Più passa il tempo, meno ho voglia e meno ho voglia, meno mi passa il tempo

Se tu mi guardassi da lontano, o caro lettore, dubito che riusciresti a distinguermi dalla massa.
Tra tremila anni gli archeologi che esporranno i miei resti nel museo del 21° secolo scriveranno sulla targhetta:
“Impiegato dell’era berlusconi ha un tenore di vita paragonabile a un operaio degli anni ’70 del secolo precedente ma la precarietà di una puttana nigeriana appena sbattuta sul marciapiede. Il poveraccio pensava di essere vicino alla felicità perché in realtà non capiva un cazzo. Del resto l'orribile vita che conduceva se la meritava in pieno, appartenendo egli al ceto sociale con il minor spirito di classe della storia della civiltà umana. Persino gli avvocati, persino gli industriali, i commercianti, coloro che insomma vivevano della rovina dei concorrenti erano riuniti in associazioni, corporazioni, sindacati: l'impiegato a cavallo tra 20° e 21° secolo invece, era completamente abbandonato al suo destino. I sindacati dei lavoratori che avrebbero dovuto vegliare su di lui, avevano infatti preferito dedicarsi alla difesa di operai e pensionati, che avevano un livello di reddito al limite della sopportazione umana e che soprattutto compravano le tessere e scendevano in piazza quand’era ora di manifestare. L’impiegato invece era un individualista diffidente e cattivo e così si prendeva per intero il carico di merda destinato alla massa dei lavoratori dipendenti in cambio di uno stipendio solo nominalmente più consistente di quello degli operai. Come molti suoi contemporanei, l’esemplare che vedete qui esposto aveva così cercato una via di fuga mentale aprendo un blog su internet, quella rozza prima esperienza di rete in cui poi ci siamo trasferiti -una volta divenuti puro spirito- duemila anni fa”
Così, abbastanza vicino a quella che dante definì la metà del cammin di nostra vita traggo un bilancio di metà esercizio e ammetto quanto segue
1) faccio un lavoro di merda; 2) frequento in larga maggioranza delle teste di cazzo a partire dai colleghi; 3) ho uno stipendio che se io e la mia auto non facciamo puttanate, mi permette di chiudere il mese leggermente sopra il pareggio;
4) una volta ogni sette minuti immagino la scena delle mie dimissioni ultima versione io che incido con un saldatore la mia lettera di dimissioni sul cuoio capelluto del mio titolare
5) racconto in giro di aver scopato una quantità di donne pari o forse persino superiore al numero di donne in età fertile che ho effettivamente conosciuto in tutta la mia vita;
6) al di fuori di mtv, qualche sporadico programma comico, il calcio, blob, e i telegiornali praticamente non guardo più la televisione; 7) credo che i pink floyd siano stati il secondo più grande gruppo della storia, perlomeno finché il cervello di waters ha retto;
8) vorrei vedere berlusconi costretto a presentarsi alle elezioni senza fondo tinta in faccia e con i capelli del loro colore naturale;
9) non so i nomi delle veline e me ne vanto apertamente; 10) una volta ogni sette minuti penso “chi cazzo me lo fa fare”; 12) non ho più voglia; firmato:
boinz, 12/01/2004
LA GARA DEI CINQUANTINI (parte III)
Passai la settimana prima della corsa in apnea. I miei amici mi caricavano a molla, sperando in realtà che finissi col culo per terra. Mio fratello invece ogni volta che mi incrociava scuoteva la testa perplesso mentre i suoi amici ridacchiavano. Dormivo male, sognavo il trionfo portato a spalle dalle mie compagne di classe oppure incidenti mortali, o mio padre che si faceva largo tra il pubblico per legnarmi.
Con quello che mi avanzava delle centocinquanta carte avevo "noleggiato" il Ciao di Davide F. onde esercitarmi nel parcheggio della palestra: purtroppo il Sì con la croce uncinata restava off limits, chiuso nella cantina del Bomba e così dovetti aggiustarmi con quello che trovai sul mercato. Feci parecchi chilometri quella settimana, ma come professore di guida non avrei potuto scegliere peggio.
Poi finalmente arrivò il sabato. Ezio partì con i suoi amici direttamente dall'uscita di scuola senza passare da casa mentre io dopo pranzo mi chiusi in camera per fare un pisolo: "Sono un po' stanco, 'sta settimana a scuola ci hanno massacrati!" risposi a mia madre preoccupata nel vedermi in casa di sabato per due ore consecutive. Dopo cena guardai un film o perlomeno rimasi seduto davanti al televisore fino alle undici grosso modo, poi andai a letto. Mio padre si alzò dalla poltrona, pesante come una betoniera si stirò e mi seguì a ruota, mentre mia madre finiva di lavare i piatti.
Poco dopo mezzanotte le luci finalmente si spensero. Aspettai ancora un po', poi un altro po' e poi ancora un po'. All'una e un quarto decisi che stavano dormendo tutti così mi infilai i jeans ed uscii. Uscii con la prudenza di uno sminatore con le scarpe da clown ai piedi e l'attenzione di un neurochirurgo che si ripara l'uccello. Uscii con la leggerezza di un gatto con le babbucce, di una piuma di microbo, di un sospiro di una pulce: del resto se mai mio padre mi avesse beccato avrei preso più sberle di Oliver Twist, Incompreso e Tom Sawyer messi assieme.
A quell'ora i pullman non giravano più e così dovetti farmela tutta a piedi. Poco male, quella sera neanche un cieco avrebbe potuto sbagliare strada: la luce dei riflettori passando attraverso i fumi dei gas di scarico e le nuvole di polvere, ricreavano sulla piazza la stessa atmosfera della collina di Indiana Jones quando apriva l'Arca dell'alleanza ma era soprattutto il rumore che colpiva: un suono assurdo, da fine del mondo, tipo un moscone da tre tonnellate chiuso in un bicchiere, o un alveare grosso come la torre di Babele!
Attraversai il paese fino all'oratorio della chiesa di San Luigi Bosco, dov'erano stati sistemati i "box". Entrai dal cancelletto posteriore e mi bloccai a bocca aperta. La scena che mi si presentò davanti era davvero grottesca: per quella notte l'oratorio si era infatti trasformato in un'officina a cielo aperto! Il campo di calcio, il parcheggio, lo spiazzo per i giochi dei più piccoli erano tutti occupati dai motorini e da gruppetti di ragazzi intenti a smontare, lubrificare, miscelare benzina, olio e additivi o semplicemente a riposare sull'erba tra un turno di guida e l'altro. E poi si sentivano risate, urla, insulti e bestemmie soffocate per la paura della squalifica immediata: Don Ballesio e i suoi ruffiani percorrevano lo spazio in lungo e in largo mentre i ragazzini nascosti negli angoli bui si divertivano a provocarli cristonando come carrettieri.
Alcuni dei piloti erano tirati così a lucido con le tute di cuoio e gli stivaloni che ti sembrava di essere ad una sfilata della Conbipel, al Mugello o a un festino gay-sadomaso. Altri invece avevano più pezze al culo di tutta la mia famiglia messa insieme.
I Fylfot ovviamente erano nell'angolo più buio e sfigato. Riconobbi il Bomba da lontano, poi il loro amico il Milza, Ezio e infine Alfredo, detto il figlio del panettiere. Appena mi vide, mio fratello si portò le mani alla vita dentro al chiodo e si tirò su gli occhiali da Chips sui capelli stirati di gel. Il chiodo perdeva l'imbottitura da una spalla mentre i finti Ray Ban avevano perso una stanghetta. Doveva aver passato un pomeriggio intenso dei suoi.
"Oh, eccoti qua. Bene, senti abbiamo un problema o meglio, tu hai un problema perché i minori di anni sedici possono andare a fare in culo. Ciao, torna a casa, fatti una dormita anche per me."
"Non se ne parla nemmeno. Ho rischiato una tempesta ormonale di ceffoni per venire qua e adesso corro."
"Ok, vaglielo spiegare agli organizzatori che i tuoi 14 anni valgono sedici per la tua bella faccia. A meno che non presenti un'autorizzazione scritta di papà tu non vai da nessuna cazzo di parte."
"Non c'è bisogno di nessuna autorizzazione. Io qui non esisto. Basta che mi dai il tuo giubbotto e il tuo casco di merda e voglio vedere come fanno a riconoscermi."
"Se pensi che io ti faccia mettere la tua testa di cazzo nel mio casco Nava sei fuori come uno zerbino!"
Il Milza disse: "Decidetevi che tra due minuti arriva il Troll per il cambio."
"Bene, allora ridammi le mie centomila."
"Sì vabbè poi quando ce le ho te le ridò."
"Ti conviene sennò lo dico a papà e poi vediamo. Anzi, domattina glielo dico."
"Se lo fai ti ammazzo."
"Se avrai ancora le gambe per inseguirmi..."
"Allora ti ammazzo subito."
"Bravo, e poi dovrai spiegargli cosa ci facevo qua."
Ezio detto Petardo detto "mio fratello minchiaziofà" si massaggiò il mento. Poi disse: "Va bene ma un giro solo e sul Basic di Alfredo." E me lo indicò col pollice: poverello, lo avevano ricolorato di rosso con tanto di svastica sul serbatoio! Alfredo inchinò la testa afflitto.
"Scherzi? Io non ho mai guidato un motorino con le marce! Devo prendere il Sì."
Proprio in quel momento arrivò il Troll. Si tolse l'elmetto nazista da testa e lo buttò per terra.
"Dio fa che gente di merda che c'è quest'anno!"
Poi lasciò cadere il motorino con la ruota che ancora girava e si diresse al chiosco dei panini senza cagare nessuno.
"Beh?" feci.
Ezio si sfilò il chiodo, mi tirò il casco sullo stomaco e mi disse: "Sei veramente uno stronzo!"
Mi strinsi nelle spalle, misi su giubbotto e casco, saltai sul motorino e mi diressi verso la linea di partenza: lasciai il cartellino al cronometrista e poip mi lanciai nella bolgia.
Il circuito cominciava con la lunga curva di Corso Buozzi dove tutti aprivano a palla. Il rumore infernale, inimmaginabile, ti esplodeva in testa mentre la gola bruciava dell'odore acre del fumo di olio di ricino e della polvere che sollevavano i motorini nella zona sterrata ma non me ne rendevo neanche conto: stavo correndo la gara dei cinquantini cazzo! Correvo e pensavo già al lunedì, a scuola, quando l'avrei detto a Giada, che tanto se ne sarebbe fregata.
Al fondo di Corso Buozzi una serie di pneumatici e balle di paglia disposti ad arte, costringevano a salire sulla piazza completamente ricoperta di sabbia. I riflettori del mercato illuminavano la scena quasi a giorno ma in lontananza lo stesso si scorgevano dei punti completamente bui. Intanto seguivo il percorso disegnato dai nastri rossi e bianchi dei cantonieri come ipnotizzato. C'erano salite e discese e i solchi scavati nelle curve facevano ballare in mano il manubrio come se fosse un vibratore da elefanti. Come me la sarei cavata là dove non si vedeva un accidente? Cazzo, se avessi scassato la moto la mia pelle non sarebbe valsa lo sputo di un ubriacone. Ad aggiungere nervosismo poi un tizio mi si era attaccato al culo e non si decideva a superarmi. Cioè, a me non me ne fregava un accidente di arrivare primo o novantanovesimo e già un paio di volte gli avevo lasciato strada per farlo passare, ma st'impedito perdeva sempre l'occasione finendo per restarmi impalato dietro. Infine non ci vedevo più un accidente: la polvere che filtrava dentro la visiera si impastava con la condensa del respiro affannoso e la traspirazione, coprendomi la visuale. Se chiudevo la visiera per non far entrare la polvere non respiravo più ma se l'aprivo completamente la polvere mi finiva direttamente in gola. Tra una cosa e l'altra insomma, l'entusiasmo mi era bello che passato e davvero non vedevo l'ora di finire sto benedetto giro!
Infine arrivammo alla parte buia del percorso: c'era una mezza gobba e poi due curve un po' sbilenche che decisi di prendere con prudenza. Il tipo che mi stava dietro invece aprì a manetta e mi speronò sul fianco, facendomi cadere! Poi buttò la sua moto per terra, si sfilò il casco e mi aggredì di brutto:
"Brutto pezzo di merda! E' da oggi pomeriggio che ti aspetto per spaccarti la faccia, brutto bastardo!" Si tolse i guanti, li mise nel casco e buttò tutto di fianco alla moto. Gli altri concorrenti che passavano ma si facevano tutti i cazzi loro. Di scene così dovevano averne viste un miliardo quel pomeriggio.
Io mi tirai su come un grillo: "Ehi amico, guarda che c'è un equivoco!" e poi BAMMMM! gli diedi una testata col casco dritta in faccia con tutta la forza che avevo in corpo! Poi saltai sul Sì e ripartii a manetta. Non so cosa combinò il tipo, non mi voltai più indietro. Tirai come una scheggia fino al traguardo, presi il foglio del cronometrista e mi infilai nel cancello dell'oratorio. Posai la moto, restituii casco e chiodo a mio fratello e feci per scappare.
"Ehi, che cazzo hai combinato?"
"Per caso oggi pomeriggio hai litigato con uno su un Fifty con un casco rosso, un giubbotto di jeans senza maniche e la faccia da picio?"
"Sì perché?"
"Beh, gli ho appena spaccato la faccia con una testata."
Ezio guardò il casco e vide la macchia di sangue proprio sopra l'apertura della visiera. Fece una smorfia soddisfatta e mi diede una mezza pacca sulla spalla.
Da allora smisi di essere il fratellino minore scemo.
Ho partecipato a una discussione sul tema
LE DONNE PREFERISCONO GLI UOMINI STRONZI
Questo è il mio contributo.
Bah, non essendo dotato di una personalità e di un fisico straripanti ho sempre seguito una serie di regole che di solito funzionano abbastanza:
1) non guardare al centro della ribalta ma negli angoli bui dove non guarda nessuno: cercare di capire se la tipa occhialuta che veste come mia nonna in carriola, abbia le potenzialità di diventare una figa una volta tirata a lucido. La figa che tutti si baccagliano nel 99% dei casi è una perdita di tempo;
2) essere sempre in caccia, non perdere nessuna occasione, non abbassare mai la guardia;
3) cercare di essere il più rassicurante possibile, quindi per esempio:
a) evitare il contatto fisico: le donne odiano essere toccate per prime. Questo vale anche per lo spazio tra i corpi: dev'essere la ragazza a superarlo. Questo è anche l'indizio fondamentale per capire se ci sta o no. Se avvicina il seno a una distanza tale per cui potremmo sfiorarglielo inavvertitamente muovendoci vuol dire che ci sono buone possibilità che ci stia. se non le piacciamo invece resterà a una distanza tale che il seno non glielo toccheremmo neanche allungando le mani allo spasimo;
b) evitare di dare la sensazione alla ragazza che l'abbiamo messa al centro del nostro mondo. Lasciate perdere la letteratura, quella è per i fessi: le ragazze si spaventano. Preferiscono sentirsi in posizione defilata per illudersi di poter scappare quando vogliono.
c) non soffocarle con telefonate, regalini, cazzi e mazzi. Il gesto più è piccolo, più è efficace, perché il messaggio arriva per via subliminale. Una cosa che ho sempre fatto è quella di alzarmi in piedi quando arrivano. Ed una volta una ragazza che avevo frequentato mi ha detto che io le ero piaciuto da subito perché la prima volta che era arrivata nella compagnia io ero stato l'unico che si era alzato in piedi per salutarla. E' vero giuro. Quando me l'ha detto mi sarei morso le mani.
d) non caricare di aspettative una relazione: i nostri problemi vanno risolti altrove;
5) Imprimere alla relazione un'atmosfera di leggerezza dall'inizio al suo culmine: baciarla e farci sesso la prima volta come se fosse la cosa più naturale e rilassante del mondo non come se rischiassimo di scoppiarci nelle nostre mutande.
Non ho mai fatto sfracelli, per esempio non ho mai combinato niente in discoteca però per le relazioni a medio-lungo termine sono sempre stato abbastanza bravo. Del resto lo diceva anche Ovidio: "Conosci te stesso".
R. "Alzarsi in piedi per salutarle? Dipende dalla ragazza... Se devo salutare una che mi sta simpatica, d'accordo.. Ma la fighetta del gruppo lasciamola avvicinare per salutarci restando seduti "
Forse non mi son spiegato: devi alzarti in piedi CON TUTTE. Devi aprire la porta A TUTTE. Devi essere gentile CON TUTTE.
Poi per carità, se se lo meritano le puoi e le devi mandare a fare in culo, se non sei d'accordo con loro glielo dici e ci discuti pure e se hai ragione tu tieni pure duro, ovviamente nei limiti della buona educazione. Il punto, la regola d'oro è che tu non hai bisogno di loro per vivere bene, o perlomeno, non glielo devi far capire. Tu le apprezzi e le rispetti in quanto esseri umani ma il centro della tua vita è altrove.
Se tu apri la porta a UNA SOLA ragazza. Se tu A UNA SOLA dai sempre ragione. Se tu ti alzi in piedi PER UNA SOLA ragazza e delle altre te ne sbatti il cazzo l'hai già messa al centro del tuo mondo e ti sei fottuto con le tue mani.
Il privilegio di essere LA SOLA ad avere diritto a certe attenzioni se lo devono conquistare, non glielo puoi concedere di default.
Altra cosa: ogni tanto vedi dei tizi normali con delle fighe assurde. Può darsi che abbiano il maserati e la casa in montagna, eh? Può darsi che ci abbiano una mazza di mezzo metro. Questo non possiamo saperlo.
Spesso però è gente che ha trovato una ragazza dall'aspetto banale, le ha insegnato a vestirsi, le ha infuso fiducia in se stessa, l'ha aiutata a crescere e ad uscire dal bozzolo. A volte basta poco eh? Due lenti a contatto, le sopracciglia rifinite, un po' di trucco, un paio di scarpe con un po' di tacco, un paio di jeans a vita bassa. Alla fine tu vedi la figa ma non lo sai lei com'era all'inizio della loro relazione.
Altra cosa: effettivamente certe donne preferiscono gli stronzi. Non vale per tutte però è vero.
Lasciatele perdere. Non state a perderci tempo. Uno più stronzo di voi prima o poi lo trova. Per cui o siete veramente stronzi e in grado di gestire una relazione di questo tipo o rischiate solo di sbattere il culo per terra e farvi male. Secondo me però se siete veramente stronzi dentro, non vi fermate certo a leggere quello che scrivo io. Quindi se siete arrivati fino a qua vuol dire che questo tipo di donna non fa per voi.
Ho detto.
LA CAGATA IDEALE

Secondo me il cesso ideale è una cella monastica con i muri in tufo.
Temperatura: sui 22-23°.
In leggero sottofondo musica giapponese o canti gregoriani e lo scroscio di una fontanella che risuona in un chiostro.
Nell'aria un estratto di rosa e di arancia amara.
La tavoletta in quercia dev'essere riscaldata dalla apposita geisha che esce dalla stanzina non appena ci sente arrivare.
Nel portariviste di fianco alla tazza troviamo:
- la settimana enigmistica con una matita marca TIRONE durezza 2B inserita a tenere il segno alla pagina del bartezzaghi. Per terra, di fianco al portariviste, la gomma marca stadler.
- il Quattroruote con le novità dell'anno prossimo
- L'ultimo Ciak
- un Topolino di annata
- il Guerin Sportivo
- Un pornazzo di tettone lesbiche.
L'estruso dev'essere autoconclusivo, nel senso che una volta deposto deve lasciare un piacevole senso di svuotamento.
La carta igienica dev'essere morbida ma resistente, delicata ma abbastanza solida per portarsi via il peggio di noi, dev'essere profumata e bella a vedersi. Insomma, dev'essere come le donne.
Il risciacquo deve essere violento ma delicato e deve portare via tutto: nel cesso ideale lo spazzolone per scatizzolare eventuali arabeschi non esiste perché non ce n'è bisogno.
L'intera operazione produttiva deve durare minimo trenta minuti, di cui due di spinta, due di pulizia e ventisei di meditazione.
LA GARA DEI CINQUANTINI (parte II)
Come volevasi dimostrare vinse uno sconosciuto di Torino. Io comunque non riuscii a vederne manco un minuto per via del blocco alla frontiera di Via Puccini dei miei genitori. A scuola e tra noi ragazzini se ne parlò ancora parecchio, se ne discusse e presero a circolare nuove leggende metropolitane ma alla fine non appena la piazza tornò in ordine, con i cubetti di porfido ripuliti dalle macchie d'olio e la sabbia spazzata via fino all'ultimo granello, anche noi riprendemmo a occuparci di altro.
L'autunno passò in fretta e poi l'inverno e la primavera. Arrivarono i primi caldi e gli esami: per me quelli di terza media (passati con un onorevole "distinto"), per mio fratello, quelli di riparazione a settembre: topografia, costruzioni ed estimo. Di una cosa ero sicuro, se mai fossi riuscito ad avere abbastanza soldi per mettere su casa non me la sarei fatta costruire da lui.
L'estate andammo con i nostri genitori a trovare i nonni al sud, che per i brillanti risultati scolastici elargirono 150mila lire a me e 200mila a Ezio. Quello fu uno dei momenti della mia vita in cui mi chiesi se valesse veramente la pena di perdere tempo a studiare.
Da lì in poi mio fratello praticamente lo persi di vista: prese a far comunella con i nostri cugini grandi ed in pratica sparì dalla circolazione: la sera usciva con loro per andare a baccagliare sulla lungo mare e di giorno dormiva mentre io facevo la parte del bravo ragazzetto: la mattina al mare con i miei e i cugini piccoli, per poi andare in visita a zii incartapecoriti di pomeriggio. Uscire di sera manco a parlarne.
Quando tornammo a casa Ezio si ricordò di improvviso che doveva studiare, anche perché se mai si fosse fatto bocciare mio padre l'avrebbe stirato di legnate. In pratica non lo rividi praticamente più fino a inizio settembre, quando con un'impetuosa botta di culo riuscì ad inanellare le tre sufficienze che gli garantirono il passaggio al turno successivo ed evitare il mostro di fine livello (mio padre incazzato).
Fu allora che iniziò a girarmi attorno con un'aria che non mi piaceva troppo. Un giorno mi arrivò da dietro mentre stavo sfogliando il catalogo postal market in cerca della biancheria intima.
"Senti, maaa tu i soldi dei nonni ce li hai ancora?"
"Perché?"
"No perché me li dovresti prestare."
"Per fare cosa?"
"Quest'anno partecipo alla gara dei cinquantini! Pensa che figo!"
"E i tuoi soldi?"
"Li ho dovuti spendere. Sai uscendo con Toni e banda giù, li ho spesi."
"Tutti?"
"Ci ho ancora messo cinquanta delle mie."
"Mi pigli per il culo."
"Eh: provaci tu ad andare in discoteca tutte le sere e poi mi dici."
"Ma almeno hai trombato?"
"E che c'entra?"
"Cioè hai speso duecentocinquantamila lire in quindici giorni e sei pure andato in bianco?! Ma vaffanculo!"
"Senti, ho dovuto, va bene? Ho dovuto. Adesso prestami 'sti soldi e non rompermi le palle."
"No. Cazzi tuoi. Chiedili a mamma."
"Ma guarda che te li ridò, eh? Minchia, ma non ti fidi?"
"No, non mi fido manco per il cazzo."
"Dai dio bono, è l'ultima edizione! Non ce ne sarà mai più un'altra. Me li devi proprio prestare!"
Lì mi son girato verso di lui. "Davvero è l'ultima?"
"E' l'ultima sì."
"Ah." Tirai un sospiro, chiusi il Postal Market e mi alzai in piedi.
"Va bene, te li presto. Ma voglio correre anch'io con voi."
"Ok. Dammi 'sti soldi che me ne occupo subito." E allungò la mano.
"No no. Vengo con te e faccio il cassiere. E voglio correre."
"Ma non puoi correre, bisogna avere sedici anni!"
"Massì figurati! Voglio vedere come fanno a controllare alle quattro del mattino chi c'è sotto a un casco. E comunque o così o niente."
Il team di Ezio si chiamava: "Fylfot" che poi sarebbe il nome della svastica nazista di quei quattro piciu che erano. Assieme a lui c'erano quattro suoi amici: Fernando detto il Troll, Marcello detto il Bomba, Carlo detto Scassa, e Alfredo detto il figlio del panettiere.
"Ma hai chiamato di nuovo quel piciu di Alfredo?"
"Solo perché ci ha i soldi. Esattamente come te."
Il motorino scelto era un Sì Piaggio che il Bomba aveva taroccato. La modifica più vistosa era il serbatoio dipinto di rosso con la croce uncinata al posto della marca.
"Ti va bene che è un motorino senza marce."
Ezio si mise a gambe larghe in mezzo al cortile, mani ai fianchi. Tirò gli occhiali da tarro giù per il naso e lanciò un'occhiata circolare: "Ho deciso che corre anche il mio fratellino. E' giovane e si deve fare."
Gli altri si strinsero nelle spalle ma non erano esattamente contenti.
Poi il Troll disse: "E proviamolo 'sto fratellino."
Mi portarono nel cortile del Bomba e mi fecero salire sulla bestia: "Occhio che è taroccato."
Diedi giusto un tocco d'acceleratore e il motorino si impennò. Tra le risate dei quattro fenomeni riuscii a metterlo giù e a fare un giro completo con moolta fatica.
"Ma dove cazzo vuoi andare???" E giù risate. Solo mio fratello era serio. Anzi era diventato color verde smeraldo.
Ne feci un altro più disinvoltamente ma qui mi fermarono. "Lascia perdere che è meglio."
Mi aspettavano due settimane durissime.
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