Più passa il tempo, meno ho voglia e meno ho voglia, meno mi passa il tempo

Se tu mi guardassi da lontano, o caro lettore, dubito che riusciresti a distinguermi dalla massa.
Tra tremila anni gli archeologi che esporranno i miei resti nel museo del 21° secolo scriveranno sulla targhetta:
“Impiegato dell’era berlusconi ha un tenore di vita paragonabile a un operaio degli anni ’70 del secolo precedente ma la precarietà di una puttana nigeriana appena sbattuta sul marciapiede. Il poveraccio pensava di essere vicino alla felicità perché in realtà non capiva un cazzo. Del resto l'orribile vita che conduceva se la meritava in pieno, appartenendo egli al ceto sociale con il minor spirito di classe della storia della civiltà umana. Persino gli avvocati, persino gli industriali, i commercianti, coloro che insomma vivevano della rovina dei concorrenti erano riuniti in associazioni, corporazioni, sindacati: l'impiegato a cavallo tra 20° e 21° secolo invece, era completamente abbandonato al suo destino. I sindacati dei lavoratori che avrebbero dovuto vegliare su di lui, avevano infatti preferito dedicarsi alla difesa di operai e pensionati, che avevano un livello di reddito al limite della sopportazione umana e che soprattutto compravano le tessere e scendevano in piazza quand’era ora di manifestare. L’impiegato invece era un individualista diffidente e cattivo e così si prendeva per intero il carico di merda destinato alla massa dei lavoratori dipendenti in cambio di uno stipendio solo nominalmente più consistente di quello degli operai. Come molti suoi contemporanei, l’esemplare che vedete qui esposto aveva così cercato una via di fuga mentale aprendo un blog su internet, quella rozza prima esperienza di rete in cui poi ci siamo trasferiti -una volta divenuti puro spirito- duemila anni fa”
Così, abbastanza vicino a quella che dante definì la metà del cammin di nostra vita traggo un bilancio di metà esercizio e ammetto quanto segue
1) faccio un lavoro di merda; 2) frequento in larga maggioranza delle teste di cazzo a partire dai colleghi; 3) ho uno stipendio che se io e la mia auto non facciamo puttanate, mi permette di chiudere il mese leggermente sopra il pareggio;
4) una volta ogni sette minuti immagino la scena delle mie dimissioni ultima versione io che incido con un saldatore la mia lettera di dimissioni sul cuoio capelluto del mio titolare
5) racconto in giro di aver scopato una quantità di donne pari o forse persino superiore al numero di donne in età fertile che ho effettivamente conosciuto in tutta la mia vita;
6) al di fuori di mtv, qualche sporadico programma comico, il calcio, blob, e i telegiornali praticamente non guardo più la televisione; 7) credo che i pink floyd siano stati il secondo più grande gruppo della storia, perlomeno finché il cervello di waters ha retto;
8) vorrei vedere berlusconi costretto a presentarsi alle elezioni senza fondo tinta in faccia e con i capelli del loro colore naturale;
9) non so i nomi delle veline e me ne vanto apertamente; 10) una volta ogni sette minuti penso “chi cazzo me lo fa fare”; 12) non ho più voglia; firmato:
boinz, 12/01/2004
LA GARA DEI CINQUANTINI (parte I)

Attorno ai tredici anni il sogno proibito mio e di gran parte dei miei compagni di merende non era il sesso, non era lo scudetto del Toro o della Juve, non era andare a vedere un concerto dei Rockets o farsi regalare l'Intellivision della Atari. Il nostro sogno era vincere la 24 ore dei cinquantini che si correva ogni prima domenica d'autunno nella piazza del mercato.
Nemmeno a Monza, nemmeno a Montecarlo si viveva la settimana del gran premio con l'intensità con cui noi vivevamo i giorni precedenti la nostra gara! Non appena il Corriere pubblicava la lista ufficiale dei team, era pura frenesia: anche quell'anno i favoriti erano il "Bar Cartoccio" di Strada Torino, seguiti dai "Copacabana" di Pecetto mentre si scommetteva sui "Red Devils" di Pralormo come primo gruppo a farsi squalificare per rissa.
Con le nostre scassatissime biciclette provavamo a riviverne le gesta in cortile, radunandoci in team coi nomi dei robot dei cartoni giapponesi ma il sogno ovviamente era quello di disputarne uno con un motorino vero.
In realtà la stragrande maggioranza della popolazione era contraria alla corsa e tutti sapevamo che prima o poi sarebbero riusciti a farla cancellare: troppo casino, troppo rumore, troppa puzza di gas di scarico, troppe botte. Troppi i truzzi che convergevano nello stesso luogo allo stesso tempo col loro carico di pessima birra ed intenzioni se possibile anche peggiori: la corsa infatti non era solo l'occasione per dimostrare millantate capacità di pilota ma soprattutto la scusa per regolare un po' di conti vecchi ed aprirne di nuovi. Per noi tamarri in erba era una pacchia assistervi ma sarebbe durata ancora per poco: la speranza era che quel poco bastasse per permetterci di correre almeno una volta nella vita.
Per il momento dovevamo accontentarci di venerare i nostri fratelli maggiori che avevano avuto la fortuna di prendervi parte. Ogni tanto riuscivamo ad intrufolarci nei loro capannelli per farci raccontare qualche storia di sorpassi in curva regolati a catenate o di spedizioni punitive di massa, delle ricche vecchiazze che scendevano dalla collina alla ricerca di brividi e di cazzi asinini e dei modi artigianali per truccare un motorino! In realtà alla fine vincevano quasi sempre i team più ricchi, quelli che potevano permettersi di sputtanarsi il Fifty nuovo in una prova massacrante o di farsi elaborare la PX da Pinasco. Ogni tanto però capitava pure che prevalesse qualche poveraccio della bassa con un Ciao taroccato in cantina: i loro nomi restavano incisi nei nostri cuori a lettere d'oro e quando li incrociavamo in centro arrossivamo dall'emozione. Cece, il Fagiano, Nanni: tutti eroi in confronto ai quali persino Paolo Rossi era un cagone di merda.
Ho detto "i nostri fratelli maggiori". In realtà Ezio detto petardo detto mio fratello minchiaziofà, dopo anni di suppliche al limite della prostituzione, solo un anno riuscì a trovare un mentecatto che lo prendesse come copilota senza fargli sborsare metà dei quattrini. Sfortunatamente per lui era Alfredo, il figlio del panettiere, un rincoglionito come non se ne ebbe mai uguale nella storia dell'intera provincia. Quell'anno Alfredo spese soldi buoni per un Garelli Basic che pure io che non ero mai montato su un motorino in vita mia, avevo capito con uno sguardo che doveva essere più fuso di un panetto di burro lasciato al sole. IL motore faceva un rumore di lattina vuota che rotola giù dalle scale, non frenava e non accelerava e non bastava certo la botta di vernice spray sul serbatoio per nascondere i danni di tre edizioni della corsa.
Ezio però era troppo eccitato per farsi fregare da questi dettagli: al Balôn a Porta Palazzo trovò per ottomila lire un vecchio casco della Nava tutto graffiato, che ridipinse oro e nero come la Lotus di Fittipaldi e un paio di finti ray ban a specchio tipo Chips. Completavano poi il suo armamentario: un paio di guanti da sci, un paio di jeans jesus, un paio di nastase ai limiti della praticabilità e un chiodo di nappa color petrolio da mettere in notturna sopra l'eterna maglietta di Topolino.
Purtroppo per Ezio la gara finì prestissimo: cinquanta metri dopo il via Alfredo grippò il catorcio ed andò a sbattere col mento contro il bordo del marciapiede, lasciandoci anche due denti. A quanto mi raccontarono mio fratello si precipitò subito a soccorrere il motorino, provando a farlo ripartire a spinta e bestemmie, senza degnare di uno sguardo Alfredo che rantolava per terra. Quando infine si rese conto che la ruota era bloccata e non c'era nulla da fare crollò a sedere sul marciapiede, dove scoppiò in un pianto a dirotto. Io non c'ero, ve la riporto come me l'hanno raccontata. Conoscendolo mi fa strano pensarlo in lacrime ma soprattutto il fatto che non si mise a prendere a calci nei fianchi Alfredo. Vabbè. Forse fu l'emozione a fregarlo. Fatto sta che per lui fu una delusione amarissima al punto che non mi rivolse la parola per una settimana, nonostante a me l'idea di prenderlo per il culo non mi passasse neanche per l'anticamera del cervello. Troppo pericoloso.
[continua]
VISITA NOTTURNA

L'altra sera è venuto a trovarmi Paperino. Era un po' giù di corda perché i nipotini prima l'avevano trattato a pesci in faccia davanti a tutti e poi erano partiti per il raduno delle Giovani Marmotte. Tanto per cambiare era pure in bolletta così Paperina l'aveva mollato come un fesso con un mazzo di fiori in mano ed era uscita con Gastone. Solite cose cioè.
Mi scivola pressocché informe sul divano, gli verso da bere e mi siedo anch'io. Alla tele danno un incontro di pugilato da cui ho tolto l'audio.
"Dovresti mandarla a fare in culo una buona volta!"
"Eh ma poi come faccio? Non è che ci siano tutte 'ste donne in giro, eh?"
"Gli altri come fanno? In qualche maniera se la caveranno pure, no?"
Vado a prendere dell'altro ghiaccio e ne metto un po' nel mio bicchiere, un po' nel suo.
"Mah... Topolino sta con quella zoccola di Minni, grazie..."
"Zoccola in senso letterale."
"Esatto. Quella vacca di Clarabella invece si fa saltare un po' da Orazio e un po' da Pippo... e quest'è. "
"Beh ci sarebbe Brigitta."
"Figurati, se non ci hai i quattrini quella non ti caga. E poi è più vecchia di una barzelletta di Pico de Paperis!"
"E Trudy? Con Gamba al gabbio chi se la tromba quella?"
"Per carità! Gamba ti dà da mangiare ai suoi cani per molto meno! E poi dai, è un cesso!"
Mi alzo, apro la scatola delle noccioline salate e la metto sul tavolino. Paperino ne arraffa una manata e se la spara in bocca.
"No, lo sai chi è che è una bella figa?"
"No."
"Amelia, la strega che ammalia."
"Ma non è un po' in là con gli anni?"
"Tutta esperienza. Quella sì che me la scoperei volentieri. Mi è sempre piaciuta cazzo. Dev'essere veramente una maiala, sai del tipo un po' perversa e un po' pervertita... come piace a me!"
E qui mi agita la mano che regge il bicchiere davanti al naso, facendo tintinnare i cubetti di ghiaccio. Glielo riempio poi riempio il mio.
"E perché non ci provi?"
"E come faccio? Abita in culo a San Pasquale... Chi ce li ha i soldi per arrivarci?"
"Già, siamo sempre lì."
"Il vecchio porco!"
"Già. Che poi se ci pensi, no? Prendi tipo i due Agnelli. Lapo e l'altro, come si chiama. Anche loro ci hanno uno zio straricco (cioè, ci avevano, perché vabbè) ma hanno sempre vissuto nella bambagia a bere, mangiare e fare un cazzo, no? Anche giustamente dico. Perché tu non dovresti fare come loro?"
"Cioè pippare coca e farmi inchiappettare da un vecchio travestito?"
"Se ti gira quello perché no?"
"L'hai appena detto perché: perché il loro zio è defunto e il mio è ancora bello, vivo e vegeto."
Non dico niente. Faccio girare la bottiglia una volta, due, tre. Alla tele il pugilato diventa sempre più grottesco finché non ci ritroviamo abbracciati, bevuti come due cocozze. Mi alzo a fatica e tiro su Paperino per il fiocco: "Senti, adesso andiamo a trovare il vecchio bastardo."
"Oh no! No, dai: ho già mal di testa..."
"...andiamo a trovare il vecchio bastardo e lo gonfiamo di botte fino a che non apre la cassaforte!"
".Per carità! Oggi mi son già beccato i tre ingrati e Paperina che che si fa sbattere da Gastone!"
"...io lo tengo da dietro mentre tu con un tubo di ferro gli spacchi le ginocchia, così pam!..."
Lo lascio cadere sul divano e scivola direttamente sotto al tavolino come un foglio di carta che ondeggia nell'aria mentre io mimo un rovescio tennistico.
"...mi manca giusto la cazziata del vecchio bastardo per fare giornata completa!"
"Te lo giuro: se solo apre il becco (nel vero senso della parola) gli do una crocchia in faccia che ora che smette di girare, la figa è passata di moda!"
Saliamo sulla 313. Io mi stravacco dietro, nel posto dei nipotini con un piede di fuori e uno dentro. Prendiamo su per la collina: Paperino guida disinvolto attraverso i campi minati e i cavalli di frisia. Sembra un campo di battaglia, tanto che ci si potrebbe fare un film su Iwo Jima.
"E pensare che con i quattrini che ha, potrebbe vivere in centro a Parigi, sto schifoso!"
"L'hai portato il tubo di ferro?"
"No."
"E minchia!"
Arrivati in cima ci sediamo sui gradini del deposito e guardiamo sotto Paperopoli illuminata. Accendo due sigarette, una gliela passo, dall'altra tiro una boccata profonda e poi soffio, un po' dal naso, un po' dalla bocca. Per un attimo le luci della città spariscono dietro il fumo.
"Senti ma tu Paperina la ami veramente?"
Paperino aspira a fondo e tiene dentro il fumo mentre riflette.
"No. Fondamentalmente,anzi, non me ne frega un cazzo."
"E' il fatto che sia tua cugina che ti blocca?"
"A me? E che me ne frega a me! Sono un orfanello io! E' Gastone che dovrebbe porsi il problema del vincolo di sangue, mica io."
Tiro ancora una boccata, poi spengo la sigaretta sotto il tacco.
"A te ti ha rovinato st'ambiente, sta gentaglia. Dovevi restartene in campagna, te lo dico io!"
"Già. Da Nonna Papera. Chi cazzo me l'ha fatto fare di venire in città non lo so."
"E' che in campagna ci si rompe il culo!"
"Allora va bene per Gastone! Quello il culo ce l'ha sfondato mica solo in senso metaforico. E' proprio uguale a Lapo. Guarda, si assomigliano pure."

Tiro un rutto di assenso. Mi è venuto un sonno pazzesco.
RIPRESENTAZIONE

Mi piacerebbe scrivere una nuova presentazione, di me stesso, del blog e di me come blogger.
Ho provato un paio di volte e non ci sono riuscito, eppure il mio ritratto di "impiegato dell'era berlusconi" che campeggia qui a sinistra non è più attuale, esattamente come non è più attuale berlusconi. Si impone quindi la necessità di darmi una nuova definizione in venti righe.
Annaspo nel tentativo di cogliere il filo della mia vita attuale, anche perché mi rendo conto che la precedente definizione coglieva lo sfondo e i contesti e la figura di primo piano (cioè io) veniva rappresentata di riflesso. Qui contesto e sfondo mi sfuggono e così la figura di primo piano (sempre io) rimane mimetizzata, più che altro per la vergogna.
Il problema è che ogni sistema non può essere definito se non visto dall'esterno ed io a questo grado di autoconsapevolezza non ci sono ancora arrivato e meno male.
Provando a ricicciare la stessa traccia dell'altra volta, ovvero il primo post che abbia scritto qui sopra, direi: "Apolide italiano, espatriato in Francia per: 1) noia esistenziale; 2) crisi dell'industria torinese e datore di lavoro completamente pazzo; 3) vedere un po' di figa ogni tanto. A 36 anni egli cerca di integrarsi in una realtà di cui gli stessi autoctoni lamentano l'impenetrabilità. Di fatto tutto gli sfugge, un po' perché il francese è una lingua parlata tutta in sottotesto, dove è facile fare la figura del pirla specie se uno è già picio di suo; e un po' perché sta rapidamente rincoglionendo. In un contesto poi in cui sei valutato esclusivamente in base agli studi che hai fatto, normalmente esprimibili con una formula astrusa a lui incomprensibile, la sua origine estera lo rendono di fatto un alieno. Così giunto con un po' di culo alle soglie di quella che Dante definì il "mezzo del cammin di nostra vita" (a meno che non si riferisse al tram) traccio con orrore un secondo sommario bilancio del percorso sin qui compiuto, che cerco di sintetizzare nei seguenti 11 punti: 1) faccio il solito lavoraccio orrendo, in più in una lingua che non è la mia; 2) frequento in larga maggioranza gente che mi guarda attraverso. Meno male perché non li sopporto; 3) ho uno stipendio con cui a Torino farei la vita da nababbo. Sfortunatamente non sono a Torino così faccio la solita vita da barbone; 4) una volta ogni sette minuti penso alla scena delle mie dimissioni dalla precedente occupazione: se solo non avessi dimenticato il randello! 5) ho smesso di raccontare storie sulle mie avventure sessuali, tanto non ci credeva nessuno. Ora fingo un riserbo da gentiluomo. Inutile dire che anche questa nessuno se la beve; 6) al di fuori di mtv, qualche sporadico programma comico e i telegiornali praticamente non guardo più la televisione. Calcio e blob in Francia non esistono. Cioè, il calcio ("le foot") ci sarebbe pure ma fa schifo. Blob invece dura talmente poco da non essere rilevabile; 7) i pink floyd sono ancora grandi ma cazzo gli Who stanno risalendo clamorosamente la classifica! 8) mi secca di essermi perso la faccia di Berlusconi dopo le elezioni ma credo di condividere questa mancanza con 56 milioni di italiani circa; 9) ogni tanto leggo sui giornali italiani i nomi di nuovi personaggi della televisione e il fatto di non sapere chi siano mi intristisce. Poi scopro che anche quando stavo ancora a Torino erano famosi e mi consolo; 10) una volta ogni sette minuti penso:"Boh?"; 11) ho ancora voglia ma non so di cosa. Firmato: Boinz.
LA FORESTA

Non so se l'avevo già detto ma due isolati più in su di casa mia comincia una delle foreste che circondano Parigi. Io ci vado spesso in bicicletta a fare trekking, un po' per cambiare aria ai polmoni; un po' per buttare giù la pancetta che fatico a tenere sotto controllo; un po' per distendere i nervi dopo una giornata di ufficio e un po' perché semplicemente mi piace: è una foresta con tutti i crismi, con chilometri e chilometri di sentieri, animali in libertà quali scoiattoli, cerbiatti, lepri, fagiani, cinghiali (che per il momento fortunatamente non ho ancora incontrato), frutti di bosco, eccetera e percorrerla in bicicletta è incredibilmente rilassante.
Tra l'altro andare in bici nei boschi è senz'altro più piacevole che andare per strada: niente automobili, fa meno caldo, l'aria è più pulita e lo sforzo è meno banale, poiché ci sono salitelle, discese, curve strette ed ostacoli invece che strada, strada, strada, pedalare, pedalare, pedalare. Così lavoro permettendo, ogni due o tre giorni salto sul sellino e mi lancio giù per le discese ardite e le risalite: basta solo fare attenzione alle donne coi cani e i passeggini, ai bambini in triciclo e ai vecchi distratti coi sacchi della spesa in mano ma per il resto è libertà assoluta.
Un paio di settimane fa, dopo un acquazzone storico, son piombato su un roveto in una zona un po' isolata che nessuno aveva ancora passato a pettine. Come detto era piovuto parecchio e c'erano parecchie pozzanghere, cosa che rendeva oltremodo difficile l'accesso agli appiedati. Fatto sta che i due lati del sentiero erano neri di more ed io avevo davvero una fame boia. Così non ci ho pensato su due volte: ho posato la bici e ho iniziato a spararmele in gola a due mani fino a riempire lo stomaco prima e poi una sacchettata per la morosa.
Poche cose danno piacere come una mangiata di frutti presi direttamente dalla pianta: son tornato alla bici con un bel sorriso soddisfatto (magari un po' annerito) quando in mezzo a un ciuffo d'erba proprio di fianco alla ruota davanti, ho trovato un porcino dal peso netto di centocinquanta grammi. Incredibile: tanti anni dietro a mio padre a farsi su e giù i boschi di Superga senza trovare neanche un chiodino e qui di colpo senza sbattersi più di tanto, anzi per niente, mi si presenta lo Schwarzennegger dei boleti con i suoi due fratelli minori due passi più in là!
Li ho raccolti con un salto di giubilo poi son filato in farmacia per puro scrupolo a mostrarli e giuro: avessi presentato un diamante da duecento carati non credo che avrebbero fatto una faccia tanto diversa! Mi sono fatto dare due dritte su come pulirli e cucinarli, poi son tornato a casa e ne ho preparato una padellata da delirio con aglio, prezzemolo e peperoncino.
E' stato mentre cucinavo che ho avuto il flash: ecco cosa ci fanno tutti quei vecchi in giro con i sacchi della spesa! Vanno a funghi!
E da lì ho smesso di vivere.
Il giorno seguente, dopo una rapida indagine su internet, ho radunato nello zaino l'armamentario del bravo fungarolo: il coltellino a lama pieghevole (perché il fungo non va sradicato ma tagliato alla base), un rotolo di sacchettini da freezer (perché i diversi tipi di fungo vanno tenuti separati), il pacchettino di guantini in cartene rubato al settore frutta e verdura del carrefour (perché non si sa mai) e son tornato in foresta, con uno scopo antitetico rispetto alle volte precedenti e cioè gonfiare la pancetta anziché ridurla! La bici di colpo è diventata il mezzo di trasporto e non più il fine del divertimento, un accessorio e non l'elemento principe delle mie sgroppate, fatte a passo di formica e non più a pompate muscolari sui pedali.
Me la sono fatta tutta, piano piano: sono andato su e poi sono andato giù, ho percorso tutti i sentieri, i più battuti e quelli più nascosti, quelli più bui e quelli esposti al sole: avessi trovato un solo fungo! Niente, manco uno! Ovviamente di fianco al roveto non ho mai più trovato nulla, neanche le more: una volta asciugate le pozzanghere e riaperte le vie ai camminatori, già qualcosa che abbiano lasciato le spine sui rovi!
Capii in fretta che girare a caso non serviva a nulla. Bisognava agire d'astuzia, altroché, e cioè pedinare i vecchi per cercare di capire quali fossero le buone zone!
Sfruttando il mio look da ciclista per deviare i sospetti, dopo lunghi appostamenti e accenni di inseguimento, alla fine ho capito che tutti arrivavano grosso modo dalla stessa zona: un incrocio a tre vie che pure avevo battuto con estrema attenzione e dove non solo non avevo trovato mai un fungo ma neanche qualcuno piegato nell'atto di coglierli!
Evidentemente dovevo allontanarmi dai sentieri e spingermi nella foresta più interna, così ho mollato la bicicletta contro un albero e mi ci sono addentrato a piedi. Ho camminato un bel po' (e lì mi sono accorto che avere il caschetto dsa ciclista in plastica dura è molto comodo quando si procede senza fare attenzione ai rami ad altezza testa), trovando bottiglie vuote, il pistone della sospensione di una macchina lo scheletro di un ombrello, delle scarpe da donna e persino un paio di pantaloni quando mi son trovato di fronte un cane di grossa dimensione che mi abbaiava contro minaccioso.
Ecco, una delle cose che mi fanno paura della foresta è l'idea di essere assalito da un animale. Spesso i bordi dei sentieri sono segnati dai solchi profondi che i cinghiali scavano con le zanne in cerca di cibo ed è automatico pensare che effetto farebbe una cornata del genere in una coscia. Non mi ero però ancora posto il problema se anche in Francia la nostra tradizione estiva dell'abbandono dei cani per strada sia altrettanto diffusa. Una dimenticanza che piantato in mezzo alla foresta, lontano dalla bici, lontano dal sentiero dove passano le persone, di fronte a un cane incazzato ho rischiato di pagare cara. Il tempo di prendere in considerazione l'ipotesi di tirare fuori il coltello da funghi dallo zaino ed una voce femminile ha zittito il cane con un secco comando.
Da dietro una serie di cespugli è sbucata una donna sulla cinquantina, con delle foglie di rabarbaro in mano e un largo cappello di paglia in testa. Mi ha fatto un cenno di scuse, dicendomi di non temere con una mezza risatina, e poi mi ha chiesto cosa ci facessi abbigliato in quel modo in mezzo alla foresta.
Glisso elegantemente sull'idea che mi aveva sfiorato di piantare una coltellata nella nuca del suo fuffi dopo uno scontro in stile Sandokan, e le dico che appunto mi ero allontanato solo un attimo dalla bicicletta per vedere se c'erano dei funghi in giro.
"Funghi? Ah, ma non li troverà di certo qui! Deve superare la radura!"
"Quale radura?"
"Ha presente l'incrocio che c'è al fondo del sentiero asfaltato? Sulla sinistra c'è un piccolo cammino, mezzo nascosto dall'erba: deve risalire la collinetta, attraversare il falso piano d'erba e nel bosco dall'altro lato troverà un sacco di funghi di tutti i tipi!"
La ringrazio e le auguro buona continuazione, poi torno indifferente alla bici. Una volta in sella però mi precipito all'incrocio e dopo un attento studio, finalmente noto un sentierino che sale tra gli alberi. Lo percorro di corsa, attraverso la radura malgrado certe buche che mi fanno rientrare il culo di due centimetri e finalmente arrivo al bosco incantato: di funghi manco uno ma dalla terra spuntano un sacco di mozziconi di gambo tagliati col coltello, segno inequivocabile che qualcuno era passato a far la spesa.
Ora devo solo capire quali funghi cogliere. Mentre torno a casa supero un ultimo vecchietto con la sua brava sporta. Mi fermo qualche metro dopo davanti a una panchian per bere e quando mi raggiunge, guardando la sua borsa gli chiedo con aria stupidina se raccoglie funghi: "Perché ne ho visti molti su di là..." e indico con la mano in direzione del roveto. Evidentemente l'informazione gli torna, mi prende per elemento non pericoloso, mette una mano nel sacchetto e tira fuori un fungo chiedendomi se sono così quelli che ho visto.
"No, gli dico, son di un marrone più scuro sopra e il gambo è color nocciola."
A questo punto al vecchio brillano gli occhi. Punto sull'orgoglio apre bene il sacco per mostrare (più a lui che a me) che comunque anche quelli che ha colto lui sono dei bei funghi: ne ha di vari tipi, quasi tutti sul genere porcino, alcuni con le spore gialle, altri con le lamelle, altri con forme più irregolari. Mi spiega come pulirli e come cucinarli, mi racconta da quanti anni viene nella foresta e le sue spedizioni più fortunate. Poi mi racconta la sua vita, di quando lavorava in Peugeot, di sua figlia che è andata a vivere a Lione ed ovviamente del suo viaggio in Italia con la moglie, una crociera sull'adriatico molto interessante, tra l'altro. Alla fine siamo quasi diventati amici, anche se io praticamente non ho aperto bocca. Mi dà due dritte per dei percorsi interessanti da fare in bici e mi dice di cambiare pompa, perché con quella pompettina che mi porto dietro faccio la figura del deficiente.
Quella notte sogno funghi. Anzi, mi basta chiudere gli occhi per vederli! Così il giorno dopo esco dall'ufficio come una scheggia, torno a casa a tutta velocità, mi cambio, mi precipito in cantina, recupero la bici e mi scapicollo nella foresta incantata: non è ancora passata la mandria e riesco a cogliere una bella zainata di funghi, tra cui anche tre o quattro porcini. Trovare dei funghi è una sensazione bellissima perché vedi foglie secche, erba, ramoscelli, poi di nuovo foglie secche, poi muschio, poi radici, poi un tronco mezzo marcio, poi foglie secche, poi erba e poi finalmente una testina marrone che emerge appena appena da terra. Ne raccolgo un bel po': corro a casa, li pulisco, li taglio, li faccio spurgare, li cuocio con aglio, prezzemolo e peperoncino, metto a scaldare l'acqua e quando la morosa arriva a casa le faccio trovare un piatto di tagliatelle ai porcini da risvegliare un morto!
"Ma come, mi fa, di nuovo funghi? Ma non ne avevamo già mangiati la settimana scorsa?"
E poi dici che uno si incazza...
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