Più passa il tempo, meno ho voglia e meno ho voglia, meno mi passa il tempo

Se tu mi guardassi da lontano, o caro lettore, dubito che riusciresti a distinguermi dalla massa.
Tra tremila anni gli archeologi che esporranno i miei resti nel museo del 21° secolo scriveranno sulla targhetta:
“Impiegato dell’era berlusconi ha un tenore di vita paragonabile a un operaio degli anni ’70 del secolo precedente ma la precarietà di una puttana nigeriana appena sbattuta sul marciapiede. Il poveraccio pensava di essere vicino alla felicità perché in realtà non capiva un cazzo. Del resto l'orribile vita che conduceva se la meritava in pieno, appartenendo egli al ceto sociale con il minor spirito di classe della storia della civiltà umana. Persino gli avvocati, persino gli industriali, i commercianti, coloro che insomma vivevano della rovina dei concorrenti erano riuniti in associazioni, corporazioni, sindacati: l'impiegato a cavallo tra 20° e 21° secolo invece, era completamente abbandonato al suo destino. I sindacati dei lavoratori che avrebbero dovuto vegliare su di lui, avevano infatti preferito dedicarsi alla difesa di operai e pensionati, che avevano un livello di reddito al limite della sopportazione umana e che soprattutto compravano le tessere e scendevano in piazza quand’era ora di manifestare. L’impiegato invece era un individualista diffidente e cattivo e così si prendeva per intero il carico di merda destinato alla massa dei lavoratori dipendenti in cambio di uno stipendio solo nominalmente più consistente di quello degli operai. Come molti suoi contemporanei, l’esemplare che vedete qui esposto aveva così cercato una via di fuga mentale aprendo un blog su internet, quella rozza prima esperienza di rete in cui poi ci siamo trasferiti -una volta divenuti puro spirito- duemila anni fa”
Così, abbastanza vicino a quella che dante definì la metà del cammin di nostra vita traggo un bilancio di metà esercizio e ammetto quanto segue
1) faccio un lavoro di merda; 2) frequento in larga maggioranza delle teste di cazzo a partire dai colleghi; 3) ho uno stipendio che se io e la mia auto non facciamo puttanate, mi permette di chiudere il mese leggermente sopra il pareggio;
4) una volta ogni sette minuti immagino la scena delle mie dimissioni ultima versione io che incido con un saldatore la mia lettera di dimissioni sul cuoio capelluto del mio titolare
5) racconto in giro di aver scopato una quantità di donne pari o forse persino superiore al numero di donne in età fertile che ho effettivamente conosciuto in tutta la mia vita;
6) al di fuori di mtv, qualche sporadico programma comico, il calcio, blob, e i telegiornali praticamente non guardo più la televisione; 7) credo che i pink floyd siano stati il secondo più grande gruppo della storia, perlomeno finché il cervello di waters ha retto;
8) vorrei vedere berlusconi costretto a presentarsi alle elezioni senza fondo tinta in faccia e con i capelli del loro colore naturale;
9) non so i nomi delle veline e me ne vanto apertamente; 10) una volta ogni sette minuti penso “chi cazzo me lo fa fare”; 12) non ho più voglia; firmato:
boinz, 12/01/2004

Ah, sì, mi son dimenticato di dire che approfittando di una serie di coincidenze astrali irripetibili, io e la morosa abbiamo passato il weekend di pasqua a Londra.
La figata è che da Parigi son due ore e mezza di treno. Non so se mi spiego: due ore e mezza e sei a Waterloo Station. Né Luton né a Stansted ma di fronte al Parlamento: una figata.
Va da sé che è la prima volta che passavo nel tunnel sotto la manica. Ok, lo ammetto: me la immaginavo una cosa diversa, del tipo che arrivi davanti all'oceano e scleri: "Cristo, ci finiamo dentro!" Il treno non si arresta e continua ad andare avanti a tutta manetta e tu sei completamente panicato che raccomandi l'anima al Signore quando all'ultimo secondo si apre una voragine nel terreno e finisci in un tubo di vetro adagiato sul fondo del mare, che attraversi in mezzo ai pescecani e le balene e spettacoli di luce mai visti prima finché non esci dall'altra parte, tra le onde che sbattono sui finestrini.
Invece no: è un tunnel normalissimo: c'è una discesina, ti infili in un buco tipo Frejus e resti al buio venti minuti. Quando esci esci e il mare non lo vedi manco per sbaglio.
No, in realtà una differenza c'è: alla partenza ti controllano come se facessi parte di una delegazione di imam iraniani che si imbarca su un volo per Tel Aviv. Pazzesco, una passata al pettine incredibile. Comunque ne vale la pena perché come detto, tre ore dopo eravamo a spasso per Regent Street.
Dunque, a questo punto si pone il confronto Parigi - Londra:
Londra è più pulita per terra ma nonostante il traffico sia molto meno intenso, mi ha dato l'impressione di essere più inquinata. Pari.
Il centro di Parigi (diciamo dall'arco di trionfo alla bastiglia) mi sembra più compatto, più denso rispetto al centro di Londra (diciamo dalla torre di Londra al British) che trovo più dispersivo. Un punto a Parigi.
Entrambe comunque hanno dei bellssimi palazzi. A Londra però mi sembra che manchi qualcosa di verticale: una cosa tipo Montmartre o la Tour Eiffel. O la Mole Antonelliana, perché poi magari sono io che sono troppo torinese inside. Certo, hanno fatto quella specie di uovo Fabergé in fondo alla city e la ruota di bicicletta panoramica ma non hanno assolutamente fascino. Un altro punto per Parigi.
A Londra i musei statali sono gratis, qui ti pelano: un punto per Londra.
Londra però è cara come il fuego: per un giro in metropolitana ti chiedono 3 sterline, come dire quattro euro e 50: stocaz. A Parigi te la cavi con 1,08€. Un punto a Parigi.
Entrare in un pub e sentire la musica inglese ti fa sentire a casa. Entrare in un cafè e sentire Jean-Jacques Goldman ti fa venire voglia di rimettere: Londra.
A Parigi vedi i neri con i neri, gli arabi con gli arabi. A Londra l'impressione è che siano molto più integrati. In ogni caso c'è meno marmaglia. Londra
A Parigi le ragazze son più carine, a Londra più scollacciate. Pari
Parigi è completamente in mano alle catene di franchising, specie nell'abbigliamento. Londra mi ha dato l'impressione di essere molto più libera da questo punto di vista. Un posto tipo Carnaby Street a Parigi non l'ho ancora trovato. Inoltre l'abbigliamento inglese, specie per gli uomini, corrisponde moolto di più ai miei gusti rispetto alle porcherie che ti propinano qui: Londra senza dubbio.
A Parigi si mangia meglio (anche perché so dove andare). Un punto a Parigi.
A Parigi ci sono diversi giardini relativamente piccoli piuttosto curati, a Londra ci sono tre o quattro parchi enormi dove davvero ti senti in contatto con la natura. Londra.
Finally, di centri commerciali ne ho visti parecchi: Macy's, Le Gallerie Lafayette, El Corte Inglés a Barcellona e poi vabbè, la Rina in via Lagrange. Beh, Harrod's è davvero un altro pianeta. Davvero non ce n'è per nessuno. Mai visto un affare del genere. Il trionfo del kitsch, del lusso e dello spatusso, a partire dalla statua di cera di Al Fayed all'ingresso, passando per i décor egiziani della sala della pelletteria. Ci credo poi che vendono le cipolle a 4 sterline al chilo! Comunque una figata. In confronto le Gallerie Lafayette sembrano la Standa di Corso Regina. La Rina invece è impercettibilmente sopra lo spaccio per i poveri che c'è a Porta Nuova. Un punto a Londra.
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Non ho voglia di fare i conti: la verità è che mi piacciono tutte e due. Anzi sarebbe figo potersi sdoppiare e passare qualche anno anche a Londra. Ho l'impressione che mi ci troverei bene.
IL RITORNO DELLE MEZZE STAGIONI
Uno dei grandi vantaggi del trasferimento a Parigi è che qui esiste la mezza stagione! Esci col giubbottino o la giacchettina (capi di abbigliamento che finalmente hanno trovato un senso) e te li tieni addosso tutta la giornata, senza pericolo che di colpo salti fuori il sole che poi ti ritrovi a sudare come un arrosto di cinghiale.
Certo, il tempo ha la stabilità di un personaggio di un programma della De Filippi, quindi fa bello, poi si copre, poi piove, poi fa di nuovo bello, in un ciclo che copre un'ora e tre quarti - due ore al massimo ma vabbè, si accetta. Voglio dire, quando attacca a piovere a Torino, sai che dura una settimana e ti prende la depressione. Qui sai che dura venti minuti massimo, allora corri a rifugiarti in un portone e aspetti che smetta. Sono cose.
Vabbè, la mezza stagione in realtà c'era anche a Torino, ma solo in media e sul lungo periodo, nel senso che magari per una settimana attaccava a far caldo da crepare: tutti gli alberi fiorivano in anticipo ed eravamo tutti contenti. Poi una mattina ti svegliavi ed era tutto gelato e via così per un'altra settimana: un disastro per l'agricoltura che in più doveva beccarsi la disgrazia del servizio di Gianfranco Bianco del TG3. Freddo caldo, freddo caldo, a partire da metà maggio il clima tropicale a giorni alterni si trasformava nella stagione delle piogge: 15 giorni di acqua totale fino al 5 Giugno, quando le nuvole si diradavano e di colpo ci si ritrovava a boccheggiare nel parcheggio di Auchan con 40° all'ombra e un'umidità da palude africana.
Tutto questo ormai fa parte del passato. Come purtroppo l'epoca in cui le mie giacche e i miei giubbotti erano di moda. Va così, che vuoi fare?

Ecco, Nadia era una tipa che mi piaceva veramente tanto, peccato che se la tirasse. Cioè, se poi stai a vedere se la tirava solo con me, ma in fondo è quello che importa: che me ne frega se era simpatica cogli altri?
Oddio, poi a pensarci bene forse era proprio per quello che mi piaceva, perché se la tirava, perché poi per il resto non è che fosse chissà che cosa... per esempio era volgare. Cazzo quante parolacce conosceva! Del resto per lavorare in pizzeria un buon numero di parolacce ti servono eccome, con tutti quei rovinati che ti girano attorno...
Facevamo tutti e due i camerieri, è lì che ci siamo conosciuti: io il fine settimana, lei quasi sempre; io perché avevo pochi vizi, lei per noia. Ogni tanto ci incrociavamo dalle parti della cucina: io cercavo sempre di attaccare bottone, un sorriso o una cosa così ma lei era piccola e sfuggiva sempre. Aveva dei bei capelli lunghi, Nadia, che le scendevano ai lati del viso come le tende del sipario di un teatro delicatissimo. Gli occhi erano blu cobalto e le labbra rosse con un riflesso che pensavo rossetto e invece era un po’ di bavina in sospensione. Curve poche, diciamo niente e un manuale di conversazione da cui se toglievi la parola “cioè” restava ben poco. Vabbè, non era quella gran figa però io ero sull’orlo della disperazione, e davvero avrei dato via la mano destra di fronte alla prospettiva di non averne più bisogno!
La sera tornavo a casa dal lavoro alle due, alle tre, stanco morto che puzzavo di fumo e di fritto, i capelli unti del grasso delle patatine e le spalle rotte per il peso dei vassoi e dei piatti di pizza, le gambe morse dai cani. Mi infilavo a letto così com’ero, un po’ per la stanchezza, un po’ per la noia e un po’ per la malinconia di un amore che non solo non decollava ma non riusciva neanche a presentarsi al check in.
Purtroppo altre donne nella mia vita all’epoca non ce n’erano: da quando avevo lasciato la scuola i miei rapporti con l’altro sesso si erano drasticamente appassiti. Certo, andavo all’università, posto pieno di figa ma ben presto avevo capito che non era roba per me, così in attesa di partire a militare passavo il mio tempo seduto nei banchi in fondo al cinema a fare il verso del tacchino assieme ad altri ritardati mentali, tra cui ovviamente nessuna donna. Avevano un bel dirmi gli amici che all’università si scopava dalla mattina alla sera, che era un'occasione via l'altra: sì, forse era vero, anzi, sicuramente era così ma solo per tre tipi di ragazzi: quelli che si presentavano con la mercedes del padre, gli impegnati politicamente e quelli che avevano qualcosa da dire. Ma non c’era nessuna speranza per quelli che come me si esprimevano coi versi del tacchino.
Insomma il mio tempo passava invano: tre ore al cinema faro, un pezzo di focaccia su una panchina di Parco Michelotti o sotto ai portici quando pioveva, un’ora in sala giochi, un’ora a palazzo nuovo e il sabato e la domenica a servire ai tavoli in pizzeria, sospirando per una meravigliosa scopettina di cesso.
Una sera di piena estate, in cucina faceva un caldo porco. Non c’era un’anima viva e io e Fred il pizzaiolo stavamo sulla soglia della porta a prendere un po’ d’aria, parlando del più e del meno, cioè di "Nadia la fighetta".
“Io a volte la guardo e penso: ma che cazzo ha sta tipa? Perché mi è entrata in vena così, non capisco.”
Fred rideva dietro il fumo della sigaretta che gli faceva socchiudere gli occhi
“Io mi ci tiro certe seghe dietro. Paura.”
“Non ci credo.”
“Sì sì, a volte qui in cucina stesso.”
“E poi con le mani sporche fai la pizza?”
“E che me ne frega a me?”
“Mi pigli per il culo.”
“No no.”
Dopo le ferie Nadia smise di venire il sabato e la domenica. Si era fatta il ganzo.
Capii che era una storia importante: quando la conobbi la prima domanda che mi fece fu che macchina avessi : “Non ce l’ho. Non ho manco la patente.”
Non ce ne fu mai una seconda. Quello, il ganzo, invece aveva la Uno Turbo, oggi una merda di macchina ma all'epoca il sogno dorato di tutti i truzzi, me compreso.
Fine, stop, kaput. Semplicemente sparì alla mia vista.
Le stagioni passavano. La pizzeria andava così così. Io e Fred passavamo il tempo a raccontarcela. Sabato e domenica dovevo sbrigarmela da solo ma bastavo abbondantemente: a fine serata avanzavan sempre due o tre pani grossi di pasta, che io accuatamente evitavo per motivi, diciamo così igienici.
Quell’anno non diedi nessun esame e il sette gennaio arrivò la cartolina. La sera prima della data in cui sarei dovuto partire passai a mangiare l’ultima pizza. A servire ai tavoli c’era di nuovo Nadia. Dopo cena feci ancora due buche con Fred al biliardo e poi bevemmo due birre. Infine quando il locale era ormai vuoto che le sedie erano già sui tavoli e ci aspettavano per chiudere rimanemmo lì a guardarci io e Nadia.
“Dov’è che ti han sbattuto?”
“San Giorgio a Cremano.”
“E’ lontano?”
“Dopo Napoli.”
“Minchia che sfiga.”
“Così va il mondo. Come va col tuo amico?”
“Ci siamo lasciati”
“Come mai?”
“Lunga storia. Voleva solo scopare”
“Tutto qua?”
Lei tirò un sorso dal boccale
“Così va il mondo.”
“Tu non ci stavi?”
“No. Cioè, non con lui.”
“Tu meriti di meglio. Vederti con quello mi faceva male al cuore.”
“Puoi dirlo.”
“No cioè, tu sei davvero diversa, sei qualcosa di speciale, non buttarti via.”
Mi guardò come se fosse la prima volta che mi vedesse.
“Tu da dove salti fuori?”
“Sono sempre stato qua intorno. Sei tu che non mi hai mai guardato.”
“E’ che sei uno sfigato.”
“Ah perché tu invece?”
“Io non vado a san giorgio a cremona!”
“A Cremano. Non me lo ricordare... ho un vuoto qua che non ti dico.”
Posai il boccale
“Bene, devo proprio andare. Ti va se prima stiamo un po’ insieme?”
Fece un mezzo cenno di assenso con la testa e mi si infilò sotto l’ascella. Un’ora dopo eravamo in camera sua a far l’amore.
Alle sette del mattino mi svegliò con un urlo:
“Che ci fai qua! Sveglia! Devi partire a militare!”
“Eh? Ah no, mi hanno dispensato.”
“Cosa?”
“Terzo figlio maschio: mi hanno dato la sospensiva! Non parto più!” Segue gesto dell’ombrello direttamente da sotto le coperte.
“COSA!?”
Cazzo quante parolacce conosceva Nadia! Del resto per lavorare in pizzeria con tutti quei rovinati...
Lasciamo stare ogni altra considerazione, i due miseri senatori di margine o le schede contestate; le scatole trovate nei vicoli o l'italiano su cinque che ancora vota Forza Italia.
Il prossimo presidente del consiglio non sarà più Berlusconi e tanto basta: hippeee, yuhuuuu!
Non ci si dovrà più vergognare delle sparate sue o dei suoi tirapiedi; non bisognerà più spiegare agli sbalorditi colleghi stranieri come sia possibile che cinque ministri della repubblica cantino "nous avons un rêve dans le coeur / brûler le tricouleur"; non sarà più necessario prendere le dolorose distanze dal governo del proprio paese ogni volta che il presidente del consiglio insulta politici stranieri. Per male che vada il prossimo governo non sarà mai tanto volgare e cialtrone come quello che abbiamo appena dimissionato.
Forse ha ragione Zucconi: la CDL ha perso perché ha perso all'estero, ed ha perso all'estero proprio perché i filtri rosa della propaganda governativa si fermano a Chiasso.

L'altro giorno nel reparto malati mentali del supermercato dove vado a far la spesa, c'era un cassone con un po' di "oldware" in svendita. Essendo uno di quei poveracci che basta mettergli un cartello con su scritto "Offerta" per rifilargli le peggio cose, mi ci son subito fiondato a guardare, pur sapendo che ci sarebbero state le tipiche porcherie da grande distribuzione: giochi orrendi, raccolte di clip art o di file .wav scaricati da internet e venduti senza ritegno, inutili programmi di gestione domestica. Insomma, non solo niente di nuovo: niente di decente. Tuttavia, proprio alla fine, mentre stavo già accingendomi a buttarmi sulla lista preparata dalla morosa e spingere via il carrello, una scatoletta che ha fatto capolino tra la monnezza circostante come una vittima dello tsunami, è riuscita ad accendermi la lucettina nella pancia: un programmino teoricamente in grado di passare su CD ogni tipo di musica ricavata da qualunque altro supporto: dischi di vinile, cassette, radio ecc. restituendola addirittura all'antico splendore.
Non per altro ma caspita, sono anni che mi trascino dietro una quantità enorme di dischi di vinile. Ci ho fatto cinque traslochi, alcuni -com'è noto- di parecchi chilometri ma poi in pratica non li ascolto più. Col tempo infatti delle cose più importanti me ne sono riapprovvigionato, ricomprandole o -ehm ehm- scaricandole ma a dir la verità la maggior parte di 'sti dischi da anni non fa altro che entrare e uscire dagli scatoloni. Poi diciamolo, la maggior parte del consumo di musica al giorno d'oggi si fa in auto.
Eppure a me il vinile piace ancora tanto: prima di tutto per le dimensioni grandi, che ti fanno apprezzare bene i testi e le informazioni e le foto nei dettagli e poi per l'epoca che testimoniano, quella della mia adolescenza. E anche per il suono, dai, che è migliore di quello dei CD, pochi cazzi! D'altra parte, se non mi piacesse, me ne sarei già liberato da un pezzo. Così niente, ho deciso di spendere quei venti euro per comprarmi oltre al programma anche un piccolo viaggio nella memoria di cui questo post vuole essere un po' la cronaca.
L'altro ieri non son stato bene e son rimasto a casa. Il dottore dice che è un virus intestinale che gira ma secondo me è che inizio a essere stanco dopo venti mesi che tiro la carretta senza prendere né ferie né fiato. Così dopo due giorni passati a dormire, stamattina mi son svegliato che mi sentivo bello pimpante come non mi capitava da un pezzo e dato che quando mi sento così non riesco a stare fermo a cazzeggiare, ho pensato bene di prendere piatto e amplificatore, installare il mio bel softwarino e dedicarmi alla pesca del disco dimenticato.
Potrei stare delle ore a parlare dei dischi più famosi, da "You and me both" degli Yazoo comprato sulle bancarelle in Via Po nel 1984 (adesso hanno aperto un negozio), a "I Robot" di Alan Parsons, pagato 5000 lire a Chieri in un negozietto di elettrodomestici sul corso (adesso c'è un negozio di abbigliamento); da "Sono Solo Canzonette" comprato sempre a Chieri quando Paul & Chico stavano sotto l'arco (adesso c'è un negozio di abbigliamento) a "One step beyond" dei Madness, che mio fratello comprò da Maschio in Piazza Castello (adesso c'è un negozio di abbigliamento).
Invece vi parlo dell'unico disco dei miei genitori giunto vivente ai giorni nostri: "James Last in Concert", comprato per la musica della pubblicità del brandy "Vecchia Romagna", una versione da ascensore di una Romanza di Beethoven. La copertina è una roba di un kitsch pazzesco: di un nero vinile, raggi concentrici grigi volutamente irregolaro avvolgono la foto di una donna che sembra Mina ma Mina non è, con indosso un camicione giapponese nero a fiori bianchi orrendo.
A rivederla oggi però, quasi tutta la grafica dei dischi degli anni a cavallo tra i 70 e gli '80 risulta bruttarella forte: cose spesso fatte in casa con le forbici e la coccoina, con colori da pennarello e scritte molto irregolari. Per non parlare del look delle star: tutte mechate, col rossetto e il fard, uomini e donne, star per una stagione o due finite nel dimenticatoio più totale: i Knack, la Greg Kihn Band, gli "A Flock of Seagulls", da cui mi aspettavo grandi cose e che invece non han combinato niente, forse perché usciti con dieci anni di anticipo sul ritorno del brit-pop.
I dischi a cui però sono più legato però sono i 45 giri, una caterva: "Hey ci stai" di Goran Kuzminac; "Legione straniera" di Giusto Pio; "Talk About" dei Phaeax, che non ho mai capito come si pronuncia. il primo, il più vecchio di tutti è "On the road again" dei Rockets, un gruppo francese assolutamente sconosciuto in Francia, che mio fratello più grande comprò nel 1978, quasi trent'anni fa. Me lo rigiro tra le mani come un reperto archeologico, poi mi cade l'occhio sull'indirizzo del fan club ed è incredibile: è in una strada che parte a qualche chilometro da dove abito ora!
Quando uno dice i segni del destino...
Scusate il profluvio di post ma mi è venuta in mente una vecchia barzelletta, sempre ottima e sempre di attualità, sulla creazione dei popoli.
Insomma siamo proprio agli albori dell'umanità e vediamo il Padreterno e Pietro che appunto, creano i popoli attribuendo a ciascuno di essi delle caratteristiche ben precise, per cui ecco i tedeschi rigorosi e intelligenti; i francesi simpatici e creativi, gli spagnoli romantici e passionali e gli italiani onesti, intelligenti e che votano Berlusconi.
"Accidenti Signore" lo blocca Pietro: "mi spiace farGlielo notare ma agli italiani ha dato tre qualità, mentre agli altri gliene ha date solo due!"
"Uh Pietro!" gli risponde il Signore "hai ragione ma oramai ho dato la mia parola e non posso certo rimangiarmela! Allora facciamo così: gli italiani hanno tre qualità ma ne possono usare solo due per volta: quindi se sono intelligenti e votano berlusconi non sono onesti; se sono onesti e votano berlusconi non sono intelligenti e se sono intelligenti e onesti non votano berlusconi!"
La più grande vignettista vivente:


FIERO DI ESSERE COGLIONE!

E oplà, fa già un anno che sono in Francia. Sembra che sia passata una vita, vero? E a volte mi sembra di esser venuto via ieri. Invece è passato un anno.
Era il 26 Marzo 2005. Ovviamente pioveva. Alle otto del mattino io e la morosa finivamo di caricare tutto quello che non avevamo venduto, regalato, buttato via o smistato nelle cantine di amici e parenti e partivamo per un viaggio programmato per essere di sola andata.
Stranamente (ma anche no) l'unico accenno di crisi l'ho avuto sotto al tunnel del Frejus, quando l'autoradio decideva di sprigionare nell'abitacolo della macchina proprio "Viva l'Italia" dall'eterna raccolta di De Gregori che piuttosto maldestramente avevo scelto per quell'(a suo modo) ultimo viaggio. Poi basta.
A guardarmi indietro infatti, non posso dire di avere grandi rimpianti anzi, sono tutto sommato contento. Sono molto più vicino alla felicità di quanto pensassi, siamo tutti e due molto più sereni ecco, non ci sono più le nuvole nere all'orizzonte che avevamo costantemente a Torino;
a fine mese chiudiamo sempre in attivo senza neanche stare a fare troppi conti: non che ci serve granché per vivere ma per me, abituato a dover contare sempre fino al'ultima lira, è come essere ricco sfondato;
approfittiamo di servizi sociali di un livello inimmaginabile in Italia (segnatamente trasporto, sanità e cultura) e soprattutto viviamo una specie di vacanza permanente: abbiamo visto Parigi in tutte le stagioni, sotto la neve, la pioggia, il solleone, il ghiaccio, persino la nebbia. L'abbiamo girata in lungo e in largo, abbiamo mangiato in ogni tipo di ristorante. Abbiamo visto musei ed esposizioni e più concerti negli ultimi sei mesi che nei cinque anni precedenti.
Son contento perché oggi so che se Parigi ha due vie veramente del cazzo sono proprio le celebratissime Avenue des Champs Elysées e Rue de Rivoli, quelle cioè più battute dai turisti. Tutt'altra cosa Rue de Rennes, Rue Montorgueil o la zona attorno a Rue croix de petits champs, dove le boutique non sono quelle dei soliti quattro marchi che trovi anche a Torino, i ristoranti non hanno il menù in sette lingue e non c'è nessun negozio che vende la maglietta I love Paris o l'abat-jour a forma di Tour Eiffel: insomma, la vera Parigi.
Così in un anno ho scattato più di duemilatrecento fotografie. Pensavo di essermi ammalato di giapponesismo e invece no: vedo tanta gente, tanti ragazzi che girano con la digitale in tasca, non necessariamente stranieri perché c'è sempre un raggio di luce, un personaggio, un angolo speciale, un graffito che merita di essere tramandato.
Di Parigi poi mi piace il cielo. In assoluto è la cosa che mi ha colpito di più, un cielo bianco e blu. A Torino invece per il novanta percento del tempo il cielo è di un opaco giallo grigio, una cappa piantata sopra la città come l'astronave di Indipendence Day. Arrivando da Susa la vedi a chilometri di distanza e man mano che ti ci avvicini ti prende l'angoscia.
Qui invece ci pensa il vento dell'oceano a tenere pulita l'aria, le targhe alterne non sanno manco cosa siano. Non c'è barriera, non ci sono montagne: il tempo arriva direttamente dall'atlantico senza ostacoli e così vedi nuvole bellissime che si rincorrono in un cielo blu come metallo smaltato, scorrere su diversi livelli di tutte le forme, prima bianche come batuffoli di cotone, poi via via più grigie e scure, come se il cielo si struccasse e infine attacca a piovere. Sempre: quelle due gocce di pioggia le fa tuti i giorni ma poi smette. Ecco, il tempo incide molto sul carattere delle persone: a Torino si è pessimisti e chiusi perché vivi il clima come una specie di condanna. Piove? Piove per quindici giorni di fila. C'è il sole? Afa da crepare per due settimane. Qui no, c'è sempre la speranza di un futuro migliore: piove? Vabbè, venti minuti e poi smette. C'è il sole? Approfittiamone finché dura!
Ecco, il clima mi ha sorpreso in positivo. Pensavo di crepare di freddo e invece no. Cioè, quest'inverno ha fatto un freddo porco, intendiamoci, ma più che altro per colpa del vento. A Torino le giornate di vento sono rare ma nevica molto di più e il termometro scende molto più in basso.
Un'altra cosa che mi preoccupava è il fatto che andando così a nord avrei sofferto la mancanza della luce in inverno. Beh, anche qui mi son sbagliato. Cioè, sì, fa buio presto ma almeno il sole te lo godi fino all'ultimo raggio, fino a quando cioè non sparisce all'orizzonte. A Torino montagne e colline ti mangiano un'ora e mezza di luce al mattino e un'ora e mezza alla sera tutti i giorni così alla fine, nelle giornate più brevi dell'inverno, fa buio esattamente alla stessa ora che a Parigi.
E' quando arriva la bella stagione che vedi la differenza: d'estate qui il sole tramonta veramente tardi e alle dieci di sera bagna di una magnifica luce rosso arancione i quai sulla senna e un lato della Tour Eiffel: roba da brividi. E poi rivaluti il vento, quello stesso vento che ti fa gelare a dicembre a luglio è una benedizione del cielo, mentre a Torino ti sciogli di sudore nell'aria ferma immobile che sale dall'asfalto.
La cosa più importante però è un'altra: vivere un po' di tempo all'estero è un'esperienza che ti fa capire molte cose sugli altri e su te stesso. Dovrebbero veramente renderla obbligatoria per legge. Per esempio io oggi guardo in maniera diversa gli arabi o gli africani che continuano a parlare tra di loro nella propria lingua madre e ad indossare i loro caffettani e a mantenere le abitudini che avevano nel proprio paese d'origine. Capisco che che non è perché gli manchi la voglia di integrarsi o per il disprezzo verso gli europei; non c'è nulla di snob, nessuna presunzione di superiorità: è che tu in fondo sei le cose che ti hanno portato fino a lì e quelli che arrivano a strappare le radici del loro passato è perché probabilmente le loro radici non erano abbastanza profonde neanche prima.
Insomma, ho capito che resterò italiano tutta la vita, non perché mi ritenga superiore (sebbene poi mi renda conto che potendo scegliere rinascerei comunque italiano) ma perché cercare di cambiare la mia natura sarebbe farmi una violenza. Così nel mio piccolo anch'io mi comporto nella stessa maniera : continuo a comprare libri in italiano; prendo DVD solo di film doppiati anche in italiano; al cinema vado a vedere i film in versione originale, meglio se italiani; ogni mattina prima di lavorare leggo la repubblica ed ascolto molta più musica italiana adesso di quanta non ne ascoltassi prima. In pratica vivo in un'enclave italiana nella regione parigina. Capisco così che spesso si confonda integrazione con conformismo, perché io posso essere un buon cittadino che va d'accordo con le altre persone anche se la sera mangio gli spaghetti o il cous cous invece della choucroute o se giro con uno zainetto Invicta sulle spalle o con il fez in testa.
Prima non ero così o forse non me ne rendevo conto. Il punto alla fine è che per avere chiara in testa l'idea di quello che è la tua identità devi staccarti dallo sfondo su cui sei cresciuto fino a vedere i tuoi bordi. Aiuta veramente un casino, non immagini quanto.

Non posso esimermi dall'estrapolare alcune perle dal meraviglioso blog http://notadisciplinare.blogspot.com/:
"Al mio arrivo trovo, per terra davanti alla porta dell'aula il registro di classe, con scritto con pennarello nero "WELCOME"" (inviata da simone)
"Facendo l'appello e notando l'assenza dell'alunno X, mi viene detto dall'alunno Y di non preoccuparmi. Quest'ultimo estrae il portafoglio, lo apre, e simulando di parlare ad una terza persona urla "Scotty, teletrasporto!". Con fragorosi effetti sonori fatti con la bocca, l'alunno X fuoriesce dall'armadio" (inviata da stefano)
"L'alunno Antonio D.R. tra una lezione e l'altra estorce denaro ai compagni con il gioco delle tre carte, utilizzando la cattedra come banco. Colto in flagrante, tenta di far sparire la cattedra" (inviata da arzigogolo)
"L' alunno Caressa emette suoni non riconducibili al genere umano" (inviata da ajeje brazov)
" L'alunno Libertini si lamenta per il voto dell'interrogazione (2 in diritto), e inoltre bestemmia" (inviata da davide)
"Il solito ignoto durante la lezione scorreggia" (inviata da gabriele)
"Gli alunni V.A., M.D.B, M.L., F.F e A.T. durante la pausa pranzo sono soliti giocare a pallone utilizzando la mia vettura come porta, dopo aver accuratamente bendato il portiere. Si urgono provvedimenti M.G." (inviata da alexv85)
"La classe non mostra rispetto per l'illustre filosofo Pomponazzi e ne altera il nome in modo osceno" (inviata da orpali)
"L'alunno M. dopo la consegna del pagellino da far firmare ai genitori riconsegna il pagellino firmato 2 minuti dopo. Sospetto che la firma non sia autentica" (anonimo)
"Il bipede Riccardo G. ruttando dichiara di essere presente durante l'appello" (inviata da freekevin)
"G. emana esalazioni fetide e pestilenziali compromettendo il normale svolgimento della lezione" (inviata da maurizio)
"M. e G. saltellano per la classe tenendosi per mano e sputandosi" (inviata da marco)
"Gli alunni Passuello, Pelanti e Piumatti scommettono euro 5 sulle prestazioni negative dell'alunno Manno" (inviata dall'alunno pelanti)
"Il crocefisso dell'aula è stato rovinato. Il Cristo ora ha disegnata la maglia della nazionale" (inviata da flipoweb83)
"L'alunno X durante l'intervallo intrattiene dalla finestra dell'aula gli alunni dell'istituto imitando Benito Mussolini, munito di fez e camicia nera, presentando una dichiarazione di guerra all'istituto che sta dall'altra parte della strada" (inviata da flipoweb83)
"X, X e X credono che l'ora di religione sia l'ora di fantacalcio" (inviata da flipoweb83)
"Dopo aver fatto scena muta durante l'interrogazione di geografia astronomica Vxxxxx chiede di avvalersi dell'aiuto del pubblico" (inviata da nick84)
"L'alunno Boscolo fa i gargarismi in classe" (inviatada lorenzo)
"Tricella, Lucchini e Beretta chiudono in bagno una loro compagna perchè ritenuta da loro "cesso"" (inviata da celia)
"La classe muggisce" (inviata da luca)
"L'alunno M.G. al termine della ricreazione sale sul bancone adiacente la cattedra e dopo aver gridato: "Ondaaaa energeticaa" emise un rutto notevole che incitò la classe al delirio collettivo" (inviata da gozzo82)
"L'alunno M.G, durante la visita alla pinacoteca Repossi, decise di infilarsi 18 giubbini dei suoi brillanti amici e di girar per la pinacotaca facendo il PUPAZZO GNAPPO grindando: "fortuna fortuna" (anonimo)
"L'alunno C. è allontanato dalla classe per aver imbrattato un assorbente della compagna con inchisotro rosso e succesivamente averlo attaccatto alla porta facendo credere a tutti che fosse sporco di sangue" (anonimo)
"L'alunno D.C. "scolpisce" con un taglierino le gomme da cancellare delle compagne dandogli sembianze di attributi sessuali" (inviata da monmartre)
"Durante ogni comunicazione via radio del preside, lo studente Mario D. cade per terra e si raggomitola in posizione fetale gridando "Oh no ancora quelle voci!!"" (inviata da drake)
"L'alunno M. risponde all'appello ruttando. La classe lo esalta e lui ritiene giusto esibirsi nuovamente. Viene sospeso con obbligo di frequenza"
"Il ragazzo durante la lezione di algebra mi dice di abbassare la voce perche' non riesce a dormire e quando gli dico di andare dal preside a causa della sua insolenza, esce dalla classe bestemmiando e aprendo la porta con un calcio, al suo ritorno, alla mia domanda "sei andato dal preside?" risponde: "No sono andato a pisciare"" (inviata da son of liberty)
"L'alunno Q. viene sorpreso a suonare il flauto in playback, infatti un suo compagno lo stava suonando piegato sotto il banco mentre Q. muoveva solo le dita mentre C. suonava" (inviata da vladimir)
"Cuttica digerisce in classe ad alta voce come un uomo delle caverne" (inviata da federico)
"L'alunno T. S. fabbricatosi una corona di carta si fa chiamare Sire e si rifiuta di venire interrogato poichè un sovrano non si commistia con dei semplici professori" (inviata da dario)
"L'alunno N.M. alla richiesta di vedere i suoi genitori risponde con arroganza "le porto una foto"" (anonimo)
"L'alunno Federico Lorenzo Sebastiano C. si è arrotolato al banco usando tutto un rotolo di scotch per non uscire interrogato alla lavagna" (inviata da federico)
"L'alunno L.B. suona il flauto con il naso" (inviata da crocco)
"Montagna sbadiglia a vanvera" (inviata da roberto)
"L'alunno D.C estrae dallo zaino un serpente di gomma e lo lancia sulla cattedra, la professoressa sviene e viene accompagnata in infermeria. L'alunno e' stato sospeso" (anonimo)
"L'alunno M.S. ritrova il suo zaino smarrito, con tutto il suo contenuto, attaccato al soffitto dell'aula con del nastro bi-adesivo, solo quando proferisce una pesante bestemmia, alzando gli occhi al cielo" (inviata da claudione)
"L'alunno M. risponde all'appello ruttando. La classe lo esalta e lui ritiene giusto esibirsi nuovamente. Viene sospeso con obbligo di frequenza"
"L'alunno F.S. cerca di soffiarsi il naso sul compagno G.B." (anonimo)
Ora di religione: "Si segnala mancanza del Crocifisso, occultato dalla classe, al suo posto cartello recante le parole - torno subito-" (inviata da farmer)
"C.P. colpisce la compagna A.R con una testata" (anonimo)
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