Più passa il tempo, meno ho voglia e meno ho voglia, meno mi passa il tempo

Tempi sprecati

Blogger: boinz
Se tu mi guardassi da lontano, o caro lettore, dubito che riusciresti a distinguermi dalla massa. Tra tremila anni gli archeologi che esporranno i miei resti nel museo del 21° secolo scriveranno sulla targhetta: “Impiegato dell’era berlusconi ha un tenore di vita paragonabile a un operaio degli anni ’70 del secolo precedente ma la precarietà di una puttana nigeriana appena sbattuta sul marciapiede. Il poveraccio pensava di essere vicino alla felicità perché in realtà non capiva un cazzo. Del resto l'orribile vita che conduceva se la meritava in pieno, appartenendo egli al ceto sociale con il minor spirito di classe della storia della civiltà umana. Persino gli avvocati, persino gli industriali, i commercianti, coloro che insomma vivevano della rovina dei concorrenti erano riuniti in associazioni, corporazioni, sindacati: l'impiegato a cavallo tra 20° e 21° secolo invece, era completamente abbandonato al suo destino. I sindacati dei lavoratori che avrebbero dovuto vegliare su di lui, avevano infatti preferito dedicarsi alla difesa di operai e pensionati, che avevano un livello di reddito al limite della sopportazione umana e che soprattutto compravano le tessere e scendevano in piazza quand’era ora di manifestare. L’impiegato invece era un individualista diffidente e cattivo e così si prendeva per intero il carico di merda destinato alla massa dei lavoratori dipendenti in cambio di uno stipendio solo nominalmente più consistente di quello degli operai. Come molti suoi contemporanei, l’esemplare che vedete qui esposto aveva così cercato una via di fuga mentale aprendo un blog su internet, quella rozza prima esperienza di rete in cui poi ci siamo trasferiti -una volta divenuti puro spirito- duemila anni fa” Così, abbastanza vicino a quella che dante definì la metà del cammin di nostra vita traggo un bilancio di metà esercizio e ammetto quanto segue 1) faccio un lavoro di merda; 2) frequento in larga maggioranza delle teste di cazzo a partire dai colleghi; 3) ho uno stipendio che se io e la mia auto non facciamo puttanate, mi permette di chiudere il mese leggermente sopra il pareggio; 4) una volta ogni sette minuti immagino la scena delle mie dimissioni ultima versione io che incido con un saldatore la mia lettera di dimissioni sul cuoio capelluto del mio titolare 5) racconto in giro di aver scopato una quantità di donne pari o forse persino superiore al numero di donne in età fertile che ho effettivamente conosciuto in tutta la mia vita; 6) al di fuori di mtv, qualche sporadico programma comico, il calcio, blob, e i telegiornali praticamente non guardo più la televisione; 7) credo che i pink floyd siano stati il secondo più grande gruppo della storia, perlomeno finché il cervello di waters ha retto; 8) vorrei vedere berlusconi costretto a presentarsi alle elezioni senza fondo tinta in faccia e con i capelli del loro colore naturale; 9) non so i nomi delle veline e me ne vanto apertamente; 10) una volta ogni sette minuti penso “chi cazzo me lo fa fare”; 12) non ho più voglia; firmato: boinz, 12/01/2004

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sabato, maggio 27, 2006

Tra la fine della scuola e l'inizio dell'università iniziai a guardarmi intorno alla ricerca di qualcosa da fare per tirare su qualche quattrino senza spaccarmi la schiena in due.

All'epoca giravo spesso con un compagno della squadra dove giocavo a pallone, che a tempo perso faceva il DJ in una piccola radio libera della "bassa". La sua trasmissione cascava giusto prima dell'allenamento così con la scusa di fare poi la strada assieme (anche perché lui aveva la macchina e io no) due volte alla settimana lo andavo a trovare. In verità però il motivo era che adoravo l'atmosfera della radio: la musica, le attrezzature, la leggerezza dell'ambiente, le voci impostate eccetera. Tanto più che tra tutti e due facevamo un DJ quasi perfetto: lui ci metteva la tecnica e le cazzate a raffica da sparare nel microfono mentre io masticavo quel tanto di musica da tirare giù una scaletta più decente di quelle che pescava direttamente dalla classifica di Sorrisi e Canzoni. Piano piano standogli a fianco mentre smanettava su piatto e cursori, mi ero fatto un'idea abbastanza chiara di come funzionasse una radio: non che ci volesse una scienza, intendiamoci, nel senso che è uno di quei lavori che basta saper distinguere la mano destra dalla sinistra per capire tutto quello che c'è da capire, ma mi piaceva da matti e così mentre mi preparavo a iniziare il mio primo anno accademico presi a scrivere a tutte le radio di Torino proponendomi come asino da soma.

Passò tutta l'estate e quando oramai avevo perso tutte le speranze, finalmente mi chiamò una delle radio più sgalfe in circolazione per farmi un rapido colloquio. Mi fecero fare anche un test su un mixer per mostrare che non ero proprio un banfone fino in fondo ma me la cavai discretamente bene. Era grosso modo fine settembre e venivo assunto (rigorosamente in nero) come assistente tecnico in prova.

Ora, se lo guardi da fuori, il lavoro del grande DJ è senz'altro una cosa straordinaria: risate, musica, figa, orari spettacolari. Visto dall'interno e dal gradino più basso dell'organizzazione, ti posso però assicurare che la vita che si fa in radio è abbastanza di merda. A me poi mi avevano ficcato tutti i lavori più schifosi: dalla preparazione del radiogiornale captato da una radio lombarda a cui dovevo giusto cambiare i jingle prima della rediffusione, allo svuotamento dei carrelli dei DJ titolari, che si portavano duecento CD in studio per poi magari usarne tre; dalla preparazione delle bobine di canzoni napoletane da vendere a una radio più sgalfa di noi fino alla tremenda bobinona della pubblicità: sei ore di follia al termine della quale uscivo dalla radio che sembravo Lino Banfi in "Vieni avanti cretino".

I quattrini erano pochi e tra una cosa e l'altra ero sempre di corsa. Comunque qualcosa la imparavo: le due voci di punta della radio mi avevano preso in simpatia e mi insegnarono parecchi trucchi del mestiere, così piano piano presi ad occuparmi anche di qualche compito un po' meno degradante: prima il "bobinone" notturno, sei ore di musica completamente a mia discrezione, poi i dischi in diretta tra un programma e l'altro, e infine addirittura qualche regia: niente di che, eh? Le trasmissioni dei bambini, i cartomanti, quelle rotture di scatole insomma, di cui nessuno voleva occuparsi,che però lo stesso mi facevano sentire "dentro". Il mio studio era quello in fondo a tutto, con i macchinari di recupero più vecchi e scassati ma almeno me ne stavo tranquillo. Poi un giorno nella sala d'attesa proprio di fronte alla mia stanza, iniziò ad installarsi una piccola comunità di amici e amiche del figlio di uno dei soci, mediocre DJ a tempo perso, che un giorno sì un giorno no veniva in radio quelle due ore, giusto per prendere due o tre dischi in prestito, stare un po' a raccontarsela, scroccare un caffè e due sigarette e andarsene.

C'era una ragazza in 'sto gruppo che non mi dispiaceva affatto. Di nome faceva Daniela ma si faceva chiamare Patti, come Patti Smith. Era di una bellezza veramente strana, tipo certe modelle inglesi ma mi affascinava perché stava in quel gruppo di piciu come un'arancia in un sacco di cipolle: parlava poco ma seguiva le cazzate sparate ad alzo zero con l'occhio di chi la sapeva lunga. In più aveva una voce roca molto sensuale ed un corpo che sembrava di corallo.

Io purtroppo tra l'università e i bobinoni avevo veramente poco tempo per cazzeggiare con loro così finivo per essere sempre più sfuggente di quanto volessi e la cosa mi faceva girare parecchio le scatole. Una sera però beccai Patti all'uscita della radio troppo fuori tempo massimo per essere un puro caso: evidentemente il mio atteggiamento prezioso l'aveva incuriosita o forse non ero poi così male. Fatto sta che ce la raccontammo un po' fino alla fermata del tram. In dieci minuti seppi tutto della sua vita: mi disse che studiava per diventare pittrice, che sua madre faceva la fioraia e che nel tempo libero suonava in un gruppo di blues rock che si ispirava ai Led Zeppelin, insistendo perché li andassi a vedere una volta. Mi diede anzi l'indirizzo della sala dove avrebbero provato quella sera poi salì sul 16 e sparì.

La sala dove suonavano era esattamente dall'altra parte della città. Ci andai giusto perché ero straconvinto che ne valesse la pena. Era la prima volta che mettevo piede in una sala prove (io avevo suonato solo nei garage) e a posteriori credo che sarebbe un ottimo argomento per un post: non mi viene in mente nessun altro luogo al mondo dove vedi il funzionario di banca ascoltare con timore reverenziale il percussionista rasta o un ragazzetto di quindici anni bere al bar con un biker vestito di cuoio dalla testa ai piedi. Girava veramente della gente assurda lì dentro, dal professorino in chiodo e stivalazzi a certi tizi così pieni di piercing da fare il rumore delle renne di Babbo Natale quando passavano. Beh, lo stesso i più truzzi di tutti i presenti quella sera erano gli amici di Patti, i Dyscordance.

Entrai che stavano già suonando e mi bastarono poche note per capire che gli Zep potevano continuare a dormire sogni tranquilli: suonavano così male e così ognuno per conto proprio, che veramente non potei fare a meno di congratularmi mentalmente per la scelta del nome. Suonarono fino tipo alla mezza o giù di lì e quando smisero andammo assieme a bere una cosa. Beh, devo ammettere che mi ci trovai bene, erano decisamente simpatici, molto più simpatici del giro "diurno" di Patti e persino della gente con cui giravo in quel periodo. Le prove del martedì sera divennero così un must e presi a frequentarli volentieri anche al di fuori della musica. Quando fecero il loro primo concerto addirittura mi chiesero di occuparmi del suono, sebbene fosse chiaro che non ne capivo una cippa: tutto quello che sapevo era muovere i cursori su e giù ma a loro bastava. Ero diventato veramente il sesto elemento del gruppo finché una sera che eravamo nella solita birreria Patti mi piantò all'improvviso un bacio con una tale foga che andai a sbattere con la testa contro la parete dietro la panca, e di colpo mi ritrovai con la ragazza.

A questo punto potrebbe sembrare che le cose andassero a gonfie vele e invece no.

All'università non combinavo niente, frequentavo sempre meno materie e sempre con minor profitto anche perché mi trovavo a passare sempre più tempo in radio, sempre più sgradevolmente per sempre meno soldi. Con la "capa" in particolare le cose andavano decisamente male, anche perché tutti i programmi che facevo erano con lei: evidentemente neanche gli altri la apprezzavano troppo. Comunque immaginate di odiare a morte una persona e di essere costretti ad ascoltarla in cuffia mentre fa la voce chioccia con le canzoni dello zecchino d'oro in sottofondo: un orrore!

Ad aggiungere pepe al paperacchio che stava diventando la mia vita, i miei avevano iniziato a starmi addosso, preoccupati per i miei orari sempre più strani, e il mio stato sempre più scassato. Ogni sera avevo diritto alla rappresentazione greca della mia vita, con mio padre nei panni dell'attore principale e mia madre che faceva il coro. Anche con Patti le cose andavano male: mi rendevo conto sempre più nitidamente che quando stava con i suoi compagni delle belle arti mi cagava appena salvo poi saltarmi addosso appena scendeva la sera e la cosa mi dava sui nervi, tanto più che i Dyscordance presero a trattarmi con la freddezza tipica di chi è geloso e la cosa non mi piaceva affatto. Insomma, ero stufo su tutta la linea ma avevo troppa paura di scoprire che nella mia vita non c'era nulla da salvare per fare qualcosa.

Le cose iniziarono a precipitare quando i Dyscordance si sciolsero e Patti mi piantò a ruota. Evidentemente anche lei non era troppo contenta della piega che aveva preso la sua vita ma lei almeno aveva deciso di darsi da fare per cambiare le cose. In pratica come mi aveva preso così mi lasciò.

Io reagii male: finii per incazzarmi contro tutto e contro tutti. Un giorno durante una trasmissione di un cartomante, una ragazza chiamò per dire che aveva conosciuto un bravo ragazzo, che sembrava la persona giusta e voleva sapere se era l'inizio di una storia importante o se era un'altra delusione. Il ciarlatano buttò sul tavolo quattro carte da scopone ed incredibilmente iniziò a dire peste e corna di 'sto tipo: disse che era un poco di buono, che in realtà voleva solo scoparsela, che era un'altra storia infelice eccetera. Insomma doveva smettere di frequentarlo e che per ulteriori particolari passasse dal suo studio. Io ero appena uscito da una storia morta male e a sentirmi i singhiozzi della ragazza in cuffia mi prese un giramento di palle talmente a vortice che appena ci fu lo stacco della pubblicità caricai quell'imbroglione di tutte le madonne che conoscevo: gli dissi di farsi i cazzi suoi, che con le sue carte ci si poteva pulire il culo, che era un deficiente completo, che non riuscivo a crederci che quella sera un tipo sarebbe stato lasciato senza sapere perché a causa sua e altre amenità del genere. L'altro che era un bel tamarro da combattimento, mi si parò davanti cattivo ed arrivammo veramente vicinissimi a metterci le mani in faccia.

Fui licenziato in due e due quattro. Trovai un lavoro in pizzeria e se volete sapere il resto cliccate qua.


Un cazzeggio di: boinz a 21:38 | link | commenti (5)

sabato, maggio 20, 2006

I MOGI MOGGI

Bah, due parole sulla bufera che si sta abbattendo sulla galassia juve si potrebbero anche spendere.

Premetto che per noi tifosi del Toro è un grande momento, atteso da decenni. Il fatto che l'anno scorso abbiamo provato la stessa angoscia che stanno vivendo ora i cugini non ci rende assolutamente solidali, anzi, ci fa godere il doppio, specie dopo aver letto la notizia che il nostro fallimento dell'estate scorsa fu pilotato da Giraudo e Moggi per avere mano libera sugli stadi di Torino: 99 anni di storia gloriosa e dolorosa, di dignità e amore cancellati per una sporca speculazione immobiliare. Non c'è retrocessione, non c'è squalifica, non c'è punizione abbastanza severa per scontare una porcheria del genere e la sofferenza che  abbiamo patito per causa loro.

E ancora, dopo averci fatto fallire, la triade ha cercato di rifilarci un loro prestanome come presidente e un uomo Gea per direttore generale (lo spacciatore Padovano, ex-juve) per poterci controllare ancora più da vicino di quanto già non facessero prima. Solo grazie all'intervento di Chiamparino, andato fino a Milano per scovare l'alessandrino Urbano Cairo e alla decisione degli Ultras, che si sono messi di traverso minacciando di morte e distruzione gli uomini di paglia moggiani, avevano scongiurato la fine del Toro.

Non provo pietà perché il fatto che il mondo juve fosse un'enorme discarica era evidente ai tifosi di tutte le altre squadre del mondo: l'incredibile sentenza di proscioglimento per i suoi dirigenti può aver evitato le conseguenze penali, ma il processo per doping ha lo stesso dimostrato al di là di ogni possibile dubbio come la juve utilizzasse prodotti illeciti per migliorare le performance dei suoi giocatori. La prova che atleti di vent'anni venissero gonfiati di antidepressivi e cardiotonici prima delle partite può risultare penalmente irrilevante per i giudici di Torino ma agli sportivi di tutto il mondo è bastata per emettere una sentenza inappellabile di condanna.

Non provo pietà perché la distribuzione dei diritti televisivi realizzato grazie a un inciucio pazzesco che farebbe inorridire qualunque Authority della concorrenza, è una vergogna che non ha eguali nel mondo dello sport mondiale: che competizione ci può essere quando la prima squadra ha entrate pari a cinquanta volte quelle dell'ultima?

Non provo pietà perché la sistematicità degli aiuti degli arbitri nei confronti della juve era diventata una cosa talmente evidente e sfacciata che persino giornalisti dichiaratamente juventini come Maurizio Crosetti e Emanuele Gamba da anni non perdevano occasione per denunciarla. Chi non ricorda il fallo da rigore di Juliano su Ronaldo che era costato lo scudetto all'Inter? Ora viene fuori che gli arbitri distribuivano ammonizioni e rigori con scientifica precisione anche al di fuori delle partite della juve, per metter fuori gioco avversarie pericolose o squalificare giocatori importanti prima degli scontri diretti. Del resto sono anni che la juve è in testa alla classifica dei falli commessi e in fondo a quella delle ammonizioni e delle espulsioni. Un motivo ci sarà.

Doping, bilanci contraffatti, cartelli con le dirette concorrenti per spartirsi la quasi totalità dei diritti televisivi; la creazione di un sistema di controllo del mercato di giocatori, allenatori e dirigenti per avere in mano il destino delle altre squadre e condizionarle; corruzione di arbitri e designatori: ecco, non provo pietà perché tutte queste cose, questi elementi di disonestà, di malaffare erano evidenti a tutti coloro che avessero voluto vedere e gli juventini che oggi piangono per la sorte della propria squadra, ieri si tappavano occhi, naso e orecchie per goderne i truffaldini successi. Lo striscione esposto nella curva juventina a Bari domenica scorsa è evidente: "Il fine giustifica i mezzi: grazie Triade." ma già ai tempi del processo doping ricordo quanti dicessero che vincere è l'unica cosa, come non importa.

Cosa vuoi dire a dei tifosi così? Chi voleva capire si è allontanato da anni da questo circo: Marco Travaglio tanto per fare un nome illustre. Per gli altri non si può che auspicare una sana catarsi di qualche anno in serie C, a riscoprire che cos'è lo sport. A tutti gli altri: che si facciano furbi e che imparino che vincere è importante ma non è tutto.

Post scriptum: Con questo non voglio dire che il Milan sia pulito e che Berlusconi ha ragione a pretendere indietro due scudetti. Stiamo parlando di un sistema in cui juve e milan si sono scambiate tutto quello che potevano scambiarsi: portieri, diritti televisivi, campionati. Figurati se non si sono messe d'accordo anche sugli arbitri e sul calciomercato delle altre squadre. L'unica cosa è che Galliani aveva un paraculo mica da ridere nel presidente del Consiglio mentre Moggi ha sbagliato pensando di essere onnipotente grazie alla protezione dalla famiglia Agnelli e che tutto girasse ancora come quando c'erano l'avvocato e il suo fratello ubriacone. Ma i due fratelli Lamiera non ci sono più e l'incidente occorso a Lapo avrebbe dovuto aprirgli gli occhi: uno scandalo del genere una volta non sarebbe mai finito sui giornali. In ogni caso sarebbe stato troppo tardi: le telefonate che lo stanno inchiodando oggi, quando Lapo si è fatto beccare coi pantaloni giù e il naso sporco di coca erano già state intercettate.

 


Un cazzeggio di: boinz a 16:05 | link | commenti (4)

venerdì, maggio 12, 2006

Latin Lover

Se ripenso alle ragazze che mi hanno rifiutato in tutti questi anni mi prende veramente male. Non per le occasioni perse, visto che a posteriori nella maggior parte dei casi non ne valeva assolutamente la pena, ma perché molte di queste ragazze erano veramente brutte e sole, e tristi del loro essere sole e del loro essere brutte. Eppure tutte mi hanno dimostrato con il loro atteggiamento inequivocabile che piuttosto che stare con me preferivano continuare ad essere tristi da sole.
 
Non voglio stare a fare l'elenco, sennò facciamo notte però un paio le vorrei raccontare. Tipo Erica. Ecco, Erica è una storia che ancora oggi che pure sono sistemato e ho una vita sentimentale molto soddisfacente mi fa girare le scatole. Era entrata nel gruppo dei miei amici piuttosto di soppiatto proprio in un periodo in cui io ero a spasso e ... Anzi no aspetta.
Prima voglio raccontare di Debby.
 
Ecco, uno pensa che una ragazza di nome Debora debba essere per forza una furia del sesso. Boh, può darsi, non so. Certo l’aspetto non lasciava tanto spazio alla fantasia: Debby infatti era una ragazzotta tracagnotta con due mani da uomo, i capelli radi di un biondiccio contadino, sguardo ipertiroideo spento (sebbene a scuola mi si diceva che fosse una furia. Sessanta sessantesimi, in seguito laurea ampiamente in corso ecc.) e una silhouette decisamente periforme.
In verità con Debby non ci provai mai. Perlomeno non nel senso di andare lì a fare delle avances eccetera. Successe invece che una sera me la trovai come vicina di posto a una cena e dal momento che dall’altro lato avevo una coppia di fresca composizione impegnata a esplorarsi reciprocamente il cavo orale, finii per rivolgere i miei tentativi di conversazione con lei. Obiettivamente come interlocutrice non era poi così male se si esclude un cinismo mostruoso che oggi troverei insopportabile in una donna, ma era il 1987, anno più anno meno, e piuttosto che guardare la nuca del mio vicino di posto mentre slinguava preferivo stare a sentire lei e le sue acide recriminazioni. Non so se oggi farei lo stesso, ma all'epoca funzionavo così.
 
Fatto sta che da quella sera lì in poi Debby prese ad evitarmi in maniera clamorosamente palese: entravo io e lei subito passava all’altro capo della stanza, la salutavo e si girava dall’altra parte, facevo una battuta e lei non rideva eccetera.
Diciamolo: poteva essere un buon segno. Insomma, anche se avevo solo 17 anni, ne sapevo abbastanza per capire che spesso le donne che ti evitano sono quelle a cui piaci di più. Però lo stesso mi seccava il fatto che facesse la preziosa dal momento che con lei non ci avevo provato nella maniera più assoluta. Fosse stata almeno figa, ma visto com'era.... mah.
Così la lasciai perdere. No cioè, non mi fraintendere: per lasciarla avrei dovuto prima prenderla, anche se solo in considerazione e se l’avevo mai considerata era solo in alternativa a una nuca. Ok? Ok.
 
Debby era fatta com'era fatta ma comunque qualcosa di positivo in vita sua era riuscita a combinarla. Tempo addietro infatti, in un’epoca in cui le ragazze erano rare come panda, fece entrare nel gruppo una sua amica: Erica appunto.
Ora, neanche Erica era esattamente una top-model: fisicamente un pelino più slanciata, i capelli castani un po’ più voluminosi, era lo stesso pericolosamente vicina a quel modello di ragazza che ti rende lo zimbello degli amici se osi portarne una in compagnia. In più come conversazione rispetto a Debby era decisamente meno invitante: sembrava una di quelle hippie dei primi film di Verdone, con un “cioè” ogni sei parole e un uso disinvolto dell’avverbio “troppo”. Frase tipica di Erica era: “Cioè questa città è troooppo rotonda.” che riferita a Torino fa già ridere.
Io comunque ero a spasso da troooppo tempo per mettermi a spaccare in quattro il pelo nell’uovo, così una volta che eravamo soli le chiesi se invece di uscire in gruppo non le andasse di venire al cinema con me una sera. La sua risposta fu: “No!” e si mise a ridere.
Mi rise proprio in faccia, cazzo!
La guardai sarcastico dicendole: “Ehi ti ho chiesto di uscire una volta, mica di sposarmi!”
Ma oramai il danno era fatto: occhio, non era per il no, che di quelli ne avevo avuti una caterva, e neanche il fatto che era il secondo cesso che mi respingeva di brutto nel giro di un paio di settimane ma ‘sta risata! Cazzo c’era da ridere?!
 
Insomma il mio amor proprio mi stava sgocciolando in mano come un gelato al sole, al punto che tornato a casa mi fermai a guardarmi allo specchio cercando di vedermi come se mi trovassi per la prima volta davanti alla mia immagine.
Continuavo a non trovarmi così male: vabbè, non ero né alto né basso, piuttosto magro anziché no; bruno di capelli carnagione e occhi, non tipo pescatore siciliano ma come uno che è semplicemente bruno di carnagione, capelli e occhi. Parlavo di diverse cose ed avevo un senso dell’umorismo piuttosto arguto (ce l’ho ancora per altro). Che Erica mi avesse rifiutato poteva starci ma perché ridermi in faccia?
 
Vabbè.
 
Quel sabato nonostante tutto uscii col gruppo. Arrivai un po’ in ritardo per questioni mie, capitando proprio dal lato dove Erica e Debby se la raccontavano. Me ne accorsi troppo tardi e non potendo più fare marcia indietro mi avvicinai proprio dietro di loro quando le sentii parlare di me.
Erica: “Sai che Boinz ci ha provato con me l’altro giorno? Ma pensa!”
Debby: “Pensa che l'altra settimana ci ha provato anche con me!”
Erica: “Ma povero!”
 
Ma povero un cazzo! Cioè, sì. Ero povero. Andavo a fare i giardini e tutto il resto. Ma non era quello: nella compagnia non ero certo il solo. Non girai sui tacchi e non me ne tornai di corsa a casa per puro amor proprio, quel poco che mi era rimasto in mano a sgocciolare, ma dentro mi sentivo Kafka. I due cessi più clamorosi della compagnia ridevano dei miei tentativi di abbordaggio, veri e presunti. Terribile.
 
E rivabbè.
 
Tempo metti un’estate e Erica si fece il ragazzo: un tappo spennato con un manuale di conversazione limitato alla juve, alle cose che passano alla tele e alle vacanze estive di tre anni prima. Un tale disastro che non dava soddisfazione neanche a prenderlo per il culo.
Dopo qualche tempo anch’io iniziai a uscire con una ragazza che mi portò nel suo giro di pazzi, ma questa è un’altra storia.
 
Poi gli anni son passati e la vita mi ha portato altrove: fuori dalla provincia e poi sempre più spesso fuori dall’Italia, tra le braccia di diverse ragazze e le grinfie di diverse aziende. Infine una sera che ero a Torino qualcuno organizzò una rentrée della vecchia compagnia e ci andai anch’io. Ero curioso di sapere che fine avessero fatto gli altri, tanto più che dopo una serie di storie più o meno avventurose, mi ritrovavo di nuovo a spasso.
Ciononostante quando mi ritrovai di fronte Erica non riuscii a capacitarmi di come un botolo del genere fosse riuscita a farmi tanto male in così poco tempo. Feci in maniera di mettermi di fianco a lei e dopo averci parlottato tutta la sera, alla fine, quando oramai eravamo incappottati e pronti per salutarci glielo chiesi: “Senti, Erica devo saperlo. Perché quella volta che ti ho chiesto di uscire mi hai riso in faccia? Perché non mi hai dato neanche una possibilità, neanche il beneficio del dubbio?”
“Perché sei un perdente.”
 
Basta. Chiuso. Mai più vista e se mai la incontrassi per strada cambierei marciapiede.


Un cazzeggio di: boinz a 22:42 | link | commenti (16)
donne

giovedì, maggio 04, 2006

 
 
Un bel giorno smisi di pensare. Stavo facendo colazione quando di colpo mi trovai ad eseguire ogni singolo gesto meccanicamente, senza riflettere su cosa stavo facendo e perché. Lo facevo e basta. Non me ne resi propriamente conto perché per rendermene conto avrei dovuto comunque in qualche maniera riflettere su quello che stavo facendo, ed io come detto, non pensavo ma lo stesso sapevo che quello che facevo lo facevo e basta.
 
Anche del fatto che tutto sia iniziato quel giorno a colazione non ne sono così sicuro: per stabilire un inizio o una fine avrei infatti dovuto ricordare un periodo precedente ma ricordare è già una forma di pensiero e come detto io non pensavo più. Non avrei neanche saputo dire se avessi mai pensato in tutta la mia vita.
 
Iniziai a così comportarmi in maniera assolutamente irriflessiva ed automatica. Eseguivo i miei compiti macchinalmente, con assoluta precisione: mangiavo in dieci minuti, dormivo tre ore per notte senza sognare e in bagno stavo esattamente il tempo necessario per eseguire i miei bisogni. Sul lavoro andavo alla velocità del fulmine finché diventai l’impiegato più efficiente dell’intera azienda (c’è da dire che non era un lavoro per il quale era richiesta una particolare propensione al ragionamento, come per il 70% delle mansioni all’interno dell’industria, del resto).
 
Smisi di leggere libri e giornali: riconoscevo ogni parola e ogni carattere ma la mia capacità di concentrazione non andava al di là del punto al fondo di ogni frase e senza i riferimenti maturati in precedenza, il paragrafo successivo diventava del tutto incomprensibile.
Smisi anche di ascoltare musica: distinguevo ogni nota ma non riuscivo a ricostruirne il flusso nella mia mente per cui anche l’opera più armoniosa suonava come un ingorgo di automobili intente a pestare sul clacson.
Guardavo la televisione come si guarderebbe una lampada dai colori cangianti o fuori della finestra, che poi era la mia attività preferita
Avevo un sacco di tempo libero.
 
Le donne non mi piacevano più. Avessi ancora avuto qualche capacità di introspezione mi sarei reso conto che il mio approccio verso l’altro sesso era sempre stato cerebrale, una ricerca di affinità di spirito. La pura attrazione fisica non aveva mai avuto un’importanza particolare per me così una volta privato del pensiero smisi di trovare nelle donne alcunché di attraente.
Meglio così: obiettivamente con la mia incapacità di giudicare gli accostamenti di colori e stili, ero diventato l’uomo peggio vestito della città. Inoltre il mio senso dell’umorismo era diventato un reperto archeologico e la mia conversazione tutt’altro che brillante. Certo, potevo stare ad ascoltare una donna per delle ore ma alla fine della valanga di parole che mi si riversava addosso non mi rimaneva niente.
 
Una volta incrociai una ragazza molto bella in strada. In realtà non so se fosse molto bella, non avevo dei parametri per giudicarla dal punto di vista estetico. Magari era bruttissima ma quello che importa è che mi fece accendere il desiderio: la trassi a me di istinto e la baciai. Lei mi tirò una sberla, poi abbastanza sorprendentemente rispose al mio bacio con ardore. Di fronte a tale reazione però, il mio interesse svanì di colpo, così mi girai e me ne andai. Lei ci rimase di sasso ma io l’avevo già dimenticata. Del resto non riflettendo sui miei atti, ero diventato un essere completamente privo di morale. Avrei potuto fare qualunque cosa, uccidere o distruggere senza pormi alcun problema.
 
Sconfinate prospettive di successo e di carriera mi si dischiusero improvvisamente davanti senonché un giorno ripresi a pensare. Ma non pensieri semplici e lineari, no: la mia testa fu invasa in ogni singolo neurone da ansie e sensi di colpa. Di ogni mio piccolo movimento potevo vedere in anticipo fin la più remota conseguenza, come se fossi la farfalla che battendo le ali in Cina provocava il temporale in America. Non potevo più nutrirmi, essendo io perfettamente consapevole che ogni alimento nasce dalla distruzione di un essere vivente, vegetale o animale; non riuscivo più a rivolgere la parola ad altri pur essendo consapevole del rischio che il mio atteggiamento li ferisse. Respiravo perché non potevo fare a meno ma sentivo ogni singola particella inquinata entrarmi nei polmoni e poi in circolo nel corpo fino a raggiungere il cervello.
 
Non riuscivo a fare più niente. Sul lavoro ero bloccato dall'incapacità di stabilire un ordine di priorita e dal terrore di commettere un’imprecisione anche infinitesimale: in ogni singolo atto vedevo tutte le possibilità di errore o di fraintendimento che potevano nascere e le loro conseguenze. L’unica soluzione sarebbe stata spiegare a tutti gli interessati quel che facevo nel dettaglio ma mi bloccava il timore di dimenticarne qualcuno o di contattarli in un ordine sbagliato. Ero totalmente in preda all'ansia.
 
A casa nel tempo libero la mia consapevolezza mi portava a commuovermi alle lacrime per una singola nota, un segno su un muro o semplicemente per un riflesso di luce sul soffitto così decisi di stare nel silenzio più assoluto e al buio, anche se questo scatenava la mia mente senza freni.
 
La valanga di pensieri che mi stava travolgendo infatti non accennava a frenare: per schiarirmi le idee provai a trascrivere quello che mi passava per la testa. Smisi quando mi resi conto che ero riuscito a saturare l’intera memoria del mio computer solo cercando di esprimere il concetto di pensiero in maniera oggettiva.
 
Sarei morto di disidratazione, di inedia e di infarto se finalmente un giorno il diluvio di pensieri che mi stava sommergendo non si fosse calmato. L’arcobaleno che ne seguì era bellissimo nella sua stringatezza. Diceva: “ma chi se ne frega!?” 

Era tutto quello che c’era da sapere.


Un cazzeggio di: boinz a 23:13 | link | commenti (14)
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