Più passa il tempo, meno ho voglia e meno ho voglia, meno mi passa il tempo
Tutto sommato sto vivendo questo periodo che precede la mia emigrazione in maniera tranquilla. Non ottimista quanto mi sarebbe piaciuto ma neanche preoccupato come temevo. Lo sto vivendo in maniera rassegnata.
Ieri guardavo un programma su Sky: “Chi comprerà il made in Italy” e via via mi rendevo conto di come la situazione sia di una gravità che nessuno ha ancora avuto il coraggio di denunciare fino in fondo. Perché la colpa non è (solo) di berlusconi o di tizio o di caio ma è un accumularsi di errori, di cinico disinteresse per la cosa pubblica che ha radici antiche e di cui adesso ci viene presentato il conto.
E’ l’intero sistema insomma che è arrivato alla frutta e non si vede proprio come possa rinnovarsi se non a costo di lacrime e sangue per anni e anni. I responsabili infatti sono tanti se non tutti gli attori in campo:
Una classe imprenditoriale cresciuta ad aiuti di stato, svalutazioni e contributi a pioggia, buona a ritagliarsi spazi non attraverso l’innovazione e l’efficienza ma comprando i favori dei politici;
Una classe politica che ha visto la “cosa pubblica” solo come una mucca da cui mungere capitali;
Una criminalità organizzata a cui è stata lasciata tutta la libertà di manovra che la decenza permetteva;
Una mentalità generale per cui chi frega il prossimo ha ragione e fa bene;
E –diciamolo- anche una classe operaia e i suoi referenti politici che ha assistito a tutto questo, accettando negli ultimi 25 anni ogni tipo di vessazione sociale senza battere ciglio: ieri guardavo un programma sulla tv francese. Due notizie: Alain Juppé ex-primo ministro condannato alla non eleggibilità per dieci anni per aver fatto assumere presso il comune di Parigi dieci persone senza alcuna funzione; Jean Tiberi ex-sindaco di Parigi, attualmente sotto processo per aver fatto avere delle case popolari a gente che non aveva i requisiti.
Sono cose che a noi fanno ridere! Condannato per aver fatto assumere dieci persone al comune di Parigi, dove ci saranno cinquemila dipendenti! Da noi le proporzioni sono dieci persone assunte con meriti, e 4990 entrate grazie a calci nel culo! E idem per le case popolari!
Comunque poi ho visto un servizio sui cantieri navali di La Ciotat, una cittadina vicino a Marsiglia che per 130 anni ha vissuto di pane e industria navale finché nel 1987 il governo ha deciso di chiudere gli impianti per favorire altri siti. Beh, gli operai si sono rivoltati in massa: hanno occupato i cantieri per sette anni, fino al 1994, quando preso per sfinimento il governo ha deciso di riaprirli. Non so se mi spiego: sette anni di occupazione!!! Da noi si fa sciopero sempre di lunedì o venerdì per farsi il fine settimana lungo o per permettere agli imbianchini o ai giardinieri in nero di avere tre giorni di fila a disposizione.
In ogni caso ai lavoratori dipendenti non si può più chiedere nulla. Stipendi bassi, pressione fiscale alta, specie quella indiretta, servizi pubblici pressoché inesistenti e a pagamento. Il taglio delle tasse è stato un’ennesima occasione persa: Berlusconi avrà pure risparmiato 600 mila euro l’anno dei suoi ma ha definitivamente affossato i consumi interni e l’economia, privilegiando le classi con la più bassa propensione al consumo. Ecco, c’è da dire che questo quinquennio di sprechi, di premi all’illegalità, di aiuti agli amici e agli amici degli amici e di una parallela sostanziale immobilità di politica industriale ed economica lo pagheremo carissimo. Perché mentre noi stavamo fermi a tirare Previti fuori dai guai, Cina e India sono cresciute al ritmo dell’8-10% all’anno. Moltiplicate per cinque e vedrete quante posizioni abbiamo perso.
Intanto i nostri ingordi imprenditori intascano i contributi statali, depauperano l’Inps a colpi di cassa integrazione immotivata (che poi i pensionati non si ritrovano, col risultato di abbassare ancora i consumi) e poi chiudono gli stabilimenti qui per riaprirli in Repubblica Ceca o in India, senza porsi il problema di chi comprerà mai i loro prodotti in un’Italia poverissima. Oppure vendono tutto agli stranieri per lanciarsi nel mondo della finanza, senza curarsi di quello che sarà dei dipendenti, del marchio, del mercato.
Ma è anche la crisi di un modello, quello dell’industria familiare, gestita da gente che non sa cosa capita nel palazzo accanto, ha una gamma di prodotti ferma agli anni ’60, vota Lega e chiede i dazi contro i cinesi. Come fa a reggere di fronte alla concorrenza di multinazionali guidate da esperti di marketing dotati di capitali pressoché illimitati? Intanto le nostre grandi imprese sono tutte in mano alle banche e gestite da finanzieri che non hanno la più pallida idea di cosa sia una vera politica industriale. Nota bene: sono le banche che decidono il bello e cattivo tempo in Italia, le vere detentrici del potere che dissanguano i correntisti e i piccoli creditori (altri soldi tolti ai consumi) per finanziare gli amici e gli amici degli amici e le loro imprese virtualmente morte, magari con una gestione disastrosa se non fraudolenta tipo Parmalat o Lazio e chissà quante altre.
Per cui non credete a quelli che vi vengono a raccontare di una crisi causata da motivi contingenti tipo “l’11 Settembre” o Parmalat, la guerra in Iraq o il cattivo tempo. La crisi che stiamo vivendo ha radici profonde, durerà tantissimo e non sarà sufficiente cambiare il governo, sebbene con Berlusconi siamo destinati alla morte certa.
Io emigro, non sono il primo, non sono quello messo peggio: ho già un lavoro, parlo bene la lingua, ho dei ganci. Come me non solo cervelli industriali e accademici ma tecnici, gente con esperienza nel proprio settore ha già preso e prenderà la strada dell’estero. Tutte risorse che verranno meno e pazienza.
Io temo invece che riprenderà anche l’emigrazione non specializzata, temo che tanti di qui ai prossimi anni riprenderanno la via dei nostri padri e dei nostri nonni con la valigia di cartone a contendere il posto in fabbrica ad extra comunitari dalle basse pretese. A loro non posso che augurare un in bocca al lupo. Saranno anni durissimi.

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