Più passa il tempo, meno ho voglia e meno ho voglia, meno mi passa il tempo

Tempi sprecati

Blogger: boinz
Se tu mi guardassi da lontano, o caro lettore, dubito che riusciresti a distinguermi dalla massa. Tra tremila anni gli archeologi che esporranno i miei resti nel museo del 21° secolo scriveranno sulla targhetta: “Impiegato dell’era berlusconi ha un tenore di vita paragonabile a un operaio degli anni ’70 del secolo precedente ma la precarietà di una puttana nigeriana appena sbattuta sul marciapiede. Il poveraccio pensava di essere vicino alla felicità perché in realtà non capiva un cazzo. Del resto l'orribile vita che conduceva se la meritava in pieno, appartenendo egli al ceto sociale con il minor spirito di classe della storia della civiltà umana. Persino gli avvocati, persino gli industriali, i commercianti, coloro che insomma vivevano della rovina dei concorrenti erano riuniti in associazioni, corporazioni, sindacati: l'impiegato a cavallo tra 20° e 21° secolo invece, era completamente abbandonato al suo destino. I sindacati dei lavoratori che avrebbero dovuto vegliare su di lui, avevano infatti preferito dedicarsi alla difesa di operai e pensionati, che avevano un livello di reddito al limite della sopportazione umana e che soprattutto compravano le tessere e scendevano in piazza quand’era ora di manifestare. L’impiegato invece era un individualista diffidente e cattivo e così si prendeva per intero il carico di merda destinato alla massa dei lavoratori dipendenti in cambio di uno stipendio solo nominalmente più consistente di quello degli operai. Come molti suoi contemporanei, l’esemplare che vedete qui esposto aveva così cercato una via di fuga mentale aprendo un blog su internet, quella rozza prima esperienza di rete in cui poi ci siamo trasferiti -una volta divenuti puro spirito- duemila anni fa” Così, abbastanza vicino a quella che dante definì la metà del cammin di nostra vita traggo un bilancio di metà esercizio e ammetto quanto segue 1) faccio un lavoro di merda; 2) frequento in larga maggioranza delle teste di cazzo a partire dai colleghi; 3) ho uno stipendio che se io e la mia auto non facciamo puttanate, mi permette di chiudere il mese leggermente sopra il pareggio; 4) una volta ogni sette minuti immagino la scena delle mie dimissioni ultima versione io che incido con un saldatore la mia lettera di dimissioni sul cuoio capelluto del mio titolare 5) racconto in giro di aver scopato una quantità di donne pari o forse persino superiore al numero di donne in età fertile che ho effettivamente conosciuto in tutta la mia vita; 6) al di fuori di mtv, qualche sporadico programma comico, il calcio, blob, e i telegiornali praticamente non guardo più la televisione; 7) credo che i pink floyd siano stati il secondo più grande gruppo della storia, perlomeno finché il cervello di waters ha retto; 8) vorrei vedere berlusconi costretto a presentarsi alle elezioni senza fondo tinta in faccia e con i capelli del loro colore naturale; 9) non so i nomi delle veline e me ne vanto apertamente; 10) una volta ogni sette minuti penso “chi cazzo me lo fa fare”; 12) non ho più voglia; firmato: boinz, 12/01/2004

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domenica, marzo 09, 2008

"Eccolo, è là. Gira a destra."

Leone non dice niente, mette la freccia e gira nella zona industriale.

Attraversiamo la grande arteria centrale, passando lungo le cancellate e i muri in cemento dei capannoni tutti uguali, interrotti ogni trenta metri da una serie di vicoli che si aprono a entrambi i lati a spina di pesce.

Negli angoli scuri illuminati fiocamente dagli altissimi lampioni, gira la gente più strana. Molta folla nel buio, molto movimento. Molti gli imboscati: chi con la fidanzata, chi con una puttana, chi con una siringa. Altri invece approfittano della calma per combinare affari strani o regolare due conti.
Noi facciamo quelli che si fanno i cazzi loro. Passiamo davanti a una concessionaria di veicoli industriali, poi una fabbrica di vernici e smalti, poi un grossista di imballaggi. Dalla fabbrica del pane esce l'odore dello sfilatino che vendono al supermercato

"Gira qua a destra." 

Giriamo a destra ed entriamo in una delle spine del pesce.
In fondo alla via c'è una porticina a rete con il cartello "Pericolo di Morte".
Ci fermiamo ad aspettare, chiusi in macchina al buio.
Dopo qualche minuto passa un treno poi più niente.
Io non sopporto la tensione, apro la porta e vado a fare pipì. Passa un secondo treno in direzione opposta ed il riflesso che arriva dalla strada ferrata interrata mi illumina.
Leone esce dalla macchina. Dal cofano tira fuori due zaini. Me ne porge uno poi ci avviciniamo alla porta e la scavalchiamo. In un attimo siamo dall'altra parte che galoppiamo giù per gli stretti gradini di cemento in direzione dei binari.



E' mezzogiorno, indossiamo entrambi camicia dai colori brillanti e cravatta molto trendy. Siamo in coda in mensa dietro a una mitragliata di impiegati come noi.
"Cos'è questa storia?"
Prendo una pagnotta e la poso sul vassoio, poi le posate e poi l'acqua.
"Ascolta, è una figa pazzesca."
Leone si mette in coda per la pasta. Gli vado dietro. Oggi penne al salmone: speriamo che sia fresco e non affumicato.
"Sì, fin qua c'ero arrivato da solo."
"Una studentessa universitaria. Abita a Vercelli e tutte le mattine viene giù in treno."
"Quand'è che ti cerchi una ragazza che non sia solo una chiavata?"
Ci servono due mestolate di pastaccia scotta. Ovviamente il salmone è affumicato.
"Guarda che a me questa piace veramente un casino... grazie. Siamo usciti l'altra sera e caspita, non riesco più a togliermela dalla mente! E' la donna della mia vita!"
"Prima di dirlo aspetta di averla trombata. Tu sei famoso per scambiare un'erezione per amore."

Andiamo a sederci un po' in disparte, di fianco a gente di uffici sconosciuti.
"Mi ha chiesto una prova di amore."
"Non è quello che penso io, vero?"
"No. Ma che fai, metti il formaggio sul pesce?"
"Fatti i fatti tuoi. Cosa ti ha chiesto?"
"Vuole un graffito lungo la linea della ferrovia. Col suo nome."
"E come le è venuta in mente una cosa del genere?"
"Mmm? Non ne ho idea."
"Gesù, un'altra delle tue stronzate."


Arriviamo in fondo alla scaletta. A quest'ora i treni da e per Milano passano ogni due ore. Abbiamo un sacco di tempo.
"Beh? Dov'è 'sto muro?"
"E' un po' più in là."
Con la pila puntata per terra faccio strada tra le erbacce, le travi dei binari e la spazzatura che la gente butta dal finestrino malgrado il divieto.


Leone mi agita la forchetta piena di penne, lanciando schizzi di panna e parmigiano dappertutto.
"Ma come cazzo ti è venuto in mente?"
"Così, mi diceva che le piacciono i graffiti che vede per la strada e bom. Mi è uscita spontanea."
"E io dovrei correre il rischio di farmi schiantare da un treno per farti trombare una studentessa di Vercelli? Ma tu sei fuori di testa!"
"Adesso non agitarti prima dell'uso."
"Niente da fare."
"Vabbè. Ti va un caffè? Offro io."
"Eh, altro che caffè..."
Mi alzo in piedi, faccio due passi, poi torno indietro:
"Normale, vero?"
"Macchiato."
"Macchiato."
Faccio due passi poi torno indietro.
"Senza zucchero, vero?"
"Ma fa' che cazzo vuoi..."
Faccio due passi, poi torno indietro di nuovo.
"Ah, dimenticavo: è ungherese. Fa la spogliarellista. Porno. Con vibratori e tutto. Tu pensaci su, io vado a prendere i caffè."

[continua]


Un cazzeggio di: boinz a 22:09 | link | commenti (2)

sabato, febbraio 23, 2008

E' NATO BOINZINO!!!!

In realtà è nato da un mese preciso. Avrei voluto scriverlo prima ma non ho proprio avuto il tempo! Un figlio è veramente un lavoro a tempo pieno.

Comunque sta bene, la mamma sta bene, il papà è fuori come un capanno degli attrezzi.


Un cazzeggio di: boinz a 13:35 | link | commenti (13)

mercoledì, gennaio 09, 2008

PAUSA PRANZO

Due ore di pausa pranzo erano un 'eternità. Io e Paolino non sapevamo più cosa inventarci per far passare il tempo. L'ultima trovata era quella di pesarci sulla bilancia dell'infermeria di fianco all'ufficio, andare a cagare e poi pesarci di nuovo dopo per vedere chi ne aveva fatta di più.
Chi perdeva offriva il caffè.
Neanche a dirlo pagavo sempre io: Paolo era già imbattibile di suo ma io mi facevo sistematicamente prendere dall'ansia da prestazione cacatoria e più in là di due palline non riuscivo mai a estrudere.

Anche 'sto giochetto alla fine ci prese a scazzo e così tornammo a guardare in aria: prima almeno potevamo prendercela con Claudio e piantargli due o tre scherzi. Niente di cattivo, robe tipo svuotargli la pinzatrice, lasciandogli giusto quelle due o tre puntine per dare un tocco di imprevedibilità, o agganciargli le clips che teneva nel cassetto, così che ne prendeva una e ne venivano su venti; o incastrargli la sedia sotto la scrivania. Era forte perché nei pomeriggi di scazzo, con l'Ing. Malanimo nei paraggi imperversare, il clac clac a vuoto della pinzatrice e i porcodio di Claudio bastavano a scaldarci un attimo il sorriso.

Claudio però era cambiato: verso carnevale aveva avuto un febbrone violento che lo tenne lontano una decina di giorni ed al ritorno non era più lui. Non gliene fregava più niente di niente. Passava delle giornate intere senza aprire bocca, con lo sguardo perso nel vuoto: stava lì delle mezze ore poi di colpo si metteva a ridere oppure si incazzava, tirava due bestemmie e riprendeva a lavorare.

Non era sposato, chissà che cazzo combinava fuori dall'ufficio, va' a sapere. Certo che ridursi così a poco più di cinquant'anni metteva tristezza. Persino l'ing. non provava più gusto a cazziarlo e a umiliarlo davanti a tutti. Tanto non reagiva, restava lì con la bocca aperta, come se non lo vedesse. Viveva in un mondo a parte, a dieci anni e rotti ancora dalla pensione.

Un giorno Orianna, la figa dell'ufficio a fianco, annunciò di essere incinta e la vita dell'ufficio ne ebbe una sferzata perché problema problema: Orianna non era né sposata né fidanzata.

Orianna si rifiutava di dire chi fosse il padre, aspettando giustamente che fosse lui a fare un passo avanti. L'unica cosa che accettò di dire fu che era stato un collega.

Furono in molti a preoccuparsi. Alcuni forse con qualche ragione, altri solo per farsi pubblicità come i commerciali e i mostri della contabilità. Persino Paolo iniziò a fare quello che forse sono stati io, sebbene sapessi per certo che non riusciva a toccarla con un pollice da almeno due anni.

Per me era stato Claudio. Facendo due conti, la sua uscita di testa poteva corrispondere come tempistica all'inizio di un'ipotetica relazione. Paolo obiettava che un vecchio così con una figa così sarebbe arrivato in ufficio a cavallo delle nuvole e non come un vegetale rincoglionito ma io lo stesso non demordevo. Tanto non avevo nient'altro da fare. 

Intanto i mesi passavano e lei diventava un bidone: il collo le si allargò come quello di Mike Tyson i fianchi presero a strabordare ed il culo le si afflosciò come un enorme pallone Supertele sgonfio. La pelle le si coprí di piccole chiazze e le manine si gonfiarono come wurstel che sbucavano da una mammella di mucca.

Di colpo tutti i potenziali padri presero a tirarsi indietro: "Io??? Ma chi cazzo l'ha mai toccata quella?"
"Ah, non potrei mai fare questo a mia moglie!" 
E via uno, via l'altro, alla fine non rimase che Gigio, il mio vicino di scrivania, ragazzino a vita, che tomo tomo quatto quatto se l'era impanata. Quando si vide nell'angolo si assunse le sue responsabilità ma con l'entusiasmo dell'autore di una strage che va a costituirsi in questura.

Poi a Gennaio Paolo passò commerciale. Ebbe la macchina della ditta, il telefonino della ditta ed il portatile della ditta. A me non disse niente. Cioè me lo disse ma dopo, a cose fatte.
Mi sentii un po' tradito, soprattutto perché mi confessò anche che quando facevamo le prove cacatorie, si metteva la pinzatrice in tasca al momento della prima pesa, per lasciarla in bagno prima della seconda pesa e partire avvantaggiato di centocinquanta grammi. Mica male. Così facendo tra una cosa e l'altra mi aveva gabbato quelle belle cinque o seimila lire.

Al suo posto assunsero una ragazza. Era la tristezza fatta persona. Non parlava, quando doveva chiedere una cosa la chiedeva con un volume di voce quasi indecifrabile e non si mischiava con nessuno. Viveva praticamente in un angolo buio da cui non aveva nessuna intenzione di uscire. L'impiegata ideale per un frustrato nel culo come l'ing. Malanimo.

Io non sapevo più cosa fare. Il lavoro mi faceva schifo, il capo era una merda, i colleghi mi angosciavano: uno guardava le mosche, uno correva a grandi passi verso la depressione, una viveva seduta sulla punta della sedia.

Paolo non mi cagava più e sull'onda dell'entusiasmo, poco dopo pure Valeria, la mia ragazza dell'epoca decise di prendersi una pausa di riflessione.

Una mattina di Aprile Claudio si presentò solo all'ora di pranzo, quando entrò sgommando con una decappottabile inglese che mollò di traverso nel parcheggio presidenziale.  Entrò in ufficio fischiettando.
"Buenos días bamboli!"
Indossava una giacca sportiva con le toppe ai gomiti di daino; maglioncino in cachemire rosso granata; pantaloni di fustagno crema e scarpette di vacchetta dello stesso colore. Coppola intonata alla giacca. Sembrava suo fratello Lord.
"Ma che, vai a un matrimonio?"

Andò a sedersi sul bordo della sua (a questo punto direi ex-)scrivania.
"No, me ne vado. Ho vinto al superenalotto e me ne vado."
"Ma scherza."
"No, no. Un milione e duecentomila euro."
"Non ci posso credere."
"Credici credici. Ho fatto un 5+1. Esattamente 14 mesi fa."
"14 mesi fa? Quando hai avuto la febbre?"
"Bravo! Non pensavo che te ne ricordassi."
"E perché hai aspettato tutto 'sto tempo per andartene?"
"Prima di tutto ho dovuto incassare. E poi vabbè, ho dovuto aspettare che maturassero gli interessi. Del resto che ci fai oggi con un... oh, eccolo: venga Ingegnere, vieni vieni vieni faccia di cazzo e di merda che non sei altro, vieni un po' qua..."
L'ing. non ebbe il tempo di dire "Beh" che Claudione gli saltò addosso armato di una busta di carta che estrasse dalla tasca interna, con la quale lo schiaffeggiò senza pietà: "Teh, merda! Teh! Teh!"
L'ing. cercava di scappare ma Claudio lo teneva fermo per il bavero della giacca: "Le volevi le mie dimissioni, eh? Pezzo di merda. E beccatele! Teh! Teh! Vaffanculo! "
Poi buttò la busta per terra, la calpestò per bene, ci sputò sopra e se ne andò.
"Mi fai schifo."

Uscendo tirò pure un petto tra gli oooh e gli aaaah delle donnette dell'ufficio Italia, uscite a ficcanasare.

Mi affacciai alla finestra in tempo per vederlo sgommare con la sua decappottabile.

Un grande. Del resto persino Gigio aveva avuto il suo momento di gloria scopandosi Orianna, persino Paolo con la sua macchina aziendale ed io ero ancora là come un cretino.


Un cazzeggio di: boinz a 19:58 | link | commenti (6)

giovedì, dicembre 13, 2007

Febbraio 1969.
L'uomo non è ancora atterrato sulla Luna.
Presidente della Repubblica è Giuseppe Saragat.
Io sono uno spermatozoo ed assieme a milioni e milioni di colleghi sto attraversando l'utero di mia madre.
E' giorno di stipendio: mio padre ha avuto un aumento e questa sera è contento. Si festeggia.
Io ho la fortuna di partire in testa lasciandomi dietro centinaia di migliaia se non milioni di colleghi: molti sono storti, con una frustina piccola e debole; altri avanzano perché spinti dalla massa ma in realtà sono già morti; moltissimi restano invischiati nel plotone, nelle pareti o nei corpi dei compagni meno fortunati.
Io vado sparato come un missile e quando dico "missile" so di che cosa parlo: in tre giorni, se tutto va bene, percorrerò una distanza proporzionalmente pari a quella che c'è tra la terra e la luna.

Sono un bellissimo spermatozoo: da grande sarò più alto di mio padre, bruno ma con gli occhi azzurri, non fortissimo fisicamente né bello in senso tradizionale, ma intelligente e brillante. Sarò un artista o uno studioso, un pittore o un letterato, comunque un sognatore, un idealista e se giocherò bene le mie carte potrò fare grandi cose.

Adesso però corro.
Ho tante cose per la testa: parole, colori e musica. Progetti grandiosi.
I miei saranno fieri di me. Lascerò un segno.

Il plotone si sgrana, molti perdono terreno, molti altri son così deboli che muoiono per la fatica. La mia frusta invece si agita a destra e a sinistra così veloce da non potersi vedere.
Rimaniamo in poche centinaia di migliaia, poi poche migliaia. Qualche centinaia, qualche decina poi otto, cinque, tre e quando finalmente i primi bagliori della stanza segreta iniziano ad illuminare la scena, siamo solo più in due.

Lo guardo: è un altro spermatozoo maschio più bruno di me. Ha la faccia determinata, gli occhi di ferro.
E' forte: la mia spinta rallenta, la sua sembra inarrestabile. E' un vincente. Non riesco a tenere il suo passo.
Mi guarda e ride con un ghigno più di cane rabbioso che di allegria:
"Non ce la puoi fare!" mi fa: "Tu hai già perso! Sei un perdente! Non puoi vincere!"
Dà una spinta per staccarmi ma gli sto dietro.
Io tengo duro.

L'ovulo oramai è in vista: con le ultime forze tento la spinta decisiva. L'Altro cede, la sua corsa si fa stentata ma quando lo sorpasso mi afferra per la frusta e mi manda a a sbattere contro la parete. Non me l'aspettavo e mi schianto con tutto il peso del corpo: il dolore è lancinante ma devo resistere: non può essere lui a prevalere! Da grande sarà un dirigente, uno schiavista, un'anima nera, uno che farebbe qualunque cosa per qualche briciola di potere e denaro in più. In pratica la negazione di tutto quello in cui credo.
Gli salto addosso e rotoliamo per terra colpendoci e schiacciandoci in una lotta primordiale senza quartiere. Poi Lui riesce a raccogliere la frusta in una spirale sotto di sé per farla partire come una molla e spingermi lontano, indietro nell'utero. Io rimbalzo contro le pareti, poi pianto la frusta per terra per non farmi spazzare:
"Tu non puoi farcela! Sei debole! Sei un perdente! Io sono l'Eletto!"
"NOOOOO!"
Con le ultime forze gli salto addosso: la mia determinazione è totale ed il ghigno gli sparisce dalla faccia.

Proprio in quel momento però sopraggiunge un ultimo spermatozoo: non alto, non bello, non intelligente,
magrolino coi capelli ricci e i brufoli. Si volta a guardarci inespressivo: io e l'Altro ci scambiamo un'occhiata piena di orrore, poi ricciolino si infila nell'ovulo ed io smetto di esistere.


Un cazzeggio di: boinz a 20:32 | link | commenti (7)

martedì, novembre 13, 2007

Quello è il tavolo degli sposi ma loro non ci sono. Sono in giro per il ristorante che corrono dietro a qualche gioco dello stracazzo. Ridono ma non ti confondere: non si stanno divertendo. Lei ha un mal di testa spaventoso, i piedi gonfi, la pelle che le brucia per il trucco pesante, la lacca per i capelli, il caldo. Lui non sa più dove girarsi. Sono stanchi. Ne hanno le palle piene delle battute, dei doppi sensi, dei giochi idioti. Del resto dovevano aspettarsela, vista la banda di cafoni che hanno invitato. Guarda la madre di lui e dimmi se non sembra un vecchio bagascione. E quello di fianco è quell’ameba del padre. Ora dimmi se una troia così si accontenta di un niente cosà.
Vabbè, non è di loro che ti volevo parlare. Lasciali al loro destino del cazzo, tira dritto. Dagli le spalle: passa attraverso i tavoli, evitando i camerieri sudati e le donne sformate in vestiti fatti della stessa stoffa della fodera del divano. Non fare caso al rumore delle forchette contro i bicchieri, alla risate sguaiate e alle cagate che gli amici dello sposo si urlano da un tavolo all’altro e da un capo all’altro del ristorante. Passa senza dare retta ai discorsi di morte e malaugurio delle vecchie o i monologhi sdentati degli anziani. Gira attorno alla cantante ubriaca che tremola vecchie canzoni napoletane con accento leghista, col suo gruppo di senza fissa dimora tirato a lucido.

Sei quasi arrivato. Lo vedi quel gruppetto proprio di fronte alla porta delle cucine? Quello è il tavolo dei ritagli umani, gli sfigati che non conoscono nessuno e non sono ascrivibili a nessun clan. Chi mangia il grissino, chi guarda sopra la testa del dirimpettaio, chi parla al cellulare. Un tavolo lontanissimo dal centro della festa: persino la musica dei barboni arriva attutita. Nell’angolo, schiena al muro ce n’è uno particolarmente scazzato, praticamente sdraiato sulla sedia, le braccia conserte che guarda fuori dalla finestra con aria corrucciata: ecco, quello sono io.
L’ex-fidanzato della sposa.

Tu dirai ma che cazzo sei venuto a fare? E qualche ragione ce l’avresti pure. Ma vedi, io non sono il classico ex col cuore spezzato ed il dente avvelenato. A me di lei non me ne fregava niente quando stavamo assieme, figurati adesso. Tanto più che se avessi voluto, lì in mezzo alla stanza a prendersi colpi di tovagliolo sul culo ci sarei io.

Lei voleva un marito e io non volevo una moglie ed eccomi qua, al tavolo degli sfigati.
Fammi pensare se ho fatto bene: mmmm... boh? Ma poi che differenza fa? Tanto più che è stata lei a lasciare me.
Mi tiro su.
“Scusate, vado in bagno.”

Nessuno dei miei commensali sembra accorgersene. Passo attraverso la sala lumando a destra e a sinistra alla ricerca di qualche femmina da baccagliare più tardi.
Poco e niente.
Oddio, volendo qualcosa da fare si trova sempre ma in verità non sono manco dell’umore.
Sorrido tirato agli sposi e mi lancio giù dalle scale. E se facessi ‘sta benedetta pisciatina e poi me ne andassi alla chetichella?

Nei cessi a parete ci trovo il mio vecchio amico Babau.
“Ciao Babau.”
“Ciao Boinz.”
Mi tiro giù la lampo e mi unisco alla festa.
“Bella festa, eh?”
“Una merda.”
“Chi è quel coglione del marito?”
“Un collega o una cosa così. Un fornitore.”
“Tu lo conosci?”
“Mai inculato.”
Si dà una gran scrollata all’uccello che poi ripone con cura nell’aposito comparto delle mutande.
“Ma non mi dire che sei geloso.”
“E perché?”
Si tira su lampo e maniche, poi apre il rubinetto e si lava le mani.
“Appunto. Perché dovresti essere geloso. Sei tu che l’hai lasciata, no?”

Scrollo, ripiego e chiudo a mia volta.
“No, no. E’ lei che mi ha piantato.”
“E perché?
Gli passo dietro e mi lavo le mani anch’io.
“Lei voleva un marito ma io non volevo una moglie. Tutto qua.”
“A me l’hanno raccontata diversa.”
“E cosa ti hanno raccontato.”
“Ma no niente, un’altra cosa.”

Torniamo su che la gente sta ballando. Mi sento tutti gli occhi addosso. La gente mi fissa poi si dà di gomito e sghignazza.
Il primo impulso è quello di verificare la chiusura stagna della patta, poi capisco: sono pur sempre l'ex-fidanzato. Quello triste, quello sfigato, quello che si consuma di gelosia nell'ora più felice. Ci credo che sghignazzano.
Vabbè dai, è arrivata l'ora di togliere le tende.

Prendo da bere al volo dal vassoio di un cameriere e parto dritto per tornare al mio tavolo. Dio, che odio 'sti gruppacci da balera.
“Ehi Boinz!”
“Ciao Rita.” Ci baciamo sulle guance.
“Ti va di ballare?”
“Io? Nel senso di... me? Boh, perché no?.”

Poso il bicchiere sul tavolo. Il mondo smette un attimo di girare. Rita non mi ha mai cagato di pezza in tutta la mia vita. A scuola stava due classi indietro alla mia, ma come classe stava sette vagoni più avanti. E già allora non mi considerava. Pensa oggi.

La prendo per la vita e mi lancio nel traffico.
“Come ti butta Rita?”
“Bene, la mia specializzazione procede a gonfie vele, sto cercando con mio padre uno studio in centro a Torino, a fine Luglio parto per il sud della California, voglio andare a vivere in collina, mia madre ha aperto un solarium in centro a Torino. E tu?”
“Bene, bene, non c’è male. Mi sto guardando intorno.”
Oddìo:
- Ho lasciato l’università da anni;.
- Lavoro in un buco micragnoso d'ufficio per quattro soldi.
- Mio padre non mi parla.
- Voglio una stanza tutta per me.

Ma soprattutto mi sta venendo su un uccello delle dimensioni di uno pterodattilo. Rita mi si stringe tutta, ha un vestito che lascia praterie di pelle scoperta e dove tocco tocco trovo roba buona. Non so dove guardare. Panico. Panico.
“Mi sto guardando intorno, diciamo.”
Mi poggia il mento sulla spalla, mi morde un orecchio e mi mormora;
“Quanto tempo è che non ti fai una bella scopata, eh?”
E sulla “c” di scopata mette un carico da otto. Ah, ma allora non sono completamente coglione! Dio siamo appena alla seconda strofa, mancano ancora sedici battute alla fine della canzone, qui non ne esco più. Mi lascio andare.
“Diciamo che sono ottimista per il futuro.”
La stringo anch’io mettendo il gonfiore in primo piano: lei ci sta un attimo poi però mi allontana con una spinta.
“Allora non è vero che sei finocchio!”
Si fa una risata e se ne va.

Tutti si voltano a guardarmi. Io sto lì come un cretino in mezzo alla stanza.
“Che è ‘sta storia, oh?!”

Corro dietro a Rita per acchiapparla ma il padre della sposa mi prende per un braccio e mi trascina verso la porta.
“Guido, lasciami andare. Babau cazzo diglielo tu! Mi conosci da una vita! Babau!!!”
Ma Babau mi guarda e non dice niente.

“Boinz Tu sei ubriaco!”
“Ma l’hai sentita quella matta?”
“Boinz, se sei venuto qua per rovinare la festa a mia figlia puoi fare che andartene.”
“Ma cristo santo, mi ha dato del finocchio!”
“Cosa c’è di male?”
“Ma come cosa c’è di... Niente c’è di male , ma io non lo sono. Non c’è niente di male neanche a essere juventino ma io non lo sono!”
“Senti, lascia stare, non mi interessa. I tuoi problemi sessuali te li tieni per te. Comunque puoi mentire agli altri ma....”
"Ma mentire cosa, oh?!"
"Mentire a te stesso! Sii onesto per una volta!"

“Ma vaffanculo vecchio! Io sono quello che si scopava tua figlia fino a...”
Pam!
Non ho finito il discorso.
Vedo i miei occhiali volare al rallentatore, seguendo la traiettoria della manata che mi sono appena preso in faccia e finire in un cespuglio a cinque passi dal mio naso.
“Adesso vattene.”

Non dico niente. Raccolgo i miei occhiali e a testa bassa rientro nel ristorante. Son tutti alla finestra e attorno alla porta a guardare. Vado fino in fondo sotto agli sguardi di invitati e personale. Prendo la mia giacca per il colletto, metto una mano in tasca, tiro fuori il pacchetto e dal pacchetto una sigaretta e me la metto in bocca.
L’accendo.
Il tossire secco della rotella contro la pietra focaia rimbomba nel silenzio assoluto del ristorante.
Tiro una boccata, appoggio la giacca sulla spalla e mi avvio all’uscita.

La gente si allarga al mio passaggio per lasciarmi passare.
Arrivo al vialetto del parcheggio, poi mi fermo un attimo e torno indietro.
“Comunque non si dice finocchio, ma omosessuale. Siete dei bruti, dei razzisti e dei frustrati!”
Me ne vado sculettando.

Povera Valeria, come se me ne fottesse qualcosa.


Un cazzeggio di: boinz a 22:02 | link | commenti (2)

martedì, ottobre 16, 2007

Mio padre passava gran parte del tempo nell’orto che aveva ricavato da un terreno demaniale in compagnia di altri sbandati come lui. L’estate quand’era in ferie veniva a casa solo più per per cena e per dormire. Poi per il resto del tempo lo vedevi lì a vangare, a strappare erbacce o semplicemente seduto su uno sgabello a fumarsi una sigaretta, lo sguardo perso nel vuoto. D’estate diventava del colore del rame e con i capelli striati e gli occhi nerissimi, le lunghe rughe che gli scavavano la faccia, il corpo magro e un po’ incavato sembrava un indiano capitato lì per caso. Era un uomo taciturno mio padre: nello sguardo e nelle rughe profonde che gli solcavano il viso aveva tutti i discorsi. A volte andavo a trovarlo. Allora posava la zappa e veniva a sedersi sul suo sgabello, i gomiti appoggiati sulle ginocchia, la sigaretta in mano, lo sguardo perso nel vuoto. Io mi mettevo di fronte a lui su una di quelle vecchie sedie a sdraio fatte con il filo di plastica arrotolato come un bozzolo e restavamo così in silenzio. C’era solo il rumore dei grilli e di qualche macchina lontana, persa nel calore umido dell’estate. Poi mio padre sparava via il mozzicone, si tirava su appoggiandosi pesantemente sulle cosce e tornava a zappare.

Quando eravamo più piccoli ogni tanto i miei organizzavano una specie di pic-nic. Gli amici ci vedevano partire con il cestino del bucato pieno di roba da mangiare e ci chiedevano dove andassimo e noi con aria sconsolata: “Andiamo all’orto.”

Perché poi una volta lì c’era giusto lo spazio per mangiare. Gli orti erano dei pollai né più né meno, con tanto di rete a rombi e tutto il resto per cui non potevamo neanche giocare a palla o farci una corsetta. Mangiavamo e poi ci sdraiavamo a prendere il sole.
Mia madre odiava venire a mangiare all’orto perché aveva sempre un sacco di cose da fare e le sembrava di buttare via la giornata, così ben presto smise di venire e noi con lei. Ogni tanto ci andavo io, quando proprio non avevo nient’altro da fare: arrivavo lì e mi mettevo sulla sdraio a prendere il sole. Mio padre veniva a fumarsi un attimo una sigaretta e poi tornava a spaccarsi la schiena. Io stavo un po’ lì ad abbrustolire, poi andavo a tirare via due erbacce, poi leggevo un po’, poi riempivo una cassetta con le zucchine che mio padre aveva lasciato lungo il passaggio, poi mi sedevo sullo sgabello, poi leggevo un po’ il mio libro, poi raccoglievo le erbacce col rastrello.

Era in gamba mio padre. Aveva persino scavato un pozzo, tutto da solo a colpi di vanga. Come avesse fatto a non farsi travolgere dalla terra non lo so, anche se mi sembra di aver capito che da ragazzo avesse lavorato per qualche tempo in miniera.

Quando le cose iniziavano a spuntare e lo sforzo trovava la sua ricompensa, gli prendeva il trip di spiegarmi le cose dell’orto, l’insalata da tagliare col coltello perché poi ricresce, i solchi coi fagioli, seminati a una settimana di distanza per non averli tutti in un colpo solo, i pomodori buoni per l’insalata e quelli per il sugo ma a me non interessava. Manco mi piaceva la verdura. Io andavo lì giusto per prendere il sole quando la noia rischiava di ammazzarmi e per dargli una mano a portare via le cassette, perché l’auto era parcheggiata a chilometri e da solo si sarebbe ammazzato.

Ogni tanto d’estate andavamo dai miei nonni giù in meridione: lì non la scampavo e mi toccava tagliare l’erba nel giardino del nonno. Che poi voglio dire, ci vedevamo una volta ogni due anni e mi metteva a tagliare l’erba quando i miei zii avevano una mitragliata di nipoti a servizio permanente. Lì però era da mio nonno. Qui eravamo a casa, era diverso, riuscivo ancora a sottrarmi.

Così prendevamo le cassette di legno cariche di verdura, di pomodori, di zucchine e ci avviavamo alla macchina. Mio padre metteva la catena alla porta fatta con cinque assi e la rete e poi andavamo via, senza parlare.

Di inverno il campo riposava. Restava giusto qualche cavolo. Del resto la terra era troppo dura per essere lavorata così mio padre non ci andava più. Qualche volta ci portavo le ragazze: accendevo un fuoco, e facevo cuocere due castagne. A volte ci scappava una limonata (non nel senso della bibita) e poi quando il fuoco si spegneva o quando iniziava a fare buio ce ne venivamo via.

Poi tornava il bel tempo e piano piano mio padre riprendeva il ciclo estivo.

Aveva già in testa tutta una serie di progetti per quando sarebbe andato in pensione, una baracca un po’ più furba per gli attrezzi, un pergolato con l’uva o il kiwi, un sistema per la raccolta dell’acqua piovana e chissà cos’altro.

Una mattina mi chiese di andare con lui perché doveva portare della roba pesante: gli anni erano passati e non ce la faceva più da solo. Arrivammo lì e trovammo tutto sventrato, le ruspe che spaccavano tutto e al posto del nostro terreno un solco profondo un metro e mezzo.

Mio padre posò il sacco con la terra e scese giusto a recuperare il suo sgabello e gli attrezzi, poi tornò su, mi fece cenno di prendere il suo sacco e ritornammo alla macchina.

Non disse nulla ma credo che se gli avessero ammazzato un figlio avrebbe sofferto di meno.


Un cazzeggio di: boinz a 20:47 | link | commenti (2)

venerdì, settembre 28, 2007

Il provvedimento di attribuzione degli alloggi popolari rimase affisso all'albo pretorio giusto una settimana, il tempo che gli interessati ne prendessero conoscenza. Non c'era scritto granché: il provvedimento in alto, la lista dei beneficiari in mezzo, la data della consegna in basso. Fu tirato via rapidamente per essere sostituito da nuove norme di igiene pubblica, il concorso da vigile urbano o altre cazzate del genere.

Per la memoria collettiva del paese però fu come se l'elenco degli assegnatari fosse stato scolpito nel marmo e appeso nella piazza centrale al posto del monumento ai caduti. Divenne una specie di lista di proscrizione, l'elenco della vergogna e dell'infamia. Da lì in avanti lo sguardo che ci mandavano i nostri concittadini cambiò. Gli spazi tra i corpi aumentarono. La quantità di gente che tirava dritto senza salutare crebbe a dismisura mentre nuovi vicini di estrazione più umile e modesta iniziarono a cercare nella folla scambi di occhiate di disorientata solidarietà.

Questo almeno era quello che mi raccontava mia madre. In realtà all'epoca dei fatti io ero troppo piccolo per ricordarmi qualche differenza a livello sociale. Ero troppo piccolo per ricordarmene e basta. Ho giusto qualche immagine vaga del 128 di mio padre carico in maniera assassina, io che spingo un comodino e robe del genere. Mio fratello Ezio invece nella nuova casa trovò una specie di collocazione nella giusta dimensione. Del resto le famiglie di molti dei suoi amici fecero il nostro stesso percorso.

In effetti io mi accorsi di cosa significasse abitare nelle case popolari del nostro ricco paesotto solo quando qualche anno più tardi, iniziai a baccagliarmi le mie concittadine. Una in particolare mi è rimasta impressa... me ne sono rimaste impresse tante ma questa in particolare, forse perché tra le altre cose era veramente figa. Si chiamava Sara.

Andava al liceo che c'era di fianco a ragioneria, così una volta incrociandola per strada attaccai bottone: "Ehi, ma noi siamo concittadini! Potremmo fare la strada assieme!"
"Io abito in Via Pomba, tu dove abiti."
Lì iniziai ad annaspare. "Ehm, hai presente dove c'è l'incrocio con la madonnina..."
"Ah, nelle case popolari!"
"No, intendevo, sai dove c'è quella via..."
"Ah, nelle case popolari!"
"Tipo ci hai presente per andare giù..."
"Ah, nelle case popolari!"
"Eh, da quelle parti." Bom, segato in due.

Poi un'altra volta, parecchio tempo dopo, mi capitò di fare lo scrutatore ad un qualche referendum... ti parlo di parecchi anni dopo ovviamente, ma l'effetto non era ancora scemato, anzi.
Fatto sta che conobbi una tipa nuova
"Ehi, com'è che non ti ho mai vista prima? Eppure io conosco praticamente tutti in paese."
"Eh, sai, mi sono trasferita da poco. Prima abitavo a Torino."
Bene.

Insomma, ce la raccontammo un po'. Era uno di quei referendum tipo sull'abolizione della nutella di cui a nessuno fregava niente così passammo la mattina a chiaccherarcela senza che nessuno venisse a scocciarci.
Uscimmo addirittura assieme per andare a pranzo. Io avevo clamorosamente la macchina di mio fratello in prestito d'uso: "Senti, hai bisogno di uno strappo? Magari sono sulla strada. Dov'è che abiti?"
"Hai presente dove c'è l'incrocio con la madonnina..."
Mi sentii morire, abitava praticamente di fronte a me.

La portai a casa. Quando dopo mangiato andai a suonare per tornare ai seggi mi rispose che l'avrebbe portata su suo padre.
"Ma come credi. Io comunque devo andare su."
"Non ti preoccupare. Mi porta su mio padre."
Da quella volta lì in poi non mi cagò più.

Bom, torniamo indietro agli anni delle superiori. Insomma, le mie compaesane erano off limits, però cazzo, anche con le altre non combinavo niente.
E porca puttana.
Eppure non ero così ripugnante! Ok, non avevo il motorino e tutto il resto però c'erano dei fenomeni ben più fenomenali di me, che pure ero abbastanza fenomenale che la ragazza ce l'avevano. Io invece solo porte sul naso, tranne qualche rarissimo e comunque effimero successo. Sai com'è in quei casi no? Ci si intristisce e tra un disco di Baglioni o -per i più sofisticati- una roba di Tenco e De André, in qualche modo ci si abbandonava alla malinconia giovanile.

La mia situazione era troppo grave per il cantautorame nostrano così mi buttai su Chopin. Andai nel negozio più sfigato di Torino, quello nel sottopasso di Corso Vittorio e mi comprai un doppio album con i notturni suonati da qualche studente di arti bianche slovacco, al prezzo di lire ottomila.

Tornai a casa in pullman. Mentre aspettavo alla femata mi misi a leggere le note di copertina sulla sfigatissima vita del nostro così non mi accorsi che da dietro mi era arrivata Sara.
"Cosa leggi?"
"Ah ciao. Niente. Un disco di Chopin." Glielo feci vedere.
"Che?! Tu ascolti Chopin?!"
"No, l'ho appena comprato, conto di ascoltarlo a casa."
Mi guardò come si guarda un deforme, un mutilato di guerra, una roba brutta cioè.
"Tu sei l'ultima persona al mondo che mi sarei aspettata di vedere con un disco di Chopin in mano. Giuro. L'ultima persona." E poi si mise a ridere.
"Grazie, eh? No ma grazie mille. Ma poi, dio bono, che cazzo ne vuoi sapere tu? Manco mi conosci, cosa parli? Ma pensa te!"
"Ma... scusa eh? Ma ti sei visto come vai vestito in giro?"

In verità no. Cioè, sì. Mettevo gli abiti smessi da mio fratello. Mio fratello era un tamarro ergo: io andavo in giro conciato come un tamarro. Con abiti in più sputtanatissimi.
"Ah, ok. Meno male che l'abito non fa il monaco, che un libro non bisogna giudicarlo dalla copertina eccetera."
"Beh, mi spiace. Comunque dammi retta: è sempre meglio che copertina e interno corrispondano."
Rimasi schiantato al suolo. Di colpo capii le ragazze che mi respingevano, le mie compagne, le mie vicine di casa, quelle che incontravo in pullman.
La verità è che io ero troppo tamarro per le fighette e troppo fighetto per le tamarre.
Aveva ragione Sara.
"Gesù, mi sa che hai ragione tu. Facciamo pace?"
"Ma fatti furbo!"

Non mi ha mai più cagato. A quanto ne so dopo la laurea in psicologia è entrata in Armando Testa come creativa ed ha fatto carriera nella pubblicità.
Peggio per lei.

Ma perché poi ho tirato fuori 'sta storia?


Un cazzeggio di: boinz a 19:32 | link | commenti (5)

giovedì, settembre 06, 2007

"Secondo me non è stata una buona idea. "
"Taci e taglia.”
 
Eravamo a casa del Geom.: c'eravamo io, Bingo, il Geom, appunto e Geko.
Lo scopo era cucinare per delle donne che avevamo invitato e poi scoparcele. Ovviamente alle donne avevamo presentato solo la prima parte del piano ma eravamo fiduciosi. A volte una buona mangiata fa miracoli.

C’eravamo divisi i compiti: due si sarebbero occupati degli antipasti e del contorno del secondo, uno della salsa per il sugo e uno del secondo. Al dolce avrebbero dovuto pensarci le madame.
Per una volta era stato Geko a scovarle, in un bar, durante la pausa pranzo all’università dove stava intraprendendo una brillante carriera da fancazzista.
“Sono quattro, io ho il diritto di scelta e mi prendo Chiara. Le altre sono vagamente assimilabili a degli esseri umani, trombatele, bruciatele vive, fatene cosa volete.”
Era stato anche Geko a organizzare la serata e a diramare le convocazioni: con una mossa a sorpresa un tantinello meschina, al posto di Vitello aveva chiamato il Geom, tirando fuori giustificazioni di ordine logistico: la cascina del Geom infatti, oltre ad essere abbastanza carina una volta tirata a lucido, aveva anche una miriade di stanze per eventuali imboscamenti.
“Tra l'altro a che ora dovrebbero arrivare 'ste tipe?”
“Alle nove, credo.”
“Siamo in ritardo.”
 
Avevamo attaccato col vino sin dall’inizio della serata ed i nostri veri caratteri stavano emergendo in tutto il loro splendore: a me l’alcool mi tirava sempre verso la depressione; Geko invece da ubriaco diventava ancora più aggressivo. Bingo non smetteva di ridere mentre il Geom, che tirava avanti a Barbera sin dai tempi del biberon, restava lo stesso cazzone che era da sobrio, con la scusa di essere ubriaco: “Allora: il melone lo tagli a cubetti e lo metti nelle vaschette col Porto. Mettici un cucchiaino di zucchero che le stendiamo!”
Contemplò la tavola apparecchiata, poi col pollice indicò la porta alle sue spalle:
“Vado a cercare del vino. Ho un Baume de Venise francese a 14° che stenderebbe pure la buonanima di Boris Eltsin!”
“Grande Geom!”
 
Appena i passi del Geom si spensero in fondo alle scale lanciai un'occhiata al Geko.
“Comunque con Vito ci siamo comportati proprio di merda. Secondo me avremmo dovuto chiamarlo.”
Geko rovesciò il trito di carote e cipolle nel tegame.
“Vitello è un tamarro, con lui non abbiamo mai combinato un accidente. In ogni caso se vuoi fargli posto sei sempre in tempo.” disse senza guardarmi.
“Bingo, tu che dici?”
“Boh? Tanto se sono dei cessi son dei cessi.”
"Vabbè, lasciamo perdere."
 
Il Geom tornò su con tre bottiglie di quelle spesse.
“Che è sto silenzio?”
“Boinz diceva che al posto tuo dovevamo chiamare Vitello.”
“E perché di grazia?”
“Perché con Vito avevamo sempre fatto gruppo e ste cose le avevamo sempre fatte assieme a lui.”
“Ma Vito non ce l’ha la cascina.”
“No, ma quel faccia di culo del Geko ci ha una casa di cinquecento stanze.”
“Glielo dicevi tu a mia madre di togliersi dai coglioni stasera?”
“E ‘sta casa in montagna?”
“A parte che in otto non ci si sta, come le convincevi quattro ragazze a venire fin lassù?”
“Ma non hai detto che son dei cessi?”
“E quindi? Forse che i cessi non hanno paura a guidare di notte per delle fottute strade di montagna? E poi piantala di chiamarle cessi, una è una gran figa.”
“E cosa ci gira a fare con ‘sti cessi?”
“E che ne so io?”
Il Geom posò le bottiglie sul tavolo e scrollò la testa. “Per me non combiniamo un tubo.”
“Sta zitto e taglia!”

Prese il coltello ed attaccò a tagliar patatine 
“Comunque, caro il mio bel Boinz, se ‘ste pareti potessero parlare...”
“Sai che due palle!”
 
Poi suonò il campanello. Ci lanciammo un'occhiata allarmata. Eravamo tutti ancora in grembiule.
"Cazzo sono arrivate!"
“Era ora!”
“Geko, tira fuori il melone dal frigo!”
“Oh, allora io apro il portoncino!”
“Ma cosa apri? Non sai chi è ed apri!”
“Ma chi vuoi che sia?”
“Eh magari è mia madre!”
“E che fai, la lasci fuori?”
 
I passi che sentimmo scalare i gradini a tre a tre però non erano certo frutto del frullare leggiadro di giovani ragazze eccitate e neanche il ticchettare di una mamma ansiosa quanto piuttosto il galoppo di un bisonte infuriato:
“Eccoli qua i pezzi di merda!”
“Toh, lupus in fabula.”
"Ciao Vito."
“Son venuto a dirvi che siete quattro stronzi schifosi e traditori!”
"Perché?"
"Ma vaffanculo! Organizzate una serata del genere e non mi dite niente?"
“Ma dai che son quattro cessi.”
Vito rimase un istante a bocca spalancata, poi fece girare uno sguardo incredulo in cerca di conferme:
“Cosa? State aspettando quattro ragazze?”
“Ahi, ho detto una cazzata!"
 
Si mise braccia conserte e gambe larghe in mezzo alla stanza.
“E io che pensavo che aveste organizzato una cena di gruppo e che mi aveste lasciato fuori.”
“Invece no, per cui adesso smamma!”
“Merde! Infami! Adesso resto qua e vi mando in culo la serata."
"Uff, guarda, peggio di così!" 
"
No, me ne vado.”
“Ma resta, che cazzo te ne frega.”
Posai il coltello e con la mano feci cenno a Vito di lasciar perdere.
“Massì resta, me ne vado io. Hai ragione siamo degli stronzi” Mi tolsi il grembiule e lo posai sul piano della cucina.
“Uuuuuh, Boinz ha preso la solita sbronza triste.”
“No, no, è che l’ho detto dall’inizio che avremmo dovuto chiamare Vito. Solo che anche il Geom è un amico mio: voi lo conoscete solo di sponda ma io lo conosco da una vita, allora vado via io.”
A quel punto però anche Bingo si tolse i guanti da forno ed il grembiule.
“Ma no guarda, vado via io. Tanto a me non me ne frega niente. Io ero venuto solo per far casino ma se diventa una cosa triste non ne vale più la pena.”
"Vabbè, se vai via tu io resto!"
“Io andarmene non posso, siamo a casa mia. Se volete posso fare il cuoco.”
“Geko, tu che fai?”
“Cosa vuoi che faccia? Si sta preparando un bel disastro.”
“Tra l’altro ‘ste troie dove sono finite?”
“Boh? Sono già in ritardo!”
“Senti butta la pasta, va, che il sugo è pronto!”
"No aspettiamo ancora un po'!"
Vito si avvicinò ai fornelli, tirò su il coperchio e diede un'annusata.
“Mmmm, che profumo! Che roba c’è qua dentro?”
“Una salsa con fegatini di pollo.”
“E tu pensi che delle ragazze mangino un ragù fatto col fegato? Tu sei fuori!”
“Teh, prendi un bicchiere. Roby, ti incazzi se apro la tua bottiglia di vino francese?”
“Ma fa’ che cazzo vuoi.”
"Io butto la pasta."
 
Dopo due giri di bottiglia eravamo belli che storditi, poi calammo la pasta e ci facemmo due piattoni.
Alla fine eravamo tutti svaccati, chi sul divano chi per terra.
"Ma questo è il divano dove aveva vomitato Verme?"
"Proprio lui. Guarda, c'è ancora la macchia.""
"Diufà che serata quella!"
“E quella volta in spiaggia? Che pezzi di merda che siete stati!”
“Ma se eravate più bianchi del mio culo! Quelle la storia dei due miliardari non se la sarebbero mai bevuta!”
“Ci stavano alla grande altro che cazzi!”
“Ma che ci stavano!?”
“Com’è la storia?”
“Eravamo noi quattro al mare e io e Bingo avevamo conosciuto due tipe che ci stavano...”
“Ma che ci stavano! Ma se la cicciona non aspettava che una scusa per mandarci a quel paese.”
“E quella volta a Parigi?”
“Andate a fanculo!”
“Non abbiamo ancora detto niente!”
“E avete detto già troppo!”
“Racconta un po'?”
“Uff, una volta in gita. Troppo lunga da spiegare!”
Geko si alzò in piedi barcollando
“Comunque Vito ti volevo chiedere scusa perché con voi ho passato i migliori momenti della mia vita! Altro che 'sto cazzo di Geometra!”
E qui scoppiò a piangere sfasciandosi sul tavolo.
“Tiragli un po’ via quella bottiglia...”
“Ma no, lascialo bere!”
“Perché è un bravo ragazzo...”
“PERCHE’ E’ UN BRAVO RAGAZZO!!! PERCHE' E" UN BRAVO RAGAZZOOOO”
"E ha anche scassato la fava!"
 
Le ragazze si presentarono verso le undici e mezza.
“C’è nessuno? Abbiamo trovato la porta aperta e siam salite!”
Noi dormivamo per terra alla stragrande.
“Scusate il ritardo, abbiamo avuto un po’ di casini.”
Il Geom aprì un occhio, poi fece un salto urlando:
“San Pasquale Baylonne!!! E da dove cazzo sono uscite queste???”
Erano tre cessi in minigonna di gomma e fuseaux a mostrare prosciuttoni e panciona sformata.
Vito alzò la mano: “Io qui non c’entro niente, sono solo di passaggio. Io non ero manco stato invitato!”
Io feci per tirarmi su: “Pensa che io me ne stavo andando a casa.”
“Eh, io pure.”
Geko tirò su la testa ed aprì mezzo occhio: 
“Sentite, ma Chiara non è venuta?”
“No, aveva da fare.”
"Come aveva da fare?"
"Eh è uscita con un altro tipo. E' per quello che abbiamo fatto tardi."
“Vabbè, torno a dormire."
"E noi???"
"Ufff... c’è del melone al Porto nel frigo. Mangiatelo e toglietevi dalle palle. Ah, tra l'altro, quando uscite per favore tiratevi la porta dietro. Buonanotte!”


Un cazzeggio di: boinz a 00:08 | link | commenti (2)

lunedì, luglio 30, 2007

FERIE

Le tanto sospirate ferie sono arrivate. Domani parto e starò via tre settimane. Al ritorno mancheranno esattamente sei mesi alla nascita del pargolo.

C'è un'idea per un romanzo che mi gira per la testa. Mi sembra una roba nuova. Me la porto dietro per vedere cosa succede, fin dove arriva poi al ritorno farò un po' di ricerca per vedere se è veramente così nuova.

Mi aspetta un autunno intenso!


Un cazzeggio di: boinz a 22:40 | link | commenti (9)

mercoledì, luglio 11, 2007

CARAVAGGIO

Avevamo deciso di chiamarci "Caravaggio" in onore dell'omino che c'era sulle centomila lire, giusto per mettere in chiaro sin dall'inizio cos'era che cercavamo dalla vita.
Io suonavo malissimo il basso: in effetti ero lì solo perché conoscevo tutti. Diciamo pure che il gruppo l'avevo inventato io e questo era il mio unico apporto.
Poi c'era Caifa alla batteria. Anche lui suonava di merda ma era il proprietario del garage dove suonavamo e poi aveva una batteria vera, roba rara;
Il cantante si faceva chiamare Chicco, che come nome per un cantante di un gruppo rock faceva schifo. Non sarebbe stato neanche male ma era timidissimo. Cioè, in parte era timido, in parte non cagava nessuno perché se la tirava come un elefante, difficile stabilire il confine.
Alla chitarra c'era Denis, simpatico come un dito nel culo ma era l'unico che sapeva con sicurezza da che parte si teneva lo strumento che suonava e poi si sbatteva per trovare dei posti dove fare concerti.

Ci trovavamo il giovedì sera. Era il periodo che facevo finta di andare all'università, quindi per me insomma avremmo potuto trovarci il venerdì mattina o il mercoledì a pranzo non sarebbe cambiato un accidente ma da raccontare in giro era fico:
"Ehi Boinz, che fai giovedì?"
"A che ora?"
"Non so. Dopo cena."
"No è che alle dieci entro in sala prove e non vorrei fare tardi."

Entravi e faceva un freddo porco perché ovviamente il garage non era riscaldato.
Quello non era il peggio. Il peggio era la mezz'ora di cazzate. Non quelle cose dette per ridere che creavano un ambiente, no, erano proprio puttanate che ti facevano passare la voglia.
"Cioè, a me sta bene suonare con voi ma non voglio farlo nella vita, cioè non mi interessa come vita, preferisco continuare a lavorare in fabbrica."
"E se sfondassimo."
"Me ne andrei. O forse resterei per i soldi."
"Io sento che se potessi veramente esprimermi in un concerto vero, con un pubblico vero che urla e mi chiama, io sento che potrei scopare qualunque donna del mondo."
"Ahm, il mio maestro di batteria dice che sono molto dotato, che ho un senso del ritmo innato e che non devo sprecare il mio tempo a suonare cagatine."
"Quindi?"
"Quindi mi ha alzato il prezzo della lezione."

Un giorno Caifa se ne arrivò con un pezzo che aveva scritto lui:
"Ho scritto un pezzo mio.... per il momento si intitola "Io saprò cos'è l'amore perché tu credi a me"... le parole non sono ancora a posto ma ci sto lavorando... comunque cercate di seguire."

Quindi attaccò a bastonare sulla sua batteria: budubum budubum budubum budubum budubum budubum...
"Amo i tuoi momenti dolci"
budubum budubum
"che son così lalalanti"
budubum budubum
"Io credo nell'amicizia e tu credi a me"
budubum badabam pisc!
"Se mi lalalal.. questo è il ritornello, attenzione... se mi lalalalerai"
budubum budubum
"Io saprò cos'è l'amore... lalalando sui prati"
Badabam bam bam pisc
"Perché tu credi a me."
Pumpum pum pam!

"Beh?"
"Bella merda!"

Non ci vedemmo più per due mesi, il tempo che Caifa facesse sbollire l'incazzatura e trovasse i soldi per ricomprare le pelli che aveva squarciato.

Un'altra volta fu Chicco a salutarci.
"Mi sono fatto la ragazza. In realtà io stavo nel complesso solo per conoscere figa. Ora ne ho conosciuta una, vi saluto."

Andammo avanti per un po' a fare solo pezzi strumentali: Denis aveva una voce da somaro rauco ed io se cantavo mi intrappavo con le dita sul basso, mentre Caifa, dopo 'Io saprò cos'è l'amore" fu escluso al primo giro.

Dopo un mesetto o giù di lì Chicco si ripresentò come se nulla fosse.
"No, niente. Mi mancava troppo la musica."

In realtà la tipa lo aveva piantato in maniera brillante: si era fatta scarrozzare da Chicco alle giostre dove però l'aspettava un altro tipo. Per la precisione un tarro chiamato Paciugo. Chicco aveva accennato a una timida protesta ma poi aveva lasciato perdere. Era timido non cretino. La tipa gli aveva ufficializzato la sua scelta mostrandogli il dito e poi se n'era andata.

"No ma fammi capire: ti ha piantato per uno chiamato Paciugo???"
"Guarda che sono io che ho piantato lei."
"Sì, nel senso che se non la piantavi di rompere le palle ti prendevi ancora due sberle."

Un giorno Denis si presentò eccitato come se fosse sfuggito alle grinfie di Godzilla.
"Gente, robe da matti! Ho un gancio per andare a suonare alla festa di fine anno delle Segretarie d'azienda. Figa per tutti!!!!"
"EEEEEH! EEEEEEH!"
"Bene. Ora diamoci sotto che devo presentare una cassetta entro lunedì."
Avevamo preso a suonare di pomeriggio e nel garage faceva un caldo assassino: i muri in cemento amplificavano il calore del sole ormai estivo moltiplicandolo per dieci mentre da terra si alzavano vapori irrespirabili dalle pozze di olio esausto e dai segni dei copertoni ma non potevamo aprire le porte perché il rumore dava fastidio a Mamma Caifa.

Caifa alzò la mano con le bacchette.
"Io ci sto solo se facciamo anche: "Io saprò cos'è l'amore perché tu mi hai capito.""
"Dai, non abbiamo il tempo di preparare una canzone nuova entro lunedì."
"E allora non se ne fa un cazzo."
"Mi era sembrato di capire che quella canzone non rientrava in quello che è il discorso del nostro sound, che fossimo d'accordo sull'evitare certi compromessi commerciali che..."
Si voltarono tutti a guardarmi come se fossi un cretino e smisi di cianciare.
"Va bene." fece Denis "Lavoriamoci su. Potete uscire un attimo ragazzi? Io vedo 'sta cosa con Caifa, provo a buttare giù due accordi e quando è fatta vi chiamiamo."

Andai fuori con Chicco. Non sapevo bene cosa dire, fortunatamente attaccò lui discorso:
"La mia ex- va a segretaria d'azienda."
"La tipa di Paciugo?"
"Già."
"Bene, avrai la possibilità di mostrarle cosa ha perso."
"Ho paura che non riuscirò a cantare. Ho paura che mi farò prendere dalla timidezza."
"Ma tu non avevi detto che cantavi solo per la figa?"
"Sì ma non avevo mai pensato al fatto che avrei dovuto cantare. Io pensavo alle copertine sui giornali e ai video su MTV, non ai concerti. In più sarà pieno di donne."
"C'era un mio amico che andava a segretaria d'azienda. Era l'unico maschio in una classe di ventisei donne."
"Si sarà divertito."
"E' scappato dopo sei mesi per la disperazione."

Due minuti dopo Denis ci fece segno di rientrare e voce e chitarra ci fece il capolavoro di Caifa.
"Beh? Cosa ne pensate?"
"E' "Un'ora fa" di Fausto Leali. Pari pari."
"Vabbè dai, tanto la conoscete giusto te e Fausto Leali. Adesso datti da fare per la linea di basso."
"No, mi rifiuto. E' contro la mia etica."
"Ma che cazzo parli di etica che a mala pena sai tenerlo in mano quel coso!"
"Niente da fare."
"Pensa alla figa."
"Perché ci devo pensare io e non lui?"
"Perché Caifa è finocchio."
"Non sono finocchio."
"Vabbè. Ma perché sei tu."

Il concerto si teneva nella palestra del confinante ENAIP, l'istituto di avviamento professionale. Entrammo a fare il sound-check e non c'era nessuno. Un'ora dopo entrammo per fare il concerto e se possibile c'era ancora meno gente.
"Eh, è il 12 Giugno, fuori fa bello, ci sono tutti gli studenti dell'industriale con i motorini. Era prevedibile che le ragazze preferissero uscire."
Suonammo per un'ora. Ogni tanto entrava qualcuno, un bidello, un passante, un professore, qualche ragazza orribile che non si filava nessuno: stavano una roba tipo trenta secondi a braccia conserte e gambe spalancate in mezzo alla sala e poi se ne andavano.
Venne anche la donna di Chicco a guardare. Mise il naso dentro, gli fece dito e poi se ne andò.
"E pensare che ho preso un giorno di ferie per venire a suonare in 'sto cesso."
"Bravo picio."

Fu il nostro ultimo concerto. E meno male.


Un cazzeggio di: boinz a 22:37 | link | commenti (5)

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