Alla fine il cugino Mambo riuscì a comprarsi la macchina. La pagò un terzo in gettoni del telefono, un terzo in ticket restaurant faticosamente accumulati in anni di panini alla mortadella, e un terzo caricandosi sul gobbo un secchio di rate.
La macchina in questione era una Regata del 1984, che per come vibrava anche da spenta e le difficoltà di deambulamento era stata acutamente soprannominata Giovanni Paolo II. La sua caratteristica principale però era il consumo d'olio. Sembrava infatti che ci avesse un motore a due tempi e viaggiasse a miscela, tanto ne beveva.
Fatto sta che il cugino Mambo prese a comportarsi come se sotto al culo invece di un cartone indecoroso avesse la carrozza reale. Manco a troie volle andare e addirittura prese il giro di coprirla la sera col cappottino.
Di colpo divenne anche una brava persona: smise anche di fare il tarrone in piena notte, di litigare con tutti e di ruttare forte alla finestra. Non tirò più le pietre ai cani e non toccava il culo alle donne. Non che fosse diventato più buono, no. Solo che aveva paura che gli rigassero la portiera.
Iniziò a fare l’amicone con tutti e insomma divenne se possibile ancora più insopportabile di prima.
Poi un giorno qualcuno gli rigò la portiera e il cofano. Per l'esattezza gli avevano scritto: “Mambo colione e piciu hahaha!” e poi ci avevano disegnato un culo. Durante la notte era piovuto e per la ben nota resistenza delle lamiere Fiat all'ossidazione, i disegni si erano fatti color ruggine e così risaltavano a distanza.
Io glielo dissi: “Ormai ti han preso per rincoglionito. Una volta ti rispettavano. Adesso invece buongiorno signora, buongiorno signorina e zac! Ti hanno rigato la macchina!”
Per il cugino Mambo e per il suo condominio fu la fine della pace. Divenne ancora più attaccabrighe e rompicoglioni di quanto non fosse mai stato. Ne aveva sempre una e trovava sempre un motivo per fare storie, con i bambini, con i passanti, con tutti finché finalmente una vecchina si decise a vuotare il sacco e dire chi era stato in cambio della spesa grande, un biglietto per lo spettacolo dei Chippendales di Chivasso e un panetto di hashish grosso come un sanpietrino.
Mambo venne a suonarmi in casa alle tre del mattino.
"Perché l'hai fatto?! Perché mi hai fatto questo!?"
"Ti stavi trasformando in un cagone. Ho fatto solo il mio dovere."
"Sei un bastardo invidioso."
Io giravo su una 124 così rabberciata che sembrava un’opera di Christo, lo scultore bulgaro.
"Stai scherzando?"
"Ora ti devo spaccare la faccia."
"Senti, ragioniamo: tu la macchina l'hai comprata per andare a puttane però poi alla fine non ci sei mai andato perché ti sembrava di sporcarla. Facciamo così: io ti presto la mia, ok? Dico sul serio. Tra l'altro se non ti sporgi troppo magari ti scambiano per me e ti fanno lo sconto. Non mi pesa, dico sul serio. Basta che mi fai il pieno quando me la riporti e siamo a posto così."
Questo era quello che volevo dirgli ma non ce l'ho fatta. Mi aveva già spaccato la faccia.
Sgnaus mi dà appuntamento al bar OZ, dietro la Piazza della Bastiglia.
“Senti, se arrivi prima dovrebbe esserci una piccola festa di addio al nubilato ma entra tranquillo, tanto sono non più di tre o quattro persone.”
“Ho capito. Ci vediamo un’altra volta, ciao.”
“Ma no, son quattro befane ma sono amiche mie. Non ti preoccupare, tu entra e dici che sei amico di Sgnaus e vai tranquillo. Nonostante tutto è un giro molto informale.”
Mi spiega dov’è ‘sto posto e ci lasciamo.
Così la sera mi presento al bar OZ vestito da bar, cioè infradito, pantaloni della tuta, maglietta di Topolino e gilet arancione dell’Anas. Entro, affido il gilet al cameriere alquanto sconcertato (però, non male ‘sto bar!) e mi presento in sala col mio miglior sorriso. Rimango basito. Son tutti in smoking e le quattro befane in verità sono meglio del meglio del corpo di ballo del Crazy Horse.
“Zio ballerino quanta figa!” Dico ad alta voce. Tutti si voltano verso di me, mi dò una grattata al mento e una allo scroto e mi infilo.
Invece della solita musica finto rock free jazz punk inglese di battiatiana memoria, le casse mandano un quartetto d’archi barocco. Prendo un bicchiere di vino bianco: è buonissimo e lo sgargarozzo in una golata. Zampo un chilo di noccioline e me le calo direttamente nel sarcofago. Poi un altro bicchiere, poi un’altra zampata di noccioline, poi un altro bicchiere e di colpo sono ubriaco come lo straccio del barman.
Con una manata prendo un secchio di noccioline ma ne rovescio circa il settanta per cento. Mi viene da ridere. Guardo intorno e pizzico un gruppetto misto con le donne giuste. Li avvicino facendo il disinvolto e interrompendo senza alcun rispetto quello che sta parlando, faccio ad alta voce:
“Gnam gnom gnam... che si festeggia oggi? Che è tutta ‘sta figa? Ah, io sono un amico di Sgnaus.”
Porgo la mano ma è tutta fatta di sale e di polvere di noccioline, così la struscio un po’ sul fondo dei pantaloni.
“E chi cazzo è Sgnaus?” Mi risponde secco un tizio dalla faccia da pirla.
“E’ uno come me, solo più maleducato. Ma... che cazzo, ma questa non doveva essere la festa delle quattro befane? Dio bono, io vedo solo dei tronchi di figa pazzeschi!”
Scoppio a ridere spruzzando pezzi di nocciolina masticati un po’ dappertutto, segnatamente nei bicchieri.
Una bionda che mi ispira automaticamente una rivalutazione postuma del pensiero di John Holmes mi appoggia la mano sul braccio e con un accento francese da giardino dell’Eden mi fa:
“C’è una nostra amica che si sposa.”
“Ah sì, Sgnaus mi aveva detto una cosa del genere. Qual’è?” Dico calcando bene sull’apostrofo.
“E’ quella, guarda.”
Mi abbasso appoggiandomi un po’ sulle ginocchia per guardare meglio.
“Bella topa!”
Quello con la faccia da piciu torna alla carica: “Senti barbone, adesso ci hai scocciato. Qui non sei il benvenuto.”
“Rilassati amico. Tocca un po’ di culi e vedrai che la vita ti apparirà diversa.” Finisco di pulirmi la mano battendo sulla sua spalla e vado verso la festeggiata.
“Meilleurs voeux!” Cerco di baciarla sulla bocca e poi di metterle una mano sotto la camicetta, ma con un movimento dell’anca lei mi atterra.
“Chi cazzo sei tu!?”
“Sono un amico di Sgnaus.”
“E chi cazzo è Sgnaus.”
“E’ un amico delle quattro befane.”
“Quali quattro befane?”
“Me lo sto chiedendo anch’io, qui son tutte fighe. Ma senti, questo non è il bar OZ?”
“No, questo è il bar 0².”
“Appunto dico! Questo non è quel barbonaio del bar OZ, questo è lo 0²... ehm, si è fatto tardi!”
Mi precipito all’uscita, recupero un cappotto di Armani al posto del gilet catarinfrangente e in un attimo sono in strada.
Il bar OZ è giusto di fronte. Entro e pam! Prendo un pugno in faccia.
“Cristo Santo!”
“Sei l’ultima delle troie... ops ma tu non sei Karine!”
Apro gli occhi e mi trovo davanti tre cessi che se Dio le vede, cambia mestiere.
Faccio: “Ci gioco la mia ultima mille lire che Karine è quella che si deve sposare.”
“Esatto. ‘Sta troia ci ha tirato il pacco. E ha tirato il pacco anche a quello sventurato del marito.”
“Avete visto Sgnaus?”
“No. Chi cazzo è Sgnaus?”
“Troppo lungo da raccontare. Aspettatemi un attimo.”
Torno di corsa al 0², riprendo il mio gilet e filo verso la metropolitana. Si è fatto tardi e domani devo guidare il camion.
dubbio:
Ma Ratzinger è quello che giocava nel Milan o è una versione del grande Mazinger a forma di roditore?
Finalmente si apre il conclave per designare il successore di Giovanni Paolo II. Siamo lieti di presentare in anteprima i candidati che i più fini osservatori (Marcellus, Trentamarlboro, Bingobangobongo) indicano come i più papabili.
Cardinale TETTAMOSCIA: piace alle donne per le sue tonache PLAYLIFE e ai più anziani per il rigore teologico (anche se ancora si intrappa durante il segno della croce). Giocano contro di lui il vizio del gioco d’azzardo e le basette alla Elvis Presley. Se il conclave si chiude entro mercoledì il soglio papale è suo. Giovedì però c’è il Gran Premio di Agnano dove corre la sua cavalla “Moana Cazzi 3” e ha già fatto sapere che finissero pure senza di lui, che gli tenessero solo da parte due tramezzini al tonno e un bicchiere di spuma che poi arriva;
Cardinale BERLUSCONI: candidato eccellente anche se gli inizi della sua carriera ecclesiastica sono avvolti dal mistero. A trentasei anni possedeva già una cattedrale sebbene sia solo il figlio di un diacono di una piccola parrocchia di campagna, dove si è scoperto in seguito che il Cardinale Marcinkus nascondeva i soldi sporchi dello IOR. Oggi pare che sia pieno di debiti per cui la sua candidatura è una specie di ultima spiaggia. Guida la corrente Forza Chiesa in coabitazione con la tifoseria del Siena.
Cardinale MENGELE: una carriera a prova di bomba per questo ex-gerarca nazista. A quanto pare si presenta ai nastri di partenza già in odore di santità malgrado il suo coinvolgimento diretto nel traffico di organi che partiva dal suo orfanotrofio di Manaus verso le cliniche dei bambini ricchi in Florida. E’ il cugino del tristemente famoso Dott. Mengele, che però già a suo tempo si era premurato di prendere le distanze dal parente porporato perché “gli faceva troppo orrore come persona”.
Cardinal COLANINNO: E’ senz’altro il candidato più progressista, con la sua proposta di aggiornare i dieci comandamenti tenendo conto delle esigenze della moderna globalizzazione finanziaria: nella sua versione “Non uccidere” diventerebbe “Non uccidere se non per un giusto tornaconto” mentre “Non rubare” verrebbe a sua volta trasformato in “Non arrecare danno agli azionisti di maggioranza”. Piace molto alla corrente episcopale sponsorizzata dalla Enron;
Cardinal PASSEPARTOUT: il candidato francese al soglio papale ha una personalità vivacissima e un approccio alla liturgia estremamente energico, a compensare il limite dell’età avanzata. Dice infatti di sé”Ho ottantasei anni ma il cazzo mi tira come un fuoristrada.” E’ amico fraterno di Riccardo Schicchi a cui ogni tanto presenta qualche monaca in crisi di vocazione perché la avvii sulle strade del mondo. E’ il preferito di Marcellus;
Cardinale MONNEZZA: l’altra volta era già stato eletto ma quando si avvicinò al balcone, inciampò nella veste lasciata troppo lunga dalle monache ed esplose un bestemmione che persino l’Associazione Camionisti Toscani ammise di non aver mai sentito. Per cui fu chiesto a Wojitla di alzarsi dalla panchina e iniziare a scaldarsi. Anche lui è il preferito di Marcellus.
Per mantenere un adeguato tasso di nostalgia in circolo, da quindici giorni vado in ufficio ascoltando i cantautori italiani. Battiato, Battisti, Bennato ecc. Non me li sono filati per anni e adesso che sto all’estero: zac! Eccoli qua. Ho quasi completato il giro: domani credo che tocchi a Venditti e giovedì a Zucchero.
Oggi ho ascoltato Vasco.
Per quelli della mia generazione, devo proprio dirlo, Vasco ha rappresentato veramente qualcosa di importante al punto che nei suoi versi ancora oggi ci trovo molta della mia storia.
All’epoca del mio ingresso nell’adolescenza, una generazione di grandi cantanti stava iniziando la fase calante della carriera: rinchiusi nelle loro torri d’avorio erano ormai molto distanti dalla “base” e avevano poco o niente da dire: De Gregori era sempre più criptico, Bennato sparava a casaccio, Dalla ritagliava dei pastiche, Battisti-Mogol si scrivevano addosso, Battisti-Panella peggio ancora, Gaetano grottesco, De Andre’ era bravo ma aulico e infatti oggi lo studiano a scuola, Battiato intellettuale, Finardi incazzato ma non troppo, Daniele incazzato persino troppo. In verità anche all’epoca del loro massimo fulgore non è che fossero particolarmente a contatto con la vita di tutti i giorni e quei pochi che si avvicinavano lo facevano in maniera prudente, così i quindicenni delle generazioni prima della mia si ritrovavano a cercare le risposte nelle canzoni dei Collage o dei Vicini di Casa piuttosto che in: “Com’è profondo il mare”.
Così a quindici anni davvero avevi tutto il diritto di pensare che nessuno avesse mai vissuto i casini che stavi vivendo.
Poi un giorno arrivò Vasco e per la prima volta qualcuno si mise a cantare le tue stesse angosce quotidiane, di ragazzo che ogni giorno si alza dal letto sapendo che il mondo lo sta aspettando dietro la porta con una mazza da baseball in mano:
“Ma c’è qualcosa che ti frena
E’ sempre il solito orgoglio che ti frega
Corri e fottitene dell’orgoglio
Ne ha rovinati più lui che il petrolio
Ci fosse anche solo una probabilità, giocala!”
Vivevi le prime cocentissime banalissime disavventure sentimentali:
“Ti immagini se fosse sempre domenica
tu fossi sempre libera e se tua madre fosse meno nevrotica!”
“Non mi dire ti prego
non mi dire che dovevi solo studiare
E ti sembra un buon motivo questo per non farti neanche sentire!”
Non le grandi storie d’amore delle canzoni d’antan ma le tue stesse storielle nate dal bisogno di far passare il tempo e cambiare pur restando ben piantato nei tuoi pantaloni
“Non la portavo mica a casa
beh se la sposavo non lo so ma cosa conta?”
le stesse storie impastate di noia e disperazione di periferia che vivevi tu.
Iniziavi a capire che la vita non aveva un disegno e ti davi le risposte con le parole di Vasco
“Portatemi dio gli voglio parlare
Gli voglio raccontare di una vita che ho vissuto ma che non ho capito
A cosa è servito?”
E allora capivi che cazzo! non eri solo, che non eri tu quello sbagliato ma che era la vita che era così! E sentivi attorno a te crearsi una specie di muta solidarietà in un momento (gli anni ottanta) in cui la marca del piumino che indossavi, degli scarponcini che calzavi, del berrettino che tenevi avvitato sul coperchio non erano solo il segno distintivo della tua comunità: erano la comunità! Erano loro i protagonisti della vicenda, tu eri solo il supporto che li portava a prender aria!
Giro per la tangenziale di Parigi e mi rivedo con la chitarra in mano che azzardo l’arpeggio di “Una canzone per te” sognando di averla scritta io e di vivere la scena in cui
“sorridi e abbassi gli occhi un istante
poi dici non credo di essere così importante”
Questo tra parentesi è un verso che mi è sempre piaciuto un casino, meglio del miglior Mogol.
O mi rivedo che annaspo dietro i pullman mentre manzi dotati di Golf GTD “Canna di fucile” portavano a casa le annoiate ragazze più carine della classe.
“Mi puoi portare a casa questa sera?
Abito fuori Modena, Modena Park.
Eh, ti porterei anche in America,
ho comperato la macchina apposta!”
“Ho comperato la macchina apposta”: ecco il verso chiave della mia generazione! Molte volte chiedevi a una ragazza se voleva uscire e lei ti rispondeva: “Ce l’hai la macchina?”
A sedici anni me ne sbattevo e dicevo di sì, poi arrivato ai 18 mi sono scocciato e ho smesso anche quando poi effettivamente la macchina ce l'avevo eccome.
“Ho comperato la macchina apposta” Lo puoi ben dire fratello!
Insomma altro che Pascoli o Carducci: i ragazzi della mia generazione non hanno la più pallida idea di dove cazzo andasse la cavallina storna o ei che fu ma chiedetegli un po’ con che cosa facciamo colazione del resto o dove le star vanno a bere del whisky!
Molti dei testi di Vasco di quel periodo erano delle piccole meravigliose storie. Andatevi a rileggere “Non l’hai mica capito”, per dirne una. O “Fegato spappolato”. Da questo punto di vista ma non solo, l’album “Bollicine” ha davvero rappresentato il top.
Poi di colpo è finito. Vasco per me ha chiuso con “Liberi Liberi” in poi. Ma anche “C’è chi dice no” in realtà dice ben poco.
“Io non mi siedo qui
Io voglio vivere sopra
Io voglio vivere una volta sola
Brava Giulia”
Che cazzo significa?
Anche lui come i cantanti della grandiosa generazione che l’ha preceduto si è progressivamente ritirato in una torre d’avorio ed i suoi testi si sono fatti via via sempre più abbozzati e privi di autentici significati.
Capita.
Lui è ancora in cima alle classifiche, ma anche De Gregori del resto e anche Celentano. Fosse vivo e non rincoglionito anche Battisti ci sarebbe. E un giorno toccherà anche a quelli che hanno sostituito Vasco.
E’ una legge di vita, ma vabbè, ci tenevo a dire che son contento di aver vissuto i miei quindici anni con lui.
Finalmente mi sono dotato di Internet e rieccomi a voi. Avrei potuto cercare un internet cafè o mandare un sms ma non volevo sprecare l'occasione di venir definito uno che scrive una volta ogni morte di papa!
Beh, direi che le cose vanno abbastanza bene! Il viaggio e il resto del trasloco sono stati tremendamente faticosi (siamo al quarto piano senza ascensore e dopo ottocento km di autostrada abbiamo scaricato le macchine mentre pioveva che dio la mandava!) ma stiamo lentamente prendendo il giro. Ho ottenuto il permesso di soggiorno, mi sono iscritto al consolato e tolta la mutua praticamente ho tutto.
Sabato l'abbiamo passato a spasso per la Città: seduta di fotografia sotto la Torre Eiffel (una la potete trovare qui sotto opportunamente scurita, un'altra la invierò a breve ai miei molto ex-colleghi), giro del lungo senna + pranzo nel quartiere latino, cazzeggio per Bd St Germain con gelato decente e poi scarpinata da Plâce de la Concorde fino alla cima degli Champs Elysées dove seguendo il consiglio dell'amico di scuola merghettiana Fabione siamo andati a vedere "Sideways" (molto carino tra l'altro, lo consiglio a chi non l'avesse ancora visto) quindi ritorno a casa.
Per amor di patria vi taccio il prezzo del pranzo, del gelato e del cinema ma va bene lo stesso.
Il lavoro: un po' perché è sempre un casino, un po' per la lingua, un po' perché sono io un cagone per il momento non ci sto a capire un cazzo, ma era prevedibile. La mattina mi trovo ad affrontare un terrificante muro di macchine e la sera peggio ancora ma anche questo era prevedibile. Le mie colleghe sono quasi tutte donne (non solo quelle del mio ufficio: tutte!!!) e parlano solo di spesa, figli e costi delle case: due coglioni così ma anche questo era preventivabile. D'altra parte faccio solo 7 ore per giorno (eh, le 35 ore...) e insomma, abbozzo. Anche questo etc. etc.
Beh, questo è quanto per il momento. Qui piove e fa freschetto ma del resto tolti giusto venerdì e sabato praticamente quell'oretta di pioggia l'ha fatta tutti i giorni.
BOINZ IS BACK
(O meglio, LE RETOUR DE M. BOINZ)
