nessuno ti assume la prima volta tu quando cazzo la fai l’esperienza? E così nessuno ti cagherà mai. E’ la stessa cosa col sesso, cazzo! E’ la stessa identica cosa! E non venirmi a dire che non è vero, perché è la stessa cosa! Dai, cinque minuti, ci togliamo il pensiero e amici come prima!”
“No, davvero non ho voglia. Magari un’altra volta, non stasera.”
“Dai, è come il lavoro. Pensa a quanto ti sei dovuta sbattere prima di trovare quel buco micragnoso dove lavori. Ecco, per me è uguale, solo che non è un buco... sì cioè, sempre di buco si tratta, però...”
Nicole sospira, scuote la testa. Poi le scappa un mezzo sorriso. Forse un po' le piaccio allora!
“Non ti garantisco niente, ma visto che ci tieni...”
"Ci tengo. Non immagini quanto."
Dieci minuti dopo dal fondo del letto disfatto. Son cambiato o son sempre uguale? Boh. Le tocco i capelli, si accende una sigaretta.
“Cos’è che dicevi prima dell’impedito?”
“Scherzavo!”
Appoggia la testa sul mio stomaco e mi passa la sigaretta. Toh, oggi mi sparo anche la prima boccata di fumo! Però non mi piace, bleah! mi fa tossire!
"Coff! Non mi piace"
Lei ride ed allunga la mano per riavere indietro la sigaretta. Gliela restituisco volentieri.
L'uomo fegato
L’uomo fegato veste male, vive peggio e si nutre di quello che capita, generalmente roba fritta o comunque comprata in qualche fast food. La sua pelle è giallognola, i denti neri alle radici: ha gli occhi intrisi di bile e l’alito amaro delle sigarette che fuma in continuazione per placare il nulla che lo corrode da dentro come un acido.
Entri nella sua macchina ed è come entrare nella trincea di un soldato giapponese a cui non hanno comunicato che la guerra è finita: cenere di sigarette dappertutto, kleenex appallottolati, impronte di scarpe infangate sul cruscotto (l’uomo fegato va spesso a troie) mentre bottiglie di plastica vuota o piene di un torbido liquido giallo ingombrano lo spazio dei piedi.
L’autoradio dell’uomo fegato non emette che disturbi e gracidii ma egli non se ne rende neanche più conto, fuma e prosegue il suo discorso incoerente tra vaghi rimpianti, risatine nervose, battute tristi e lampi di follia assoluta:
“Ma l’autoradio non prende che disturbi o gracidii?”
“Sì, non prende nulla. Siamo in una zona coperta. Anzi no, è la radio che è guasta. Però la tengo accesa perché mi tiene compagnia. Mi sento solo tranne quando sono al volante. Allora sto bene.”
L’uomo fegato ama guidare anche se guida malissimo. Viaggia sempre in mezzo e non si rende neanche conto di dar fastidio agli altri. Ha avuto sette incidenti e ora gira su un vecchio Volswagen Passat del 1981.
Entri nel suo ufficio e vieni sopraffatto dal disordine che vi regna: sul pavimento numerosi dossier giacciono aperti nel mezzo come enormi margherite mentre sulla scrivania i fogli si impilano senza alcun criterio. Ogni tanto egli ne prende uno in mano, lo osserva sconsolato per qualche istante e poi lo riposa rassegnato da qualche altra parte.
La finestra dell’ufficio dell’uomo fegato è sporca all'interno del fumo e all'esterno degli spruzzi di fango dei motociclisti; per terra tutto attorno al cestino dell’immondizia (anch'esso coperto da un dossier aperto) mozziconi di sigaretta spenti sulla moquette si contorcono grotteschi. La sua giacca è buttata per terra nell'angolo più buio.
Entri a casa sua e rischi il soffocamento, come un canarino in una miniera di carbone. Un odore di cibo cattivo, polvere e gromma nera e la mancanza di ossigeno ti aggrediscono alla gola fino a toglierti il respiro. L’uomo fegato non apre mai le finestre, non apre mai le persiane, non lava mai i piatti, non passa mai lo straccio. Del resto egli va a casa sua solo per dormire, mangiare e guardare la tele.
“Io amo le donne ma tutto sommato preferisco farne a meno. Mi farebbe piacere sposarmi e avere una moglie ma poi non la vorrei in casa mia e dividere con lei le mie cose. Io sto bene da solo anche se mi manca la compagnia.”
Giornalini porno impilati sul davanzale e aperti in mezzo sul tavolo ti fissano opachi. Impronte di scarpe impolverate sul bracciolo del divano. Non c'è un libro, non c'è un disco. Alla tele solo disturbi e l'effetto neve, mentre lui cerca due bicchieri puliti.
Questo è l'uomo fegato: come abbia fatto un tipo così a diventare il mio capo è una cosa che non riuscirò mai a spiegarmi.
Io e la morosa, seduti al buio davanti alla finestra che aspettiamo l’arrivo del nuovo anno.
Nella casa di fronte a noi, una tavolata di gente allegra e grossolana si abboffa e fa casino. Noi, una pizza al taglio riscaldata al microonde. Le tengo la mano, il grande vantaggio di avere una compagna mancina:
"Lo sai che sei un voyeur?"
"Non è per voyeurismo. A me di cosa combinano questi qui di fronte non me ne frega un accidente. E' che l'ultima notte dell'anno bisognerebbe passarla in compagnia e non da soli con una fetta di pizza molle in mano."
“Ah, per quello siamo a posto: oulalà quel bordel! Saranno in trenta attorno al tavolo. Guarda il tipo con i capelli lunghi, non la smette di tirare palline di pane a tutti.”
“E tu l’hai vista la coppietta? Lui si allunga e lei si ritrae, lui la cerca e lei si sfila. EHI, GUARDA CHE NON CE N’EEEEEE’!!!!!! Dici che mi ha sentito ? »
“Ma figurati. Cosa stanno mansgiando?”
“Non so, sei tu la francese.”
“Dev’essere fois gras.”
“Buono! Con la marmellata di cipolle poi è il massimo.”
“Perché tu non hai ancora provato fichi e arance.”
“C’è ancora una fetta di pizza?”
“Sì, finiscila pure. La madre corre come una trotola. Poverina; non si è seduta un attimo. Adesso serve l’arrosto al vino con le tagliatele di contorno. Mmmm, lo mangerei volentieri!”
“Gesù, son tutte sfatte, una pappetta: che schifo.”
“A me non dispiasce la pasta come contorno.”
“Se me la fai anche una volta sola me ne torno in Italia.”
“E’ una minascia o una promessa!”
“Un auspicio! Senti, non è che c’è un goccio di vino?”
“Guarda nel placard in cuscina...”
“Vai tu dai.”
“Sei tu che hai voglia di vino, non io.”
“Dai non ho voglia di alzarmi: vai tu.”
“Uff.. No, vai tu.”
“La prossima volta, dai. Vai tu.”
“No, vai tu.”
"Vado io?"
"Vai tu."
Vado in cucina a cercare la bottiglia. La trovo vuota. La cucina, intendo. Di bottiglie neanche l'ombra. Cerco dappertutto, poi ho un flash: apro il mobile e trovo la bottiglia di vino.
Torno in sala.
“Dov’è che avevi detto che era la bottiglia di vino?”
“Nel placard.”
“Cos’è che vuol dire già?”
“Ehm... nel... mobile.”
Me ne verso un po', poi appoggio il bicchiere sul davanzale. Com'era prevedibile, la morosa se ne appropria subito.
"Mmmm, un goscio di vino lo bevo volentieri."
Non reagisco: riprendo il mio pezzo di pizza e mi risiedo. Le dò un morso e lo mastico tristemente.
“Ecco una cosa che mi manca dell’Italia: una buona pizza.”
“A me questa sembra buona.”
“E’ molle. C’è troppo olio, vedi: guarda la scottex. C’è l’origano invece del basilico, il groviera invece della mozzarella, la spalla invece del prosciutto cotto, il concentrato di pomodoro invece del pelato.”
“Però la mangi.”
“Faccio finta che sia una torta salata. Alle volte cambiare il nome delle cose fa miracoli.”
“Guarda il biondino! Si allunga.”
“E si allarga pure. BIONDO, GUARDA CHE NON CE N’E’!!!! Stanno mangiando il formaggio. Mancano cinque minuti a mezzanotte e sono ancora al formaggio!”
“C’è dell’époisse, del camembert, del roquefort... mmm buono il roquefort!”
"Come fai a riconoscerli che son tutti uguali..."
"Incompetente!"
“Non è che abbiamo del formaggio per caso?”
“Forse c’è del Cheddar.”
“Del Cheddar? Tra Italia e Francia abbiamo i formaggi più buoni del mondo e ne compriamo uno inglese?!”
“Era in offerta.”
“Mah. Cosa c’è come dolce?”
“Ho fatto una crème caramel. E’ nel frigo.”
“In cucina?”
“No, in camera da letto! Certo che è in cuscina!”
“Uff, non me lo potevi dire quando sono andato prima?”
“Prima quando?”
Sbuffo.
"Vai tu dai."
"Pur di non sentirti..."
La morosa parte con i due fogli di scottex che hanno fatto da piatto e va in cucina. Sento il tonfo della porta del frigo ed eccola di ritorno con un piccolo contenitore rettangolare in pirex pieno di crème caramel, un cucchiaino da caffè e un cucchiaio da minestra. Il cucchiaio è per me perché io adoro la crème caramel della morosa.
“Ehi, mentre eri di là la ragazza e il biondino sono andati nella camera di fianco.”
“Beati loro!”
"Aspetta, prima faccio fuori la crème caramel, poi vediamo. Guarda: la abbraccia. Poi la bacia."
"Ripeto: beati loro!"
"A-ha: lei adesso ci sta. Lo attira verso la finestra.”
“Mentre guardi, passami un po' la crème caramel!”
“Lui l'abbraccia e... No! Ci sta facendo dito!”
“Chi, lui?”
“Sì, sì ci guarda e ci fa dito, sto figlio di...” Mi abbasso di colpo: “Vieni giù! Nasconditi!”
“Tanto oramai sci ha visti...”
“E ci ha pure sentiti”
"Il mio voyeur dilettante..."
“Che ore sono?”
“Ci siamo quasi. Manca un minuto.”
Mi tiro su: “Bene, allora io vado in bagno.”
“Ah bon? E che vai a fare?”
“Vado a salutare degnamente il 2005. Ci vediamo il prossimo anno.”
“Dammi un Bisou, almeno.”
“Bisous. Bonne année.”
"Bonne année. Saluta il 2005 anche da parte mia."
"Sarà fatto."
Ho sedici anni e mi aggiro per la biblioteca alla ricerca di qualcosa da leggere. E’ luglio, gli amici son partiti per le ferie e come tutti gli anni in questo periodo mi annoio da morire. E’ una tipica giornata estiva torinese, col cielo beige e un’afa che ti si incolla addosso come una mano sudata sul collo.
Ne ho già abbastanza delle vacanze perché queste non sono vacanze ma il limbo. E il peggio deve ancora arrivare: tra quindici giorni mio padre andrà in ferie e la biblioteca chiuderà per inventario fino al primo settembre. I giorni diventeranno eterni, mi chiuderò in camera a scrivere e studiare e finirò per rimpiangere i mesi invernali, le dita delle mani e dei piedi gonfie di pioggia, di neve, di freddo ed io che tremo alla fermata del pullman che mi porta a scuola, dall’altro lato della vasta pianura in cui mi è capitato di vivere.
Mio fratello è rimasto in cortile a giocare l’eterna partita di calcio a cui ogni tanto partecipo e da cui ogni tanto si separa per mangiare e dormire: anche bere oramai beve direttamente dal tubo dell’acqua in giardino. Oggi avrei potuto scendere a giocare anch’io ma non avevo voglia e io quando non ho voglia di fare una cosa è meglio che non mi ci metta nemmeno, che sia il calcio, lo studio o qualunque cosa.
Oggi ho solo voglia di star da solo e da solo mi aggiro per la biblioteca, schiacciato dal peso di tutti questi volumi che vorrei leggere e non leggerò mai. Con me ci sono una mezza dozzina di studenti universitari che preparano gli esami: lettere, medicina, matematica, vattelapesca. Tra di loro ci sono pure un paio di fighe da restare imbambolato a guardarle. E imbambolato resto a fissarne una, nascosto dietro uno scaffale. Tanto non si accorgerà mai di me. Non si accorgono di me le ragazze che mi conoscono figurati quelle che non mi conoscono nemmeno. Scrive qualche cosa su un bloc notes enorme poi lo rilegge, lo cancella e lo riscrive. Lo rilegge mordicchiando la matita su cui automaticamente si riversa la mia gelosia, poi riprende a scrivere. Arriva al fondo della pagina e la volta. Mi volto anch’io e vado da un’altra parte.
Scaffale 900: fantascienza – gialli – fantasy.
Scaffale 800: letteratura americana.
Pesco un paio di libri a caso, ne leggo due frasi e rifletto se meritino. Non meritano. Li rimetto a posto. Ne prendo un altro. Lo riposo senza manco aprirlo.
E’ una biblioteca né piccola né grande, come la cittadina che la ospita e come la stragrande maggioranza delle biblioteche di questo mondo.
Una volta, così tanto per far qualcosa di nuovo, ho preso il pullman, ho attraversato la grande pianura nell’altro senso e sono andato nell’altra grande cittadina, dall’altro capo della pianura, dritto verso la sua biblioteca, sperando di trovare altri libri, tra i quali: “La giornata di uno scrutatore” di Calvino, la biografia di Pablo Neruda e il terzo libro di Fantozzi. Entrando, la cosa che mi ha colpito di più è stato l’odore, identico a quello della mia biblioteca: un odore dolce e polveroso di carta vecchia, di inchiostro secco, di linoleum. E poi gli stessi rumori delle sedie che strisciano, i giornali che frusciano, le risatine in fondo e ai lati. E soprattutto gli stessi identici libri, gli stessi titoli letti centomila volte.
Continuo a girare pigramente: Scaffale 700, letteratura inglese. “Il ritratto di Dorian Gray”. Questo lo abbiamo letto a scuola. Prendo un altro libro di Oscar Wilde, lo sfoglio, lo poso. La testa mi si alza da sola. La cerco con lo sguardo: 'sta ragazza è una figa pazzesca.
Domanda: Avrò mai una ragazza così?
Risposta: No.
Giro a vuoto e chi se ne frega. Ho un sacco di tempo, io: ho tutto il tempo che voglio. Perlomeno fino alle sei di stasera, poi la biblioteca chiude. Tanto so già dove andrò a cercare sul serio il mio libro. Continuo anzi a girarci intorno come l’ubriacone gira attorno al bar, facendo finta di nulla, ripetendosi che è lì per caso, solo di passaggio. Ma lo so già che finirò per pescare dal solito scaffale.
Che bella figa.
Clive Cussler, Michael Chrichton, Ken Follett. Per carità.
Massì, chi se ne frega. Attraverso la sala con passo deciso ed eccomi arrivato:
600 – Letteratura e poesia italiana
Eccomi a casa. I libri che ho già letto emanano una lucetta fosforescente. Iniziano a essere tanti. Calvino, Fenoglio, "Gli Indifferenti", Svevo. Sfioro il dorso dei libri di Buzzati, il mio preferito: i racconti, “Il deserto dei tartari”, gli articoli di giornale. Li ho letti tutti. Buzzati è morto e non ne avrò mai più di nuovi. Triste pensare una cosa così a sedici anni. Inclino la testa a destra, scorro i titoli sullo scaffale all'altezza degli occhi. Poi alzo leggermente lo sguardo: la ragazza non è più al suo posto. Mi raddrizzo e mi guardo intorno nervoso ma non la trovo. E' dietro di me e mi batte una mano sulla spalla.
“Ehi tu: perché mi guardi?
“Non guardavo te.”
“Sì che mi guardavi.”
“No, non ti guardavo.”
“Sì che mi guardavi.”
“Ti giuro, non ti stavo guardando.”
“Mi stavi guardando invece. Tra l'altro, non sei male.”
“Non ti stavo guardando lo stesso.”
“Sei carino, anzi: quanti anni hai?”
“Diciannove.”
“Allora hai la macchina! Possiamo andare a farci un giro!”
“No, ti ho detto una balla, ne ho sedici.”
“Beh, allora hai un centoventicinque!”
“Cioè, ne ho quindici e mezzo. Ne faccio sedici a Novembre.”
“Insomma, ce l’hai il motorino?”
“No.”
“Però mi guardavi.”
“No, non ti guardavo.”
“Peccato perché sei carino.”
“Anche tu sei carina.”
“Lo vedi che mi guardavi?”
“Sì è vero, ti guardavo.”
Mi afferra una guancia tra indice e medio e me la sbatacchia
“Ma si può sapere che cazzo ti guardi, tu?!”
Si mette a ridere e se ne va.
Prendo “Il Crollo della Baliverna” ed esco cercando di fare l’indifferente ma quando le passo di fianco incespico. Lei non se ne accorge, io sì.
CALCIO VERO
Erano partiti tutti per le ferie, tranne me, mio fratello Ezio detto Petardo e i più segati fuori del condominio. In fondo al parcheggio c’era un muretto che divideva casa nostra dai campi e lì passavamo le giornate. C’eravamo io ed Ezio, poi c’era Civetta coi suoi occhiali da topo, Giulio detto Padella per le risibili doti di attaccante e Macramé così soprannominato perché a furia di cadere dalla bici aveva le ginocchia ridotte come la coperta dei miei genitori.
Coi miei dodici anni e mezzo ero il più piccolo del gruppo. Gli altri infatti avevano tutti superato i quattordici, per non parlare di mio fratello che ne aveva quasi quindici: può sembrare una differenza da poco ma quel piccolo arco di un anno e mezzo che ci divideva segnava il limite tra chi poteva guidare i motocicli fino a 50 cc di cilindrata e chi no. Così io restavo il bambino del gruppo anche se poi non avendo una lira, giravamo in bicicletta tutti nella stessa maniera e già grazie. Del resto eravamo tutti spiantati, noi e le nostre famiglie. Il nostro sogno era fare come Gianni, il fratello di Civetta che lavorava già in fabbrica e quell’anno era andato a Rimini a “scopare le tedesche”. Lui però di anni ne aveva diciannove, un abisso.
Dunque noi stavamo lì al muretto a cuocere sull’asfalto caldo per poi farci divorare dalle zanzare. L’Italia era campione del mondo e alla radio davano “Da Da Da” di tre stronzi tedeschi. Quel giorno si parlava di calcio: Civetta aveva dato dello stronzo a Bearzot perché nella finale non aveva fatto giocare Dossena, l’idolo dei tifosi del Toro, al posto di Antognoni infortunato ma era stato zittito subito. Poi più nulla, tacemmo, anche perché non avevamo più nulla da dire.
Dall’altra parte dell'enorme campo lasciato a maggese di fronte al nostro condominio si apriva una serie di villini a schiera che addirittura avevano la piscina. Una zaffata di vento ci portò l’odore del cloro e il rumore degli schizzi e dei tuffi e le risate delle ragazze.
“Vi si potesse trasformare in piscio di cane all’istante!”
“Ci sarà anche Francesca Stellone lì in mezzo?”
“E la sua amica coi capelli neri.”
“La sua schiava vorrai dire.”
“A me piace più l’amica che Francesca.”
“Non capisci un cazzo..”
“Francesca se la tira troppo.”
Guardai in direzione delle villette attraverso i rombi della rete: “Secondo me c’è anche Gianandrea.”
Mio fratello, duro, senza voltarsi: “Tu sta' zitto parla quando sei interrogato piciu.”
Feci una risatina: “C’è Gianandrea che limona con tutte le ragazze del quartiere.”
Mi diede un cazzotto sulla spalla da farmi vedere le stelle.
“Perché non ti fai i cazzi tuoi?”
Anche Civetta si voltò verso la villetta con gli occhi stretti stretti: “Comunque Bearzot è un gobbo bastardo!”
“Ma se ha giocato nel Toro!”
“E’ un venduto.”
Una scampanellata di bicicletta ci riportò al presente indicativo. Ci voltammo e dall'altro lato del cancelletto c'era Gianandrea.
“Toh, e tu che ci fai da queste parti?”
Gianandrea Russo aveva tutto per stare sui coglioni: era bello, una specie di Terence Hill di quattordici anni perennemente abbronzato, con un bellissimo sorriso regolare e una voce tranquilla e gentile. Le donne lo adoravano, noi gli avremmo fatto fare volentieri la fine del gatto di Macramé, schiantato da un camioncino. Si dondolava sulla bici tenendosi con una mano a un palo senza mettere i piedi per terra.
“Ciao ragazzi, vi andrebbe una partita a pallone?”
Macramé fece un passo in avanti ma mio fratello lo inchiodò con lo sguardo. Tirò su le braccia conserte e sfoderò uno dei suoi sorrisi pericolosi: “Come mai questo onore?”
“Avevamo voglia di giocare ma siamo rimasti solo in cinque, così abbiamo pensato che magari vi andava di fare due tiri.”
“Tu non vai in ferie Gianandrea?”
“A settembre andiamo negli Stati Uniti. Adesso però mio padre lavora. Insomma, vi va o cosa?”
“No, non abbiamo voglia. E poi siamo solo in quattro.”
“Io ne conto cinque.”
“Mio fratello non lo considerare.”
“Dai, c’è anche mio fratello minore. Fa pari.”
“Mmm. E cosa ci giochiamo?”
“Niente. Una partita così, tanto per fare.”
“Manco per sogno. Se vinciamo noi vogliamo l’ingresso libero alla vostra piscina fino all’inizio della scuola.”
“E se vinciamo noi?”
“Me lo devi dire tu.”
“Beh, non so. Se vinciamo noi voi ci consegnate le biciclette e andate in giro a piedi fino a fine estate. “
Ezio non ci guardò neanche in faccia per chiedere il nostro parere e disse: “D’accordo.” Quindi porse la mano attraverso le grate del cancelletto piccolo. Marcandrea gliela strinse con un tocco molle e ripartì in direzione di casa sua.
“Vi aspetto tra dieci minuti.”
Finalmente mio fratello si voltò verso di noi.
“Beh? Vuoi che non glielo rompiamo il culo a ‘sti quattro cagasotto riccastri di merda?”
“Ma sei scemo? Non sai manco loro chi sono e impegni le bici di tutti quanti?”
Mi diede l’ennesimo cazzotto sulla spalla: “Chi ti ha detto che dobbiamo mollargli le bici. Appena finisce la partita saltiamo in sella e scappiamo. Ma che te lo dico a fare, tanto vinciamo noi!”
Dieci minuti dopo eravamo davanti al cancelletto delle villette.
“Venite, è aperto.”
Il campo era in fondo a un vialetto in ghiaia sottile subito dietro la prima serie di case: un bellissimo impiantino completamente recintato dove i genitori si trovavano la sera per scambiare due palle a tennis, le ragazze giocavano a pallavolo e tutti insieme grandi e piccoli organizzavano tornei di calcetto mentre le madri giravano le braciole sui barbecue. Certe sere quando il vento tirava nella nostra direzione sentivamo arrivare certi profumi di salsicce alla brace da far venire fame a un vegetariano! E risate, musica esotica e tanta figa, anche tra le madri. Poi ci giravamo dal nostro lato e c’erano i ragazzini che si facevano le canne nascosti tra le macchine, ed ogni tanto un’esplosione di bestemmie e insulti se non di mazzate in faccia, oltre a un inconfondibile odore di pasta e cavoli.
Quando arrivammo al campetto la squadra di Gianandrea si stava già scaldando in una metà campo, facendo due tiri. C’erano Ricky di quelli di Via Roma, Ivan detto Marisa, Paolo Michele, il fratello piccolo di Gianandrea, e uno che non conoscevamo. La prima cosa che notammo è che loro indossavano tutti una divisa di raso color giallo tenue molto bella mentre noi avevamo la t-shirt bianca d’ordinanza e pantaloncini di vari colori. Mio fratello addirittura aveva su i jeans perché diceva che i pantaloncini corti li mettono i finocchi e i bambini.
La seconda cosa che notammo fu che erano solo in quattro:
“Ciao. Dov’è Gianandrea?”
“Arriva subito.” E ripresero a giocare come se non fossimo stati lì.
Boh? Entrammo e ci mettemmo nell’altra metà campo ma senza un pallone per scaldarci sembravamo quattro deficienti, anzi, cinque.
“Ce l’avete un pallone in più?”
“Perché, voi non ce l’avete?”
“E no, è che pensavamo che siccome che siamo stati invitati, no?”
“No.”
E ripresero a giocare. E noi lì guardarli.
Finalmente arrivò Gianandrea.
“Bene. Allora siamo d’accordo? Se vincete voi avrete accesso alla piscina e se perdete niente biciclette.”
Si fece avanti mio fratello: “Era ben quello che abbiamo detto, no?”
“Qui funziona così: gara secca da un'ora, non vale la sponda, non vale il gol del portiere dietro la metà campo, rimesse laterali coi piedi.”
“Se finisce pari, rigori o supplementari?”
“No niente, rimane tutto come prima.”
“Bah... Vabbè, facciamo solo una cosa veloce che ho voglia di farmi un bel bagno in piscina! Guarda ho anche il costume” E nel dirlo tirò fuori dalla patta dei pantaloni un lembo di un tessuto quasi hawaiano. Noi scoppiammo a ridere come dei deficienti.
“Se vincete senz’altro. A proposito ho incatenato le vostre biciclette. Questa è la chiave.”
La fece brillare al sole poi se la mise in una taschina interna dei pantaloncini, vicino alla coscia. Mio fratello perse subito baldanza mentre noi ci scambiammo uno sguardo allarmato:
“No calma, ehi, ehi, no, così non va bene, nononono! Se fai così non si gioca e stop.”
“Ti ritiri? Bene. Partita persa però.”
“No manco il cazzo, tu adesso mi dai quella chiave.”
I ragazzi nell’altra metà campo smisero di colpo di giocare e si avvicinarono a Gianandrea.
“Te la darò alla fine della partita. Se vincete.”
Mio fratello rimase un attimo bloccato a riflettere. Tolto il bambinetto gli altri erano piuttosto grossi, specie quello sconosciuto, mentre noi eravamo davvero quattro pirla. Ci fossero stati i suoi amici son sicuro che sarebbe finita a botte ma con noi quattro avrebbe finito per prenderle anche lui, così si strinse nelle spalle:
“Mah, se proprio ci tieni a farti spaccare il culo...
Tirò un calcio a una pietra inesistente e si voltò verso di noi. “Allora Padellone tu vai in porta così non fai danni davanti. Ciccio, tu vai a destra e Civettone a sinistra. Io sto dietro in mezzo. Boinz tu vai davanti. Mi raccomando: devi solo tenere palla per darci il tempo di salire, ok?”
“Ezio, hai fatto una cazzata enorme!”
“Sta tranquillo che ce li mangiamo come patatine.” Non mi diede il solito cazzotto però, segno che era preoccupato anche lui.
Gianandrea fece partire il cronometro al quarzo che aveva al polso quindi mise la palla al centro e la passò a Marisa che la girò allo sconosciuto che fece partire un destro al fulmicotone da venti metri: PAM, palla all’incrocio dei pali, 1-0 per loro. Noi fermi a guardare.
Mio fratello: “CAZZO! PENSATE ALLE FIGHE!”
Toccò a noi a battere. Io l'appoggiai corta al Civettone che però completamente panicato rimase immobile come una statua di gesso. Lo sconosciuto si infilò di gran carrieratra noi due e mise un piattone direttamente da centrocampo a fil di palo: 2-0 per loro.
Mio fratello: “CAZZO! PENSATE ALLE BICI!”
Tocca di nuovo a me battere, decido di passare direttamente al Padellone che però per la tensione cicca completamente la palla e la svirgola in porta. 3-0.
Mio fratello: “Tempo, tempo! Ok, cambiamo tutto. Boinz, tu vai a destra e stai dietro al bambino, Macramé in porta.... CAMBIO PORTIERE! Padella su Marisa, Civettone dal lato di Gianandrea e io sullo sconosciuto. Civetta, dammela come sai tu.”
Civettone posò la palla in mezzo al campo, la passò indietro a mio fratello e poi partì a pallettone di taglio a sinistra. Marisa abboccò e gli partì dietro lasciando lo spazio a mio fratello che ci diede con tutta la forza direttamente addosso a Gianandrea. Gianandrea ebbe appena in tempo di spostarsi ma lo stesso sfiorò il tiraccio col culo: la palla si impennò in una parabola diretta nel sette della sua porta prendedo il portiere fuori dai pali. Sembrava fatta ma con un balzo da gatto il fighettino dalla divisa figa e i guanti di Harald Schumacher con un balzo la tirò via. Porco Dighel, manco Dino Zoff sarebbe riuscito a fare una cosa del genere: iniziai a sentire che a casa ci saremmo tornati a piedi.
Calcio d’angolo, Padella la toccò indietro a mio fratello che sparò un’altra cannonata delle sue di nuovo addosso a Gianandrea, prendendolo in pieno stavolta: Gianandrea andò giù per terra come un goldone usato, io mi avventai sul rimbalzo e la buttai dentro!
“GOOL!”
“Non vale. C’era lui per terra.”
“Puoi sucarmelo! 3-1!”
“Ezio, non potresti parlare un po’ meglio? Ci sono delle ragazze e dei bambini qui dentro.”
“MA VAFFANCULO!!! ME LO PUOI SUCARE, HAI CAPITO???!!!! Dì, ci pensi quando verremo qui tutti i giorni in piscina ubriachi a toccare il culo alle ragazze e a bestemmiare? Ti consiglio di darci dentro!”
Faceva un caldo assassino: il cemento sotto lo strato di erba sintetica emanava vampate del calore che aveva accumulato nell'arco della giornata, in più il sole che ci picchiava sulla schiena bruciava come l'inferno. Avrei dato qualunque cosa per una bottiglia d'acqua frizzante appena tirata fuori dal frigo o anche solo per un cicles o una caramella alla menta e davanti avevamo ancora 58 minuti di partita.
La partita piano piano divenne un’autentica bolgia. Mio fratello si prese cura dello sconosciuto, che sarà stato anche bravo ma era un fior di coniglio e al secondo calcio un po’ cattivo sul ginocchio e sugli stinchi praticamente non si vide più. Padella e Marisa iniziarono una partita tutta loro fatta di niente mentre Civettone si incollò a Gianandrea come uno sputo a un francobollo. Ovviamente chi marca è a sua volta rimarcato, così presto finirono per annullarsi l’un l’altro ed il ruolo di ago della bilancia ricadde su di me. Per Paolo Michele, il bambino del gruppo, candidato 1982-83 al titolo under 16 di scemo del paese, questa doveva essere la prima volta che giocava sul serio a pallone, mentre io già da quando avevo sei anni me la battevo a gomitate e calci con i ragazzi più grandi, così ne feci un boccone. Dopo dieci minuti di grandi calcioni riuscii a recuperare un rimpallo a metà campo feci un “sombrero” al bimbetto, o insomma una cosa del genere e poi svirgolai al volo il pallone così male che il portiere lo mancò cadendo seduto per terra come se fosse scivolato su una buccia di banana. 3-2
“E VAIIII FRATELLINO VAIIII!!!!!”
Oramai era un recital a senso unico: mi sentivo Bruno Conti contro la difesa della Polonia ma cazzeggiavo un po’ troppo mentre il loro portiere era davvero bravo. Me ne mangiai una e poi un’altra. Una la sbagliò mio fratello poi tirammo un attimo il fiato e loro vennero avanti. Gianandrea segnò un gol di mano e Ezio quasi se lo inculava a crudo sul posto, poi ne segnò un altro buono e malgrado le proteste di mio fratello andammo sul 4-2.
La partita si fece dura, segnarono ancora Gianandrea e poi Ricky e per i nostri Civetta e mio fratello con una gran spaccata.
Piano piano però la stanchezza cominciò a prendere il sopravvento. Lo sconosciuto allora tentò un tiraccio dei suoi ma prese in faccia Civettone spaccandogli gli occhiali.
“Ferma, ferma, siamo uno in meno.”
Gianandrea gli lanciò uno sguardo di sfida pieno di disgusto padronale:“Secondo me può continuare.”
“Ma se non ci vede niente! Senza occhiali non ci vede niente!”
“Mettilo in porta.”
Il povero Civettone piangeva come un bambino e le lacrime si mischiavano al sangue che gli usciva da un taglio sul setto. Doveva fargli un male cane col sudore sul taglio e l’osso che si gonfiava ma credo che piangesse soprattutto pensando al culo che gli avrebbe fatto la madre quando sarebbe tornato a casa con gli occhiali rotti e per via delle umiliazioni che doveva sopportare a causa del suo handicap.
“Ok, Civetta, va’ sul bambino. Boinz tu ti occupi di Gianandrea e mi raccomando: dagli sulle gambe. Lo vedi quel livido sotto al ginocchio? Là.”
Riprendemmo a giocare con un tiro dal fondo. Gianandrea non correva, volava su una nuvola e io ero sempre indietro di un passo. Sfiorò un gol e poi un altro e io dietro con la lingua sotto ai piedi. Poi a sorpresa Ezio rubò palla a Ricky, mise a sedere il portiere e fece il 6-5.
“Mancano cinque minuti.”
Dovevamo giocarci il tutto per tutto. C’erano in ballo le biciclette, la piscina e le fighe. Così Ezio decise di invertire le marcature, rimise Civetta su Gianandrea “Stagli incollato come due pagine di un giornalino porno!” mentre io tornai sul bambino per cercare il pareggio. Ezio randellava come un assassino ma ne aveva anche prese tante: i jeans erano strappati sulle ginocchia e intrisi di sangue attorno ai tagli ma non se ne dava per inteso. Soprattutto però iniziava ad essere stanco: tentò un tiro in diagonale fiacco e molle, la classica soluzione pigra. Io però vidi partire il pallone in tempo, lasciai il bimbo sul posto a pensare ai Lego e mi lanciai con le ultime gocce di benzina: sull’uscita del portiere toccai qualcosa con la punta del piede, poi saltai e chiusi gli occhi. Con mia sorpresa non ritoccai terra: mio fratello mi aveva abbracciato al volo. “GOOOOOOOL!!!! 6-6!!!”
Avevo tutti i miei amici addosso, avevo pareggiato!
Ora mancavano tre minuti, poi due. Nessuno ne aveva più. Ezio non riusciva neanche più a legnare ma del resto gli altri non riuscivano manco più a creare un’occasione per buscarle. Era quasi finita. Facevamo melina nella nostra metà campo mentre gli altri ci aspettavano nella loro. Macramé mi passò un pallone molle, io feci per controllarlo di esterno ma il bambino arrivò di corsa di dietro, e sul contrasto la palla partì in diagonale dritta sul secondo palo. 7-6. Neanche il tempo di mettere la palla in mezzo e l'orologio al quarzo di Gianandrea si mise a squillare: partita finita, ciao bici.
Mi lasciai cadere per terra morto. L’ultima cosa che vidi fu lo sguardo sconvolto e incredulo di mio fratello mentre Gianandrea e gli altri portavano in trionfo PierMatteo o come cazzo si chiamava.
Tornammo a casa a piedi in silenzio. Io piagnucolavo in silenzio, mio fratello bestemmiava a fior di labbra, gli altri tacevano. Poi di colpo Padella saltò su:
“E la rivincita?”
Per tutta risposta mio fratello gli tirò un cazzotto sulla spalla. Non se ne parlò più.
Il TGV attraversa a 300 kmh le leggere anse della valle del Rodano piegando incessantemente a destra e a sinistra, a destra e a sinistra. Io, avvitato nel mio seggiolino foderato di amianto, lo seguo nelle sue oscillazioni come uno di quei pupazzetti di plastica con un soldo di piombo incastonato alla base, sentendo crescere nello stomaco una nausea molle alimentata dalla colazione di carta offerta dalla SNCF, dall’atroce mix sole rovente/aria condizionata a palla e dal panorama che scorre senza variazioni di sorta da almeno due ore e mezza. Anche la gioia di aver trovato la Settimana Enigmistica alla Gare de Lyon è defunta dopo cinque minuti a causa della solita invincibile monotonia delle sue pagine. Insomma, mi sto rompendo il cazzo e per far passare il tempo sbircio la ragazza seduta di fronte a me. Mi piacerebbe attaccarci bottone ma da quando siamo partiti non ha smesso un attimo di smanettare su uno di quei computerini wireless. E’ anzi così concentrata che quasi non riesco a vederla in faccia: comunque ha più o meno la mia età, un ciuffone ribelle di capelli castani ricci che non smette di annodare all’indice della mano destra, occhi chiari forse verdi e un paio di tette da urlo. E’ evidente insomma come la scelta tra lei e “Spigolature” non ponga dubbi di sorta così finisco per non perderla d’occhio un attimo, aspettando con ansia che il torcicollo prenda il sopravvento costringendola ad alzare lo sguardo.
Non finisco di formulare il pensiero che i miei sforzi di pazienza vengono premiati: premuto un’ultima volta "Enter" o quel che è, la ragazza si tira su inarcandosi nella schiena mentre con la testa compie un arco a 360°, come i pugili prima di un incontro. E' un attimo, poi si tuffa nella voluminosa borsa che ha al suo fianco per emergerne con un paio di occhiali da sole. Mentre continua a scavare alla ricerca di chissà che riesco a scorgere il clamoroso inconfondibile dorso di un volume della Feltrinelli: Ohibò, penso, una connazionale! Decido di lanciarmi:
“Certo che con la tecnologia di oggi si finisce per essere produttivi persino durante quelli che dovrebbero essere i tempi morti per antonomasia, i viaggi.”
“Ah, lei è italiano?” Mi fa senza voltarsi.
“Sì ma vivo a Parigi da un sacco di anni, come avrà capito dall’accento.”
“Il suo italiano è impeccabile.”
“Grazie mille, è molto gentile ma... Oddio, ma lei magari sta lavorando e io la disturbo...”
“No, non stavo lavorando, ci mancherebbe ancora! Scrivevo a un amico. A degli amici, anzi. E comunque ho finito.”
Ripone il trabiccolo nel borsone e finalmente si volta a guardarmi ma come se non mi vedesse. Di fatto però mi trapana il cranio da lato a lato.
“Caspita, fortunati.” Dico.
“Perché?”
“Beh, perché non smette di pensarli nemmeno quando è in viaggio. Magari le pesa staccarsi da loro e li vorrebbe sempre con sé ed è una cosa bellissima.”
La ragazza sorride “Soprattutto è una cosa impossibile! Stiamo parlando di parecchie decine di persone, forse un centinaio!”
“Accidenti, ha mandato una mail che è un autentico spam, allora!”
“Non ho mai detto che stavo scrivendo una mail. In realtà stavo postando sul mio blog.”
“Sul serio? Lei ha un blog? E su che piattaforma?”
“Se ne intende?”
“Ne ho uno anch’io su Splinder. Una cosa piccola però, solo per intimi. Il suo come si chiama?”
“Ah, non le direbbe niente. Più che un blog è una specie di... ritrovo tra amici.”
“Questo s’era capito.”
Stavolta ride apertamente: “Mah, se proprio ci tiene... Vabbè tanto non le dirà niente- si chiama: ’in-cuor-mio.splinder.com’ E il suo?”
Il cuore mi precipita in fondo alla cassa toracica per poi andare a sbattere contro la volta cranica. E’ come se il TGV sul quale viaggiamo a velocità pazzesca si fosse bloccato di colpo per far passare un lombrico, come se avessi preso la pillola rossa di Matrix: quella che ho di fronte –non so se mi spiego- è niente meno che LadyK! Sbianco, strido, sprofondo e schianto ma di fuori non batto ciglio. Mi raddrizzo solo leggermente sulla poltroncina:
“No, mi spiace. Non mi dice niente, mi dispiace.”
“Ah, vabbè. E il suo come si chiama.”
“Il mio? Aaaah... il mio? Eeeeh... ehm ehm... mmmm... ‘www.bono-palahniuk.splinder.com’. Come il cantante + lo scrittore americano, non so se li conosce...”
Ruoto la testa all'indietro di 45° come se mi aspettassi una stecca sulle orecchie. Invece lei pare bersela:
“Scherzi? Ma io ADORO sia gli U2 sia Palahniuk! E’ il mio scrittore preferito! Gli U2 poi!”
“Beh certo, Bono non ha più la voce che aveva ai tempi di... ehm, ehm... ‘Night and Day’ per fare un esempio...”
“No ma io devo ASSOLUTAMENTE venire a visitare il tuo blog!”
“L’ho chiuso.”
“No! Perché?”
“Senti. Ero vicino al mezzo milione di contatti, andava tutto benissimo. Parlavamo di ehm... Sharm e del Mar Rosso e di queste cose così e... cioè, non che io sia il tipo che dice: ‘Sai, io vado a Sharm’. In realtà mi ci sono trovato per una serie di combinazioni, capisci no?”
“Non immagini quanto.”
“...quando insomma trovo questo blog meraviglioso, gestito da un genio. Un ragazzo di Torino veramente straordinario.”
“Effe! Tu hai letto Herzog! E’ vero, Effe è davvero...”
“No, non è Effe... trovo questo blog meraviglioso scritto divinamente... si chiama equivocabolario.splinder.”
“Aspetta, fammi capire: tu trovi Boinz un genio?”
“Sì, esatto, Boinz.”
“E decidi di chiudere il tuo blog bono+palahniuk a causa sua?”
“Sì.”
“Ma stiamo parlando dello stesso Boinz?!”
“Sì, è fenomenale, non trovi?”
“Mah.”
“Io non potevo competere, niente da fare. Sono caduto in depressione ed eccomi qua. Lui però rimane un grande della narrativa italiana. Ma parlami un po’ del tuo blog.”
“Beh, c’è poco da dire. E’ un posto dove mi sfogo e mi racconto e... no, ma sei sicuro che parliamo dello stesso Boinz?”
“Penso di sì. Ma senti, tu preferisci che ti chiamino ‘Ledichéi’, ‘Ledicà’ alla francese o “ledicappa’?”
La ragazza rimane un attimo come bloccata, a bocca semiaperta.
"Non ricordo di averti detto il mio nick."
"Eh? Ah ora che ci penso forse mi è capitato di leggere il tuo blog una volta. E' quello tutto rosa, vero?"
Lady inizia a battere leggermente il palmo della mano sulla gamba mentre mi pianta uno sguardo duro che mi attraversa il cranio e poi tutto il treno dritto fino al coppino del macchinista:
“Tu sei Boinz, vero?”
“Come dici?”
“Sei Boinz, eh? deficientone.”
“Aaaah... ecco una domanda interessante. E’ senz’altro una domanda alla quale non si può rispondere con un’altra domanda. Quel che è certo è che...”
“Sei veramente pirla.”
“E’ vero.” Abbasso la testa.
Dalla borsa tira fuori un paio di auricolari e se li infila.
Mi stringo nelle spalle mentre sento gracchiare le prime note di “Square One”.
“Pirla d’un pirla.”
Mette su gli occhiali da sole e di fatto non mi considera più.
Io sprofondo nella lettura della pagina della Sfinge ma non ci capisco niente. Come della vita, del resto.
LA FIERA DI PRIMAVERA
Doveva essere grosso modo la quarta ora di un giorno scolastico qualunque. Avevo sedici anni ed ero in preda ai postumi di una sbronza ormonale triste. Guardavo fuori dalla finestra gli alberi che stavano lentamente tirando fuori le foglie ma il rinascere della vita nel tempo grigio quasi autunnale che faceva quel giorno finiva per rendermi ancora più malinconico e taciturno. La profia di matematica stava spiegando qualcosa a proposito del calcolo delle variabili quando Lucilla, la compagna del banco davanti mi fece scivolare un bigliettino sul quaderno dove scarabocchiavo i miei stracchi appunti. Strano: versione scolastica del colonnello di Garcia Marquez, a me di solito nessuno scriveva bigliettini.
Lo aprii in preda all’ansia: “Boinz, ti andrebbe se ci vediamo oggi pomeriggio alle 2 davanti al banco del tiro al bersaglio della Fiera di Primavera? Non mancare per niente al mondo! Un bacio.” Malgrado l’evidente errore di sintassi il cuore iniziò a sbatacchiare tra gli organi interni tipo pallina del flipper.
Per festeggiare l’arrivo della primavera, la Pro Loco della cittadina dove andavo a scuola organizzava una fiera enorme che finiva per coinvolgere mezzo paese, con le giostre serie, i banchi delle caramelle ed una specie di padiglione con un’esposizione di prodotti tipici. Noi ragazzi l’aspettavamo con ansia perché le ragazze si mettevano in tiro ed accorrevano a sciami da tutti i paesi vicini. Alla fine non combinavamo nulla che non combinavamo nulla ma era questa l’esposizione di prodotti tipici che ci interessava di più. I più arditi riuscivano addirittura a imbastire qualche storiella o perlomeno a conoscere ragazze nuove che magari ci stavano giusto per farsi offrire quel bastoncino di zucchero filato o il giro sull’autoscontro, ma lo stesso a noi sembravano dei seduttori strepitosi.
Bene, la calligrafia era inequivocabilmente femminile ed il bigliettino era inequivocabilmente indirizzato a me. Non avevo nemici, quindi era escluso che fosse qualcuno che volesse spaccarmi la faccia. Del resto non avevo neanche troppi amici. Ero uno che non si notava troppo, diciamo, anche fisicamente. Soprattutto fisicamente. Anonimo, ecco cosa. Ma sai, gli occhi scuri, il capello nero, l’occhialino intellettuale alla fine fanno... hai visto mai... lo dicevo io che prima o poi...
Mi raddrizzai e mi guardai nel riflesso della finestra. Subito mi afflosciai.
Ok, è uno scherzo. Non può essere che uno scherzo. Cioè, aspetta un attimo: ammettiamo che sia uno scherzo, va bene? Va bene. Arrivo lì e poi che fanno? Saltano tutti fuori da dietro un cespuglio: “Gnagnagnà!! Gnagnagnà!! Testa di struzzo e baccalà!”
Non può essere.
Ci fosse stato un nome ma non c’era. Fosse stato firmato Giada, la figa della classe, dell’istituto, della provincia di Torino e di questa parte di universo poteva essere uno scherzo ma la firma di Giada non c’era e quindi non era uno scherzo. Non poteva essere uno scherzo.
Ma allora chi poteva mandarmi un bigliettino serio? Gettai un’occhiata panoramica scrutando le compagne. Inutile, non era una calligrafia conosciuta. Doveva essere un’amica di Lucy o magari qualcuna del suo paesello che sapeva che eravamo compagni di classe. Decisi di chiamarla:
“Lucy! Lucy! Ehi Lucy!”
Lucy finì di scribacchiare una cosa e poi senza neanche voltarsi mi lanciò un secondo foglietto piegato in quattro.
“Non mi chiedere niente, non posso dirti niente, non è uno scherzo.” Ah ecco.
Passai l’ultima ora e mezza in piena paranoia, con la soglia dell'attenzione schiantata sullo zero assoluto. All’uscita cercai di agganciare Lucy che però era stata velocissima a scivolare fuori e a dileguarsi nella folla di studenti prima che riuscissi a beccarla, così decisi di precipitarmi a casa e di rinviare ogni questione alle due del pomeriggio.
Mangiai in fretta quasi senza parlare. Mi alzai con l’ultimo boccone ancora in bocca, incurante delle proteste di mia madre.
“Dove vai?”
“Ho un appuntamento con una ragazza non mi stressare sono già in ritardo dammi diecimila lire.”
“Dove vai??”
“Lascia perdere.”
Tirai fuori una camicia pulita, il paio di jeans della Roy Rogers, prosciugai il salvadanaio “Fondo Figa” e mi precipitai alla Fiera. Ero già in ritardo prima ancora di partire.
“Non ho capito dove vai?”
“Te lo spiego dopo non ho tempo una ragazza non mi chiedere altro non lo so.”
Sbam! E giù per le scale.
Eravamo in ritardo sparato ed il pullman arrancava nel traffico in maniera tremenda mentre io avrei voluto muovermi volando, sorpassando in curva, prendendo sotto le vecchie col loro porco carrettino. Chi diavolo voleva passare con me i quattro giorni della Fiera di Primavera? Avrei dovuto chiamare un’ambulanza per fare prima, caspita. Intanto la vescica mi si gonfiava dalla tensione. Chi diavolo poteva essere?
Finalmente arrivai alla fermata, scesi con un salto ed iniziai a correre. A quell’ora la fiera era ancora vuota e così in un attimo la attraversai da cima a fondo. Al mio fianco scorrevano indistinti i banchi con i pelouche, i pesciolini rossi, le caramelle, le scatole misteriose.
Finalmente arrivai al banco del tiro a bersaglio e –sorpresa sorpresa- c’erano già tutti i miei compagni! Dovetti fare una faccia talmente delusa che tutti si misero a ridere:
“Hahahaha! Poveretto!”
"Ma povero!"
“C’è rimasto male, guardalo!”
"E voi cosa cazzo ci fate qua?”
Max Speranza mi allungò un bigliettino:“Stessa ragione tua: guarda.”
“Fa’ vedere. Haha! A te ‘un bacio’ non te l’hanno scritto!”
Mi tolse il bigliettino di mano con uno strappo: “Cazzo c’entra?”
Fu Annamaria a prendere la parola: “Ci siamo tutti adesso, vero? Bene, quest’anno per l’elezione di Mister IIIa A abbiamo deciso di sottoporvi a varie prove di abilità, forza e resistenza.”
“Quali prove?”
“Quelle delle giostre.”
Lanciai lo sguardo nel largo corridoio tra le due file di banchi: autoscontro, tiro al bersaglio, montagne russe: ce n’era di ogni sorta e per tutto il pomeriggio.
“E cosa si vince?”
“Il vincitore passerà il week end della Fiera con Miss IIIa A.”
“E chi è Miss IIIa A?”
“Lo decide Mister IIIa A.”
"Giada compresa?"
"Tu la vedi?"
"No."
"Ecco, ti sei risposto da solo."
Con Giada fuori gioco si aprivano scenari inimmaginabili! Infatti anche Daniela era carina e così Federica e Irene. Tutto sommato anche Annamaria non era male, se non si considerava la sua aria saputella e precisina. Quella però che mi piaceva di più era Alessandra. Non so, non aveva niente di speciale ma bastava solo che mi si avvicinasse che di colpo perdevo il controllo degli arti, le cose mi cadevano dalle mani, mi si rovesciavano le cose. Probabilmente era convinta che fossi esattamente sulla linea che separa gli handicappati da quelli normali e ne soffrivo da morire e così in sua presenza diventavo ancora più maldestro. Avessi vinto io avrei scelto lei, alla faccia di Giada e di tutte le altre. Tuttavia non mi facevo illusioni, non avevo una chance che fosse una. Non ce l’avrei fatta manco scegliendo io le prove.
Alla fine se la sarebbero giocata Filippo, l’isterico campioncino di tennis, e Dante, la stella della under 16 locale. Anche Bingo era messo bene ma aveva la mentalità agonistica di un monaco buddista. Ancora ancora Gigi, il secchione del gruppo, aveva qualche chance in quelle cose che richiedevano concentrazione ma io, Cicciopotamo, Max Speranza e Cecco potevamo solo scannarci per evitare di arrivare ultimi.
Andai da Bingo, all’epoca ancora sprovvisto di pappagallo.
“Sono fottuto.”
“Ma che te ne frega.”
“E’ che mi rompe l'anima l'idea di esibirmi per far divertire le ragazze.”
“Non è nessuna esibizione. Ti fai il tuo giro sull’ottovolante, tiri le tue palline da tennis e bon. Il resto è solo sfondo.”
“Sarà.”
Fummo interrotti da Annamaria.
“Bene, cominciamo con la prima prova. Gara di abilità: l’autoscontro. Chi viene colpito sulla fiancata perde un punto. Chi colpisce sulla fiancata un avversario guadagna cinque punti.”
Un po' goffamente prendemmo posto sulle automobiline elettriche. Come detto a quell’ora non c’era nessuno così avemmo la pista tutta per noi. Inserimmo il gettone e di colpo le macchine si misero in moto. Lì per lì iniziammo a girare prudentemente in tondo come squali, poi di colpo Cecco tagliò una curva in diagonale centrando Max Speranza sulla fiancata. Bingo a sua volta cilindrò Cecco e poi si rifugiò lungo il cordolo.
Le ragazze sparse lungo tutto il perimetro tenevano il punteggio:
"Bingo più cinque, Cecco più quattro, Max meno uno!"
Subito si scatenò la bagarre: presi Filippo sullo spigolo ma non me la passarono buona. Filippo mi lanciò un’occhiataccia, io feci finta di far manovra a destra, invece rigirai subito il volante e questa volta lo presi in pieno: yeeeah!
“Boinz più cinque, Filippo meno uno!”
Feci il giro largo: Filippo mi teneva d'occhio in cerca di vendetta. All'improvviso approfittando di un ingorgo improvviso tagliò la pista e mi si lanciò contro: io svoltai sulla destra per tagliargli la strada ma all’ultimo alzai il piede dall’acceleratore. Filippo arrivò lungo, io ripartii di colpo e lo toccai sulla fiancata: altri cinque punti per me!
Ero lì che festeggiavo quando mi arrivò una mazzata terrificante che mi buttò sul cordolo: era Ciccio che mi aveva caricato con tutto il peso del corpo. Per tornare in pista ci volle l’aiuto dell’inserviente e così persi un sacco di tempo. Entrai con l’occhio famelico e riuscii ancora a dare un colpo a Max Speranza prima che le macchinette si affievolissero. Ero stato grande!
Classifica: primo Dante, secondo io, terzo Ciccio, quarto Filippo. Ueee! meglio delle migliori previsioni!
“Seconda prova, gara di forza: il pugno. Comincia Boinz.”
Urla, fischi, pernacchie.
“Ehm... qualcuno ha da cambiare mille lire?”
“Ecco, il solito rompicazzo.”
Fortunatamente Federica aveva pensato bene di portare un sacchettone di monete.
Mi avvicinai alla macchinetta ed inserii le centocinquanta lire. La pera scese giù lentamente mentre il baraccone si illuminava come un albero di natale. Presi un respiro profondo e poi tirai un pugno con tutta la forza.
La macchina fece: “Peeeeeh! Signorina!”
HAHAHAHAHAHA!
Schiacciai di nuovo il pulsante rosso, la pera scese giù e feci di nuovo fiasco.
Mi ritirai in secondo piano avvilito.
Toccò a Bingo che diede un discreto cazzotto, poi via via tirarono tutti quanti. Come volevasi dimostrare Filippo e Dante scavarono subito un abisso con gli altri, ma quale differenza di approccio! Dante non smise di sorridere neanche quando colpiva mentre Filippo aveva la stessa espressione penata di San Giorgio che combatte il dragone. Quanto mi stava in culo! Per ultimo toccò a Ciccio e quello che tirò non fu un cazzotto ma un colpo di maglio. Dentro dovevano esserci tutte le frustrazioni di una vita da recluso in un corpo che detesti e che non senti tuo, le prese per il culo, i risolini delle ragazze. La lancetta non smetteva più di girare e la macchinetta di lanciare trilli e sirene. Tirammo tutti il fiato mentre Ciccio guardava altrove inespressivo. Alla fine la lancetta si fermò e squillarono le trombe: “Peeeeeh! Superdotato!”
Gli diedi una malinconica pacca sulla spalla: “Bravo Gus!”
Il guanto di sfida era lanciato.
Classifica: Primo Ciccio, secondo Dante, Terzo Filippo. Io ero scivolato in settima posizione. Le ragazze si guardarono preoccupate: Ciccio in testa sparigliava non poco i giochi.
Venne Alessandra a consolarmi: “Mi spiace Boinz.”
Sospirai “Anche a me, da matti. Io... beh, se avessi vinto avrei invitato te.”
“Sul serio?”
“Sul serissimo.”
“Ma guarda che mi puoi invitare comunque.”
“Sul serio?”
“Sul serissimo!”
“Vieni con me, allora? Sabato e Domenica, dico.”
“Vediamo!” E si allontanò.
Di colpo mi sentii come se avessi inghiottito cinquecento caramelle frizzanti e smisi di preoccuparmi della gara.
“Terza prova. Gara di precisione: tiro al bersaglio! Comincia Gigi!”
Applausi e qualche battutaccia.
Gigi fece una buona serie e risalì la china in classifica. Vinse anche un orso di pelouche che inutilmente provò a regalare a Federica. Poi toccò a me che feci un discreto risultato e ci guadagnai un pupazzo di stoffa che porsi ad Alessandra. Lei sapeva che era un regalo ma feci in modo che gli altri pensassero che le stavo solo chiedendo di tenermelo. Dante e Filippo fecero en plein ma Ciccio si difese bene e mantenne il primato. Subito dietro di lui Filippo, poi Dante e poi tutti gli altri a partire da Gigi.
"Quarta prova! La torre dell'orologio, gara di resistenza! Chi fa più giri consecutivi vince!"
La Torre dell'orologio era un pilone alto una decina di metri che si stagliava al fondo della piazza. A un'estremità era fissato un braccio che ruotava attorno all'asse tipo lancetta ed al cui fondo era fissata una cabina che oltre a ruotare su se stessa, saliva e scendeva lungo il braccio. Un mostro che avrebbe fatto paura anche a un astronauta della Nasa.
Ero già pronto a tirarmene fuori con una balla quando mi venne sotto Alessandra: "Lo farai per me?"
Gesù, ci mancava questa! Proprio io che non potevo leggere in pullman, che non mi sedevo mai dietro in automobile, che soffrivo persino l'ascensore nervosetto di casa mia, salire su un affare del genere!
"Verrai con me sabato e domenica?"
"Sì."
"Sul serio?"
"Sul serissimo."
"Ok allora."
Man mano che mi avvicinavo però iniziai a sentire la nausea montare. Salii per ultimo e mi sedetti di fianco a Ciccio che guardava di fronte a sé con lo sguardo del samurai che sta per fare harakiri. Il tizio della giostra passò con un sacchetto a raccogliere tutti gli oggetti che potevano volare via. Gli diedi gli occhiali e le monetine di Federica, quindi mi montò l'imbracatura. Poi la montò a Ciccio, poi a Cecco. A questo punto Filippo si alzò di colpo e corse fuori: "Ma vaffanculo!"
Il tecnico finì di immobilizzarci e mentre usciva dalla cabina ci disse:
"Tenete lo sguardo fisso sul cilindro di fronte a voi."
Io dovevo essere più bianco del bianco. Per mantenere la calma iniziai a recitare la mia personale litania, vale a dire le formazioni del Toro dal campionato in corso via via fino alla stagione dell'ultimo scudetto: "Copparoni, Corradini, Francini, Zaccarelli Junior, Ferri..."
Di colpo la cabina prese a ruotare, il braccio si mise a ruotare, tutto il mondo si mise a ruotare prima pian piano poi sempre più veloce, sempre più veloce. Fui scosso come un termometro, il cervello che mi sbatteva nella scatola cranica, il polmone nel petto. Lo stomaco mi arrivò in gola, poi mi scese nei piedi, poi mi tornò in gola. "Terraneo, Cuttone e Beruatto... Terraneo, Cuttone e Beruatto." Tutto il mondo ruotava attorno ai miei organi interni e non riuscivo a pensare che al nome del mediano del Toro nel campionato 1981-82! "Terraneo, Cuttone e Beruatto" Alla fine il panico prese il sopravvento e iniziai a gridare finché la nausea superò il panico. Sentivo la pasta col ragù e la mela di mia madre prendere corpo, prendere vita, diventare altro da me, un altro che da me voleva migrare, che mi stava abbandonando, io e lui alieni che occupavamo lo stesso spazio! Avevo paura di vomitare addosso ai miei compagni e avevo paura di soffocare, strinsi i denti poi sentii la bocca riempirsi di schiuma in cui ballavano pezzi solidi. Inghiottii tutto e tutto mi tornò su e di nuovo inghiottii tutto. Stavo per cedere quando finalmente il mondo iniziò a rallentare fino a bloccarsi. Le imbracature si sgancia