Più passa il tempo, meno ho voglia e meno ho voglia, meno mi passa il tempo

Se tu mi guardassi da lontano, o caro lettore, dubito che riusciresti a distinguermi dalla massa.
Tra tremila anni gli archeologi che esporranno i miei resti nel museo del 21° secolo scriveranno sulla targhetta:
“Impiegato dell’era berlusconi ha un tenore di vita paragonabile a un operaio degli anni ’70 del secolo precedente ma la precarietà di una puttana nigeriana appena sbattuta sul marciapiede. Il poveraccio pensava di essere vicino alla felicità perché in realtà non capiva un cazzo. Del resto l'orribile vita che conduceva se la meritava in pieno, appartenendo egli al ceto sociale con il minor spirito di classe della storia della civiltà umana. Persino gli avvocati, persino gli industriali, i commercianti, coloro che insomma vivevano della rovina dei concorrenti erano riuniti in associazioni, corporazioni, sindacati: l'impiegato a cavallo tra 20° e 21° secolo invece, era completamente abbandonato al suo destino. I sindacati dei lavoratori che avrebbero dovuto vegliare su di lui, avevano infatti preferito dedicarsi alla difesa di operai e pensionati, che avevano un livello di reddito al limite della sopportazione umana e che soprattutto compravano le tessere e scendevano in piazza quand’era ora di manifestare. L’impiegato invece era un individualista diffidente e cattivo e così si prendeva per intero il carico di merda destinato alla massa dei lavoratori dipendenti in cambio di uno stipendio solo nominalmente più consistente di quello degli operai. Come molti suoi contemporanei, l’esemplare che vedete qui esposto aveva così cercato una via di fuga mentale aprendo un blog su internet, quella rozza prima esperienza di rete in cui poi ci siamo trasferiti -una volta divenuti puro spirito- duemila anni fa”
Così, abbastanza vicino a quella che dante definì la metà del cammin di nostra vita traggo un bilancio di metà esercizio e ammetto quanto segue
1) faccio un lavoro di merda; 2) frequento in larga maggioranza delle teste di cazzo a partire dai colleghi; 3) ho uno stipendio che se io e la mia auto non facciamo puttanate, mi permette di chiudere il mese leggermente sopra il pareggio;
4) una volta ogni sette minuti immagino la scena delle mie dimissioni ultima versione io che incido con un saldatore la mia lettera di dimissioni sul cuoio capelluto del mio titolare
5) racconto in giro di aver scopato una quantità di donne pari o forse persino superiore al numero di donne in età fertile che ho effettivamente conosciuto in tutta la mia vita;
6) al di fuori di mtv, qualche sporadico programma comico, il calcio, blob, e i telegiornali praticamente non guardo più la televisione; 7) credo che i pink floyd siano stati il secondo più grande gruppo della storia, perlomeno finché il cervello di waters ha retto;
8) vorrei vedere berlusconi costretto a presentarsi alle elezioni senza fondo tinta in faccia e con i capelli del loro colore naturale;
9) non so i nomi delle veline e me ne vanto apertamente; 10) una volta ogni sette minuti penso “chi cazzo me lo fa fare”; 12) non ho più voglia; firmato:
boinz, 12/01/2004
APPUNTAMENTO AL BUIO
Mi aggiravo per la birreria muovendo nervosamente la testa a destra e a sinistra, come se fossi a una partita di tennis. Gente bella, gente orrenda. Birra di tutti i colori nelle luci gialle e grigie del fumo di mille sigarette. Nelle zone d'ombra movimenti scomposti di corpi. Poi rumori di bicchieri, di passi sul parquet consumato e lo sbattere delle porte del bagno e della cucina, oltre al brusio assordante di gente che discute e ride e scazza. Su tutto, Echo and the Bunnyman - "The Killing Moon" a palla. Giravo e guardavo, chiedendomi con ansia con chi avrei condiviso la mia vita per i prossimi anni.
C'ero capitato per caso. Di Internet all'epoca non esisteva che un abbozzo riservato alle università americane e dei giornali non ci si poteva già più fidare, così per certe cose la soluzione migliore restava ancora il caro vecchio tam tam.
Fu una collega a parlarmene, una volta che durante una pausa pranzo feci rapidamente il punto del grado di sclero a cui era arrivata la convivenza con i miei genitori.
"In pratica mi rompono il cazzo qualunque cosa faccia: esco, penso solo a divertirmi. Non esco, sto sempre a casa a fare il muso. Conosco una ragazza, penso solo a scopare. Sto da solo, sono un incapace. Studio, sono un peso. Lavoro, ho buttato via una vita."
"Questa casa non è un albergo, insomma."
"Uff, l'abbiamo già superata questa fase. Ora siamo al 'Questa casa non è una lavanderia'."
"E che aspetti ad andartene?
"Con novecentomila lire di stipendio?
"Dai, da noi nessuno becca meno di un milione e tre. Non mi prendere per il culo."
"Certo, ma ne giro quattrocentomila al titolare."
"Non ci credo."
"Sì, sì. Non hai notato che a noi nuovi ci paga in contanti? Novecento a noi e quattrocento a lui, così fa su un po' di nero."
"Che figlio di..."
"Sì, per carità, cioè, lui almeno un lavoro me l'ha dato e belle o brutte novecentomila lire al mese me le passa. Solo che son poche."
"Perché non cerchi dei colocatari?"
"Cioè?"
"Tipi con cui andare a convivere"
"Sì ma non so neanche da dove iniziare."
"C'è il Dirty Arizona in Via dei Settanta che organizza delle serate tra chi cerca un colocatario e chi una casa: vai lì, mostri la tua bella faccia e ti sistemi."
"Mmm. Ci penso su."
Li chiamai appena rimesso piede in ufficio, invece. Avevano in programma un "meeting" come lo chiamavano loro, la sera dopo a partire dalle 9.
Bene.
Se non ché quella sera mia madre aveva organizzato una specie di cena del vicinato. Dovetti dare mille spiegazioni, subire mille rotture di scatole ma alla fine la ebbi vinta. Insomma, più o meno: dovetti cuccarmi tutta la cena ed alla fine arrivai in ritardo. Maledetto pullman.
Appena entrato mi diedero una scheda bianca da compilare con tutti i miei dati: nome, età, lavoro, orari, fumatore sì no, amavo gli animali sì no, patente sì no eccetera, e poi in caratteri enormi quanto ero disposto a spendere al mese. In cima alla scheda c'era già infilzata una spilla da balia per tenerla bene in mostra sul petto. Riempii frettolosamente i campi e mi lanciai nel vortice.
La prima cosa che mi sorprese era la quantità di gente. Non pensavo ci fossero tutti questi disperati in giro.
"Il 90% sono studenti universitari. Tempo due mesi e non ci sarà più nessuno."
Quelli che avevano una casa e cercavano degli sprovveduti per dividere le spese li riconoscevi al volo perché invce del foglio A4 avevano una piccola scheda verde appuntata al petto. Scelta veramente del cazzo, perché al semibuio del pub per leggere qualcosa dovevi avvicinarti praticamente in posizione d'allattamento.
Ogni tanto provavo a fare un cenno ma senza successo. Il primo interessante non mi cagò di pezza. Il secondo non mi fece neanche avvicinare che già si era voltato di schiena. La terza, mi fece un cenno con il taglio della mano come dire: "Vai, vai."
"Dici che centomila al mese sono poche?"
"Vai, vai."
"Non sai cosa ti perdi bambola..."
"Seh, seh..."
Raddoppiai il budget e poi lo triplicai ma l'effetto non sembrava migliorare. Andai al banco, presi una media e mi guardai intorno. Cazzo, eran tutti fighetti. Al loro confronto io sembravo un barbone. Eppure mi ero messo i miei jeans migliori. Che poi erano anche i miei jeans peggiori.
Insomma, si stava rivelando la classica serata umiliazione. In realtà tanto quanto gli uomini un occhio su quanto ero disposto a spendere lo buttavano: le ragazze invece (perché ovviamente io già mi ero costruito tutta una storia con cui univo l'utile al dilettevole e mentalmente mi stavo prendendo a calci nel culo per questo) mi passavano letteralmente attraverso, come se fossi stato l'arcata di una porta o dei panni messi a stendere o una scorreggia ad altezza uomo. Come se non esistessi.
"E' che in linea di massima la gente è disposta a spendere un terzo dello stipendio nell'affitto. Se tu stanzi un budget di trecentomila lire vuol dire che ne guadagni al massimo novecentomila. In pratica stai dicendo che sei un lavapiatti o uno spazzino. Un cameriere in un ristorante cinese. O lo scaricatore di cassette al mercato."
Alzai ancora di un centone il budget, per arrivare almeno a un livello di decenza impiegatizia, poi mi diressi verso il retro, nella zona più scura, dove della musica (Soft Cell - Tainted Love) arrivava solo l'eco.
Un tizio in piedi su un tavolo stava selezionando un gruppo di fenomeni. Mi intrufolai alla chetichella:
"Bene. In che anno è stata scoperta l'America?"
Alzai la mano in un nanosecondo.
"Tu, con la faccia da disperato."
"14 Ottobre 1492."
"Sei sicuro?"
"Al cento per cento."
"Beh, togliti dai coglioni allora, gli intellettuali non li vogliamo."
In un altro angolo la sorella figa di Robert Smith, cioè il mio ideale di donna per tutti gli anni '90, stava intrufolando una mano nella patta dei pantaloni e la lingua nell'orecchio di di un bastardo panzone che ancora faceva la faccia di quello che non sa bene. Poi due tipe che limonavano, un gruppo di metallari che a giudicare dei gesti che facevano, o parlavano di seghe o di assoli alla chitarra mentre un cretino coi capelli dritti girava su se stesso ripetendo che era disposto a spendere 100mila lire al mese per un buco. Poverello, non aveva capito niente.
Infine in fondo in fondo al bar, buttati sulle panche come giacche c'erano quattro tipi che bevevano birra. Non parlavano, non guardavano, non ascoltavano: bevevano e basta, lo sguardo perso nel vuoto.
Mi avvicinai a quello dei quattro con la scheda approfittando del fatto che stava dormendo. Gli altri manco si voltarono a guardarmi. Purtroppo era buio pesto e la scheda verde scuro non si vedeva un granché. Mi avvicinai e poi mi avvicinai ancora e così quando il tizio aprì gli occhi e mi trovò in posizione da bacio piantò un salto da record.
"Ehi, che cazzo è??!!"
Tirò due calci a vuoto e si raddrizzò sulla panca. Anch'io mi tirai su con uno scatto.
"Tranquillo, volevo solo vedere cosa avevi da offrire."
"Ma vaffanculo! Chi cazzo ci ha voglia di vedere uno sfigato come te al mattino come prima cosa!?"
"Non lo so, però se avessi il culo uguale alla tua faccia metterei un tappo in fondo al cesso per paura di vedere il riflesso!"
"Bella."
"Dì un po', ti piace la figa?"
"Da matti."
"Ne hai da presentarcene?"
"No."
"Bevi?"
"Come uno che sta affogando."
"Quanto guadagni al mese?"
"Mi vergogno a dirlo."
"Ok, sei dei nostri. Io sono Denis." si asciugò la mano sul fondo dello spolverino nero e poi me la porse.
"Ciao io sono Boinz."
"Emilio."
"Victor."
Mi sedetti al tavolo.
"Dì Boinz,l'hai vista la sorella di Robert Smith che lo mena a quel tipo?"
"Già, e non hai visto il meglio: è lei quella con la casa."
"Scherza."
"No no, ha la scheda verde."
"Minchia, quasi quasi mi propongo io."
"E che aspetti?"
"Ma no, che vada a fanculo."
Mi voltai e mi trovai di fianco la tipa che solo due minuti prima mi aveva scacciato con un gesto della mano:
"Ah sei qua! Ti ho cercato dappertutto. Senti vuoi venire ad abitare con noi?"
"Stai scherzando?"
"No, mi piaci, ho deciso che sei la persona che stavo cercando."
"Mi dispiace, troppo tardi mi sono già messo d'accordo con questi miei amici."
"Eh? vorresti rifiutare 'sto tronco di sgnacca?"
"Ma mi sta pigliando per il culo!"
"E che ne sai?"
"No, non ti sto prendendo per il culo: vieni, per favore!"
"Ho già preso un impegno con questi ragazzi, mi dispiace."
"Se dici di no a una figa così vuol dire che sei troppo rovinato anche per noi, arrivederci e grazie!"
"Senti Denis, io non so 'sta tipa a che gioco stia giocando, ma ti assicuro che mi sta prendendo per il culo. Oppure che cerca una vittima per dei riti sacrificali. O che ne so, ha bucato una gomma e ha bisogno che qualcuno gliela cambi."
"E tu cambiagliela."
"E se fa dei sacrifici umani?"
"Tutto quello che vuoi ma se le dici no da noi non ci vieni."
"Non ti facevo così cavaliere."
"Non è questione di cavalleria ma di fica. Io l'occasione di stuprarne una come questa non l'ho mai avuta e tu la stai buttando nel cesso. Ma chi cazzo ti credi di essere?"
"No, ma non è...! Ok, facciamo così: voi mi tenete il posto fino a venerdì. Io vedo a che gioco gioca e se va male vengo con voi."
"No negativo. Dobbiamo trovarne uno stasera sennò ci buttano fuori a pedate."
"Dai. Per favore!"
"Cerca di fare una cosa veloce."
"Cinque minuti e arrivo."
La tipa si infilò nella folla. Sgusciava e svicolava come un serpente nella savana. Facevo fatica a tenerle dietro. Dagli altoparlanti la voce di David Bowie cantava "Let's dance". Finalmente arrivai al suo tavolo: c'erano quattro ragazze bellissime che ridevano da averci le lacrime agli occhi! In piedi dietro di loro quattro rospi allucinanti.
"No, ma l'hai visto il mio che cesso che è?! Hahahahaha!"
"E il mio? Secondo me non è normale! Hahahahahahahahahaha!"
"Hahahahahahaah! Anche per me il più cesso è quello di Genny! Ma dove l'hai pescato????"
Scambiai un rapido sguardo con gli altri sfigati, depressi, valutai se tirare due testate nel mucchio, quindi feci dietro front e mi precipitai al tavolo delle quattro giacche umane. Feci un cenno a Denis:
"Ok, come volevasi dimostrare cercava una vittima per sacrifici umani. Allora? Combiniamo il business?"
"Ah, no Boinz, nel frattempo abbiamo trovato un altro colocatario. Eccolo là che arriva anzi."
Mi voltai: era il cretino coi capelli dritti.
"Quanto siete riusciti a pompargli al mese?"
"Cinquecento."
"Ciao, io sono Attilio: sei anche tu un vicino di casa?"
"Ok, avete fatto bene."
Uscii dal pub e senza guardare l'ora mi incamminai a piedi verso casa. Tanto non avevo nessuna fretta.
TEMA: LA MOSTRA DI QUADRI DI DAVID LYNCH

Un po' il toro, un po' il lavoro, fatto sta che ieri ho passato la mattina a girare per casa angosciato così dopo pranzo la morosa mi ha fatto: "Ti va di uscire? Alla Fondazione Cartier c'è la mostra di quadri di David Lynch"
"Massì, perché no."
Avete presente i film di David Lynch? Ecco, i quadri sono peggio. Proprio quello che ci vuole per farti passare l'angoscia.
In realtà non si tratta di dipinti in senso stretto ma di creazioni che mescolano la pittura col collage ed altri prodotti quali colla, ovatta, cera, plastica bruciata, filo di ferro e teste e arti di bambole sradicate dal busto eccetera. Io non ne capisco di pittura ma dovessi trarne un senso globale, un filo conduttore, direi che si tratta degli incubi di un depresso all'ultimo stadio, convinto che il diavolo sia un idiota deforme di una malvagità assoluta e con seri problemi sessuali. I temi più o meno sono sempre gli stessi: l'orrore, la morte violenta, la deformità sessuale eccetera. Ad aggiungere angoscia, le opere sono disposte in un percorso a spirale dai colori accesi, con l'accompagnamento sonoro delle "musiche" tratte dai suoi film: sospiri, rumori di catene, oggetti che cadono, voci deformate e così via.
Alle pareti invece sono appesi dei "divertissements" del nostro, delle fotografie erotiche di inizio secolo scorso deformate al computer: una roba di una bruttezza che c'è il cartello all'entrata che avverte che gli impressionabili è meglio che guardino altrove.
Invece al seminterrato ci sono le foto (molto belle) e gli "scarabocchi" di David Lynch, nel senso di disegnini presi nelle occasioni più disparate, durante riunioni coi finanziatori o al telefono, durante conversazioni particolarmente noiose: su post it, sul dorso di buste usate, su fogli di quaderno strappati o carta intestata di alberghi famosi. Molta roba assurda, ma alcune cose simpatiche, tipo l'omino sul manifesto della mostra.
Che dire? Se lo scopo era quello di farmi passare l'angoscia beh, l'abbiamo completamente mancato, però come mostra è carina.
SULLE ELEZIONI FRANCESI/2
Arrivo un po' tardi per commentare il risultato delle presidenziali, visto che oggi è stato addirittura presentato il nuovo primo ministro ma abbiate pazienza, sono stato via.
Dunque chiariamo subito un punto: Ségolène ha perso meritatamente, un po' per colpe sue, un po' per responsabilità del partito e un po' per elementi oggettivi.
Basta fare il paragone con Sarkozy e se vi ricordate la sigla iniziale di "Attenti a quei due" si può fare un tracciato in parallelo. La rincorsa di Ségolène all'Eliseo è partita non più di un anno e mezzo fa. Io ero appena arrivato in Francia che il suo nome iniziava appena ad essere sussurrato. La sua candidatura alla candidatura opposta ai suoi compagni di partito Strauss Kahn, fautore della soluzione centrista, e Fabius, sostenitore della via della sinistra senza compromessi risale invece all'autunno scorso.
FIn qui sembra un percorso politico del tutto naturale. Il problema è che il PS francese è tutt'altro che unito: io parlerei piuttosto di un partito uno e trino poiché in realtà ciascuno dei tre candidati rappresentava tre correnti completamente diverse unite da un patto elettorale, come partiti di una coalizione. Ségolène, a differenza dei suoi avversari, rappresentava quella parte che fa da collante, che si adatta mettendo l'unità come valore fondante, quell'unità che Jospin otteneva con la forza del suo carisma e Hollande (compagno della Royal) come misero compromesso verso il basso da minimo comune multiplo. Per cui le primarie di fatto son servite solo a stabilire chi dei tre dovesse presentarsi ma non a chi dei tre dovesse andare il sostegno unitario del partito. Nei fatti Strauss-Kahn e Fabius hanno accettato la sconfitta alle primarie con la smorfia con cui si accetta un'operazione di rettoscopia e con quella faccia hanno condotto la successiva campagna elettorale a sostegno della Royal. Il risultato si è visto nel programma della presidenziabile, vago e scricchiolante e privo di una idea politica forte poiché frutto di una negoziazione punto per punto con gli altri due.
Sarkozy dal canto suo aveva iniziato il suo percorso ben prima, dal 1995 quando con una mossa azzardata aveva rotto col presidente Chirac di cui era stato si dagli inizi sostenitore fedele. Da lì in poi ogni gradino della sua ascesa era coinciso con una coltellata o uno sgambetto a qualche concorrente: Bayrou (costretto praticamente a prendere armi e bagagli per formare un partito centrista in proprio - centrista per modo di dire), De Villepin ed altri tra cui Fillon, l'attuale primo ministro. Una mano significativa gliela diede poi la giustizia che arrestò il percorso parallelo del delfino di Chirac, Juppé, condannato per una storia di assunzioni "preferenziali" al comune. Per cui quando si presentò alle primarie del suo partito, il candidato dell'UMP aveva già fatto piazza pulita ed è stato prescelto, e si è presentato poi alle presidenziali, sull'onda di un autentico plebiscito.
Ségolène ha poi commesso molti errori, tattici e strategici. Non ha mai messo abbastanza in evidenza che Sarkozy era ministro chiave dell'uscente governo, per contrastare il quale la gente era scesa più volte in piazza, lasciando che invece si presentasse come portatore del rinnovamento. Si è presentata clamorosamente impreparata su molte questioni: tremenda la cappella che ha preso durante il dibattito tele, quando ha accusato Sarko di immoralità per aver diminuito i posti per gli insegnanti di sostegno per gli handicappati, quando in realtà il governo uscente li aveva aumentati. E ha detto molte vaccate, tipo quella di aumentare il numero di dipendenti pubblici, di fronte a un apparato tra i più pesanti d'Europa, che la macchina elettorale di Sarkozy (grazie alla grancassa dei media, tutti piegati a destra) non ha faticato a mettere in risalto, sfruttando spesso le smentite e le correzioni al volo degli altri membri del PS, Hollande compreso.
Ma anche la sua politica delle alleanze è sembrata spesso e volentieri ondivaga: dopo una partenza tutta a sinistra a causa di una sopravvalutazione della portata del rigetto delle proposizioni sarkoziste, una volta toccata con mano la morte politica della "gauche", che con cinque candidati cinque (tra i quali il personaggio più carismatico si è rivelato essere un postino, simpatico come tutto ma pur sempre un postino) si è lanciata a corpo morto sul centrista Bayrou senza riuscirne però ad ottenere l'appoggio, per poi ributtarsi sull'estrema sinistra negli ultimissimi giorni di campagna.
Sarkozy dal canto suo è antipatico, populista, piuttosto razzista, autentico portavoce delle posizioni della confindustria, che non è quel club di patetici buffoni che abbiamo in Italia (dal momento che le camere del potere dell'industria italiana sono ormai le sedi delle banche) ma degli autentici squali, tra i quali quello che gli ha prestato lo yacht per riposarsi dopo l'estenuante campagna elettorale. Ma è uno super preparato, uno che non lascia niente al caso, uno che si sbatte. Uno per cui un elettore di centro destra italiano si tirerebbe pippe fino a farsi sanguinare le mani. Beh, Sarkozy il suo progetto l'aveva ben chiaro in testa e l'ha perseguito dall'inizio alla fine della campagna elettorale. E' sempre stato lui a fissare l'agenda, a dettare i tempi con le sue dichiarazioni da prima pagina, costringendo gli altri ad inseguire.
Dietro Sarkozy poi si vedeva un'équipe: dal suo portavoce, una specie di Carlo Verdone francese messo lì a fare "quello rassicurante" agli ex-ministri (gente con una visibilità indiscutibile) che per non finire nella black list del capo, gli si sono gettati ai piedi adoranti.
Dietro Ségolène c'era il vuoto. Gli altri arrivavano dopo due passi. Certo, ha pagato lo scarso supporto che il segretario del partito e suo principale sostenitore, François Hollande, ha potuto darle per non trasmettere l'immagine di un "partito famiglia". Ma la defezione del responsabile finanziario che sentendosi scavalcato è passato da un giorno all'altro a fianco di Sarkozy e il suo portavoce, bruciato per aver detto che il più grande difetto di Ségolène Royale era suo marito ne hanno sensibilmente intaccato l'immagine.
MA a conti fatti bisogna comunque ammettere che come la giri come la volti la sinistra al primo turno ha preso nel complesso il 36%, 18% è andato al centro mentre la destra e l'estrema destra han preso il 46%. Dieci punti di svantaggio non si recuperano con uno schiocco di dita. Sul perché di questo naufragio della gauche i più autorevoli politologi si sono affannati a trovare ogni sorta di spiegazioni. La mia impressione è che la gente comune pone problemi concreti a cui a sinistra si insiste a dare risposte astratte di massimi sistemi, come se fossimo ancora nel '68. Ma non siamo più nel '68. La sconfitta del 2002 non l'ha insegnato, a giudicare dalle prime reazioni post-sconfitta, dubito che questa sarà la volta buona.
SULLE ELEZIONI FRANCESI/1
Io: "Ma secondo me non fa differenza se un politico è uomo o donna tanto alla fine sono tutti uguali."
Morosa: "Non è vero, le donne sono meno guerrafondaie!"
Io: "Sì, vallo a dire alla Thatcher..."
Morosa: "Ma quella non era una donna..."
Io: "...o a Condoleeza Rice."
Morosa: "Inoltre le donne sono meno ossessionate dal sesso."
Io: "Su questo ti dò ragione: gli uomini usano il potere per avere sesso; le donne usano il sesso per aver potere. Non so se l'ha già detta qualcuno però è vero.
LA GRANDE ABBUFFATA
"Bene, quello è l'ultimo boccone. Lo mandi giù ed hai vinto."
La testa mi gira come una trottola e il piatto che ho davanti non ha assolutamente l'aria appetitosa. Neanche commestibile in realtà, tanto più che sono pieno come un palloncino caricato ad acqua per farne un gavettone.
"E se vinco cosa vinco?"
Seduti attorno a un tavolo completamente ricoperto di cibo in ogni suo centimetro, noi ragazzi ci guardavamo straniti e un po' nervosi. C'era cibo dappertutto: sugli orribili mobili anni '70, per terra, sulle vecchie piastrelle di cotto consumate e deformate dal tempo. E sulle sedie sfondate e spaiate accumulate tutto lungo le parteti della grande stanza dal soffitto a volta, scrostato dall'umidità. Ovunque ti voltavi c'era cibo: fette di prosciutto, salame, mortadella; vaschette di capricciosa e di insalata russa; torte di mele, frittate, teglie di tiramisù, teglie di lasagne, insalate di pasta, formaggi, gelato, grissini. Poi c’erano bottiglioni di barbera, grignolino, dolcetto, spumante, digestivi e aranciata e birra, coca cola, succo di pompelmo, di arancio, limonata. Barattoli di nutella, di marmellata, di miele, di conserva, di salse. E pane, frutta, dolci.
Un pacco di roba cioè.
Certo, una parte erano gli avanzi del pranzo al sacco e della cena perché come sempre le donne avevano portato tanto e mangiato niente. Ma soprattutto era quel bastardo del Geom. che per divertirsi aveva svuotato la dispensa della cascina dei suoi.
"E se la guerra scoppia veramente?"
"Ma fatti furbo!"
E mentre le donne (tolta la Contessa, ovvero la sorella del nostro anfitrione) si godevano in cortile il fresco di una calda sera di inizio primavera ciarlando della giornata appena trascorsa, noi sfigati attorno al tavolo sghignazzavamo nervosamente aspettando il segnale per devastarci.
E il segnale venne. A mezzanotte precisa il Geom. si alzò in piedi in tutto il suo splendido metro e settantadue di panza e forfora, ci guardò con i suoi occhietti iniettati di sangue e fece un ampio cenno circolare con la mano, perlomeno per quanto gli permettevano le sue braccette corte, a presentarci la tavolata:
“Bene, diamo inizio allora alla Grande Abbuffata ’92. Le regole, ve lo ricordo, sono molto semplici: una portata, un bicchiere di vino, una portata, un bicchiere di vino. Chi vomita è eliminato. Chi si addormenta è eliminato. Chi non termina il suo piatto o il suo bicchiere è eliminato. Chi cade per terra è eliminato. Chi crepa è eliminato. Insomma, vince l’ultimo che rimane in piedi. Tutto chiaro?"
"No."
"Mangia, bevi e sta zitto."
"Ah, ok, adesso sì."
"Tutti pronti? Su sti cazzo di bicchieri allora! E uno e due:....”
Odiavo le gite fuori porta. Odiavo pasquetta, ferragosto, i morti eccetera. Che piovesse o facesse caldo da crepare io riuscivo sempre a presentarmi con l’abbigliamento sbagliato. Poi andavamo in posti del cazzo. Poi non organizzavo mai io e nessuno mi prendeva in considerazione per la scelta delle gite. Ma soprattutto odiavo questa merda di compagnia chiusa blindata con cui ero costretto a girare: le ragazze, tutte accoppiate e i ragazzi una manica di sfigati, io in testa. Ma soprattutto odiavo quando dopo pranzo le coppiette sparivano e noi sfigati spaiati restavamo soli a guardarci in faccia. Lì davvero mi prendeva una malinconia da crepare.
"...e tre: BEEEEREEEEE!!!!”
E giù il primo. Era il vino dello zio del Geom., un nero torbido e scuro come acqua di fogna ma non ci badavo. Cascava a puntino, anzi, perché era da quella mattina che cercavo una scusa per menare le mani.
La Contessa fece il primo giro di piatti. Una cremina giallognola e viscida dall’odore dolciastro.
“Birra e formaggino. A voi!”
Faceva schifo.
Ero buttato sul sedile della Uno della madre di Bingo, ancora mezzo rincoglionito dalla levataccia da panettiere quando mi diede una scrollata alla spalla :
“Oh, il Geom. ha invitato pure Reggi.”
“Reggi nel senso di Ruggero?”
“Sì.”
“Quel Ruggero là?”
“Quello là.”
“Proprio quello?”
“Quello.”
“Ok cià.”
"Ciao cosa."
"Accosta che scendo."
“Ma dai....”
“Qua qua qua che c’è la fermata del pullman.”
“Ma sei ancora incazzato per quella storia?”
“Io sono tranquillo. Tranquillissimo. Ma non frequento gli infami, io. I pezzi di merda bastardi traditori. A proposito, c’è pure la troia?”
“No. Ha il volo di ritorno a Londra troppo presto. Non faceva in tempo.”
“Troia.”
“E une e due e tre: E BEREEEE!!!!!”
E giù un bicchiere di bianco spesso come kerosene.
“Colomba e mortadella!”
Fino a qui tutto bene. Persino mia madre mi aveva rifilato cose peggiori.
Arrivammo alla cascina del Geom. che non erano manco le otto. Non c’era nessuno. Mannaggia a Bingo e a quando si faceva prendere dal trip della puntualità.
"Siamo in anticipo."
"No, sono gli altri che sono in ritardo."
"Eh. E che differenza fa?"
Venne fuori il Geom.: "Oh venite a dare una mano a preparare la sala per stasera!" Lanciai un'occhiata a Bingo che valeva più di un discorso quando un'Alfa Spider del 1988 fece il suo fragoroso ingresso nell'aia. La polvere ci mise un attimo a calare, quindi si aprì lo sportello ed uscirono nell'ordine: l'odore di lacca per capelli, i capelli mossi castano scuro, la pelle abbronzata e la faccia di cazzo di Reggi. E poi la sua camicia Ralph Lauren.
Le palle presero di colpo a girarmi esattamente dal punto in cui si erano arrestate un anno e mezzo prima.
“Arrivo direttamente dall'aeroporto e... Boinz! Ero convinto che non saresti venuto.”
“E’ quello che mi diceva la tua troia quando me lo succhiava.”
Reggi fece il sorriso di chi ha marcato il gol dell'1-0. Il Geom. passando mi diede un mezzo spintone: "Vediamo di non iniziare, eh?"
Io mi voltai ed entrai.
Riempimmo di nuovo i bicchieri e quando li alzammo verso il soffitto per mostrare che erano pieni, il Geom. scoppiò a ridere:
“E one, e two e tre e bere!!!”
Avevamo attaccato con la birra il pomeriggio. Poi eravamo passati al Martini per l'aperitivo. Poi al vino per cena. Poi al San Simone per digestivo. Qui eravamo agli straordinari e non li tenevamo più.
La Contessa passò con i piatti: "Torta di mele e senape!"
Cazzo.
In cima al sentiero doveva esserci una specie di lago che qualcuno della banda aveva visto una volta con l’oratorio o una cosa del genere. Eravamo partiti in comitiva facendo casino. Io ero finito in una macchinata di donne. avevo provato a dire due cazzate ma non era giornata. Non che facesse tanta differenza: in effetti non mi cagavano quando ero di buon umore, figurarsi quel giorno lì che ero incazzato e triste.
Lisa cioè era una ferita che sanguinava ancora, ma non per lei, cazzo, che in fondo era una stronza e una cessa ma per il mio delicatissimo e maledettissimo ipertrofico amor proprio.
Ai piedi della montagna faceva un caldo porco ed ovviamente il sentiero era in salita. Mi incamminai tra gli ultimi, assieme al Geom. che col suo panzone da paraculo si stava sciogliendo come margarina.
“Ma era proprio necessario invitare ‘sto stronzo?”
“E’ un mio amico. “
“Allora potevi lasciare me tranquillo a casa.”
“Sei un amico pure tu.”
“Sì ma lo capisci che il tuo amico mi ha fregato la donna?”
“Lui dice che ti aveva già piantato.”
“Sì, per causa sua.”
“Uno.... uno e mezzo.... uno e tre quarti.... quasi due.... due e un pochino... tre! BERE!”
Ora la testa mi girava come una trottola.
“Insalata russa e gelato al pistacchio!”
Praticamente vomito freddo. Monoscopio ne prese un cucchiaino poi lasciò perdere.
“Io resto a bere !”
Geko gli andò subito dietro. "Anch'io!"
Il segreto era scomporre in bocca i diversi elementi e mangiarli separatamente. Io ci riuscivo ma a quanto pare ero il solo.
E poi riempimmo di nuovo i bicchieri.
"Senti, credo che sia meglio che non ci vediamo più."
Di colpo fa freddo. Sono davanti all'ufficio di Lisa. Mi fisso le scarpe.
"Mi spiace ferirti. Credo che sia un bene anche per te."
Sorrido, la guardo negli occhi: "No, no... in realtà è un sollievo. Sapessi quante volte avevo già vissuto nella mia testa questa scena. Lo sapevo che prima o poi avresti incontrato qualcuno migliore di me. Chi ha paura di morire muore mille volte. Io avevo paura che tu mi lasciassi."
Lei sorride imbarazzata: "No, se fai così rendi tutto più difficile."
"Ma no, non lo dico per complicarti le cose... è vero. Tu sei bella, spiritosa, intelligente. Lo sapevo che prima o poi avresti trovato qualcuno migliore di me."
"Sapessi quanto ti fa onore quello che dici, davvero. Anche tu sei speciale, solo... che non t'amo più."
"Lui chi è?"
"Non lo conosci."
Reggi detto Ruggero mi era sempre stato sul culo e il fatto che mi avesse rubato la donna rendeva la sua presenza sul mio posteriore ancora più pesante.
“Non te l’ho rubata io. E' lei che ti ha lasciato. Quando è rimasta libera ci ho provato e c'è stata. Tutto qua.”
“Balle! Tu ci hai provato, lei mi ha lasciato e tu me l’hai fregata! Merda!”
"BEBEBEBEBEBEBEEEBEBEBERE!"
"Tiramisu e senape."
A Cece partì uno spruzzo di vomito dritto sui pantaloni di Pao che però era troppo sconvolto per accorgersene. Così scivolò sul vomito del compare e finì la serata sotto al tavolo.
“Uno... uno.... uno.... belluno hihihihihihihi!”
Dopo pranzo chi poteva partì in camporella, così io e i pochi sfigati rimasti organizzammo una mezza partita a pallone. No, macché, peggio: ci mettemmo a fare le cosiddette “azioni”: uno in porta con le mani nelle tasche dei jeans per far vedere che non gliene fregava un cazzo ma che lo stesso riusciva a parare usando solo testa e culo e gli altri che cercavano di fare la giocata di fino approssimando un cross e un colpo di tacco con quei mattoni di piedi a banana che ci ritrovavamo.
“Sei uno stronzo.” dissi mentre la Contessa ci passava il terzo piatto: capricciosa e nutella.
Reggi mandò giù l'intruglio con una smorfia di dolore: “Guarda che è colpa tua.”
Verme si alzò di corsa e andò a vomitare sul divano.
Il Geom. si tirò su dal tavolo: “Ehi, porcodio, il mio divano...”
Appena Reggi finì in porta cercai di stangargli addosso con tutta la forza ma lo mancai di mezzo metro: “Perché sono uno stronzo?"
"Perché mi hai fregato la donna! Sei un infame!"
E poi corsi dietro al pallone che rotolava senza ostacoli verso quella pozzanghera che qualche buontempone aveva definito lago.
“Aaaaah unoduetre, unoduetre, unoduetre berebere boh...”
La becco all'uscita dall'ufficio, sotto i portici di Corso Vittorio. Appena mi vede allunga il passo verso la fermata del tram. La affianco. Ho le gambe lunghe come le sue.
"Cazzo, ma mi hai piantato per quello stronzo di Ruggero???"
"Non credo che abbiamo più niente da dirci."
Adesso corricchia, spintonando la gente che ci viene incontro.
"Non ci posso credere. Mi hai piantato per l'uomo più vuoto del mondo."
Non mi guarda.
"Uno che l'unica cosa che sa sollevare è il tettuccio della sua decapottabile, cazzo."
Parte praticamente correndo io mi fermo.
"Puoi dirlo forte che non abbiamo più niente da dirci... TROIAAAAA!!!! troia."
Mi alzai in piedi. Barcollando. "Ti spacco la faccia sai? Io ti spacco la faccia. Te la spacco quella faccia di cazzo. Io..."
Il Geom mi appoggiò una mano sul petto e tanto bastò per farmi riprecipitare sulla sedia “Buono, buono...”
Non mi reggevo in piedi.
“Le stavi sempre addosso, sempre sotto quel cazzo di ufficio. L'hai fatta scappare tu. Sei tu che l'hai fatta andare a Londra. E che fai, e dove sei, e quando ci vediamo. L'hai fatta stufare. Perché sei un perdente e un rompicoglioni e porcocazzo mi dispiace. Mi dispiaaaace. Mi dispiace, cazzo.”
“Pane salame e pesche sciroppate!”
Bingo si alzò dalla sedia “Bon, allora io vado dalle donne, qua fuori, dalle donne!”
Ma arrivato davanti al divano si lasciò cadere dritto sul vomito di Verme e si addormentò.
"Ti senti in colpa, brutta merda! Ti senti in colpa eh? Ma io ti spacco la faccia."
“Aaah 1-2-3 bere, o sennò fate che cazzo volete.”
Paolino stramazzò al suolo.
La contessa con un sorriso: “Ringo e ketchup.”
“Ma che colpa! E' che ha piantato anche me."
"Ondeggia il mare dei papaveri" ondeggia troppo il mare dei papaveri, o era il mare dei papaveri a essere fermo e il mondo ondeggiava? Avevo la nausea.
“bere”
“Aringa affumicata e Bailey’s.”
“Che cazzo dici, che cazzo dici ma che cazzo dici...”
“Ha piantato pure me. Ha conosciuto uno a Londra e mi ha piantato. Ed è colpa tua.”
Che caldo che faceva attorno a sto lago. C’era un puttanaio di gente, maledetto oratorio. Non era un lago. Era un gorgo che girava. E il sole bruciava. Poi il lago ha iniziato a girare come un gorgo. E la mia testa con lui. Un gorgo enorme.
"Ci godo. E se ti ha piantato per causa mia ci godo doppiamente."
Il Geom. allontanò il piatto con una manata, buttandolo per terra: “Io basta. Andate a fanculo. Toglietevi dai coglioni. Tranne voi due merde.”
Eravamo rimasti solo più io e Reggi.
"un due tre bere stronzi."
La contessa: "Tonno sott'olio e miele con le noci."
“Ma sai a me che cazzo me ne frega? Sai quante me ne sono scopate meglio di Lisa? Sai quante me ne sono scopate prima, durante e dopo Lisa? Quante ne ho sdraiate sulla mia Alfa dello stracazzo come dici tu?”
"Cosa?"
"E poi tanto domani ce ne sarà un'altra o sarà doman l'altro o che ne so. Chi se ne frega. "
Fece un gesto con la mano come a scacciare una mosca che mi fece girare i nervi.
"E qui mollo. Saluto tutti e mollo."
"Bene Boinz: è l'ultimo boccone. Mandi giù questo e hai vinto."
Mi aveva tradito per niente, per una donna di cui non gliene fregava niente.
Aveva tradito il più sacro dei vincoli, l'amicizia.
Dovevo rompergli la faccia.
Mi alzai in piedi.
Poi barcollai un attimo.
"E cosa vinco se vinco?"
"Beh, la soddisfazione di arrivare primo."
Mi guardai intorno ad osservare la stanza che ballava come gelatina.
Ci pensai su un attimo, quindi mi piegai e gli rimisi tutto sul pavimento di cotto consumato e deformato: la senape, la colomba, la mortadella, il bailey’s, il ketchup, i ringo, le pesche sciroppate, il vino, il gelato, il tiramisù, l'insalata russa e la capricciosa.
Tutto.
In un attimo mi svuotai come lo sciacquone del cesso quando tiri la catena.
"Ah!" Mi tirai su soddisfatto.
“Vedi? Hai perso. Come sempre arrivi fino all'ultimo e poi cedi. Sei un perdente"
“Ma suca.”
Scavai nelle tasche di Bingo, stando ben attento a non sporcarmi nel vomito rappreso di Verme, recuperai le chiavi ed andai a dormire in macchina. Tutto sommato stavo bene
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